MErmal 8
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La voce di Ermal si spegne e per un attimo, Fabrizio riacquista consapevolezza e realizza di stare per cadere.
Non si è mai trovato in una situazione del genere, e per la prima volta può dire di aver sentito veramente cos’è la paura. E non è la paura che ha provato la prima volta che è salito sul palco di Sanremo undici anni prima con lo stomaco chiuso dal nervoso e la voce che non ne voleva sapere di uscire per i primi secondi, non è la paura che ha provato la prima volta che ha tenuto Libero in braccio ed è inorridito al pensiero che quel fagottino così fragile potesse scivolargli dalle mani.
No, questa è la paura che annichila i sensi e gli impedisce di reagire a qualunque cosa gli stia capitando mentre sente inspiegabilmente tutto farsi più nitido e più vicino, gli odori più forti e i colori più vividi, la paura che gli blocca i muscoli, che lo fa sentire come se il suo cuore fosse stretto in una morsa che apre ferite non rimarginabili lacerando strati di carne dall’esterno verso l’esterno e gli impedisce di battere normalmente
Sente il vento che gli fischia nelle orecchie, un rombo più rumoroso di un aeroplano a bassa quota che quasi lo assorda, vede i tetti rosso scuro sotto di lui, le tegole che vanno a formare un disegno caledoscopico nella sua immaginazione sovrastimolata, e vede la cancellata con i suoi spuntoni metallici che se da sotto sembrano infondere sicurezza visti da sopra si trasformano in una promessa di morte certa, il mare ormai dimenticato mentre il sangue gli si ghiaccia nelle vene e pensa a quante cose non potrà fare e a quante cose non potrà dire a Libero e Anita e a Giada e a Ermal
Ermal, che l’istante successivo ha le mani sulla sua schiena e lo tiene per la maglietta, in un tentativo disperato di evitargli la caduta
Lo tira indietro con tutte le sue forze e la loro buona stella decide di aiutarli, perché in pochi secondi sono seduti entrambi sulla finestra, ancora col fiatone dato dallo sforzo e dalla paura, gli occhi spalancati.
“Cosa… cosa è successo?” chiede Fabrizio una volta che si è calmato abbastanza da riuscire a parlare di nuovo
“Io… non credevo potesse succedere di nuovo” dice Ermal piano, e quando lo guarda, ha l’aria colpevole e gli occhi gonfi e tristi, come se stesse per scoppiare a piangere
“Pensavo che… Che non avrebbe avuto effetto adesso che non sono più… Adesso che non sono più un cazzo di pesce” dice Ermal, asciugandosi le lacrime con rabbia e c'è tanto disprezzo per quello che è stato che Fabrizio ha paura di essere stato lui a fargli cambiare idea
Perché ne hanno parlato, dell'orrore a cui gli umani hanno condannato le creature del mare, e se negli occhi di Ermal prima c'era una scintilla combattiva che giurava vendetta contro gli sfruttatori del mare e dei suoi abitanti e non poteva fare a meno di additarli come esseri schifosi, ora il disgusto è riversato su se stesso, e su quello in cui una maledizione che lui non ha fatto nulla per meritarsi l’ha trasformato
“Qualunque cosa sia successa, non è colpa tua. Non lo sapevi, non potevi saperlo. Non potevi sapere che… beh, che qualsiasi cosa fosse avrebbe avuto quest’effet-”
“Ma ho rischiato lo stesso, capisci? NON LO SAPEVO E HO RISCHIATO! LA TUA VITA!” urla Ermal, le lacrime che si formano agli angoli dei suoi occhi e la rabbia cieca che gli passa nelle iridi scure, e per la prima volta Fabrizio ha veramente paura di lui
E, soprattutto, ha paura per lui
Perché non vuole che si faccia del male. Non può dire che l’esperienza di poco prima gli abbia fatto piacere, avrebbe felicemente evitato di viverla, ma per fortuna non si è fatto nulla e non è stata colpa di nessuno dei due
“Ehi, ehi, tranquillo. Non è successo niente, vedi? Sono tutto intero” cerca di rassicurarlo Fabrizio, sperando che l’altro non senta la preoccupazione che si è fatta strada nella sua voce vedendo il riccio così arrabbiato
Ma Ermal si è rannicchiato su se stesso sulla finestra e fissa ostinatamente il mare, chiuso nel suo mutismo senza dar segno di voler dire nulla in sua discolpa, nulla che possa far capire a Fabrizio che va tutto bene. Stanno così, in silenzio, per una trentina di minuti, Ermal che osserva il mare e Fabrizio che osserva Ermal
E poi, quando Fabrizio sta per addormentarsi, Ermal finalmente si gira verso di lui. “Sei sicuro che vada tutto bene?” chiede piano, la voce spezzata e Fabrizio si sente spaccare il cuore a metà
“Va tutto bene, tranquillo. Non è colpa tua, lo sai, no?”
“Io… sì, ma non… non avrebbe dovuto succedere ancora, non avrei dovuto- Quando ieri hai cantato sul molo, io ti stavo cercando, sai? Ti ho cercato per tutto il pomeriggio, ma non ti ho trovato. E volevo chiamarti in qualche modo, volevo… Volevo cantare per te. So che sembra pazzesco, ma ecco… Se avessi cantato, tu saresti arrivato. Non è la prima volta che conosco un umano e so che il mio canto è… è come il cibo quando sei affamato, gli umani non possono… Non possono fare a meno di andare verso il mare dove sono- dov’ero io.”
“Non sembra pazzesco. Non è pazzesco, fidati. Ci sono delle storie sulle sirene e i tritoni, ti ricordi, ti avevo spiegato che è così che venivano chiamati…” Fabrizio si ferma di botto, senza riuscire a dirgli “quelli come te” perché ormai Ermal non appartiene più al mondo delle leggende, è un umano
Un umano col sangue blu
Un nobile
Un principe
Il suo principe azzurro
Prima che Fabrizio dimostri di essere ancora un romantico inguaribile attraverso il commento meno appropiato che possa fare in quel momento, il suo cervello decide di avere pietà di lui
“…gli esseri mitologici con la coda di pesce. E anche loro attiravano le persone col canto… C’è una storia bellissima, di questo Ulisse-”
Fabrizio si ferma, perché Ermal lo sta guardando con un sorriso che promette guai
“Che c’è?” chiede, facendo un biccolo sbuffo divertito “Ho qualcosa in faccia?”
“No… è che… è bello vederti eccitato per qualcosa… hai gli occhi che brillano”
Ermal lo ucciderà, ne è sicuro, pensa Fabrizio mentre si copre gli occhi e soffoca la risata nelle mani
“La voi sentì sta storia?” chiede poi
Due ore dopo, Fabrizio ha finito di raccontare tutto quello che si ricorda dell'Odissea
Ermal la conosceva già, ma vuoi mettere sentirsela raccontare da qualcuno a cui tieni così tanto? Vuoi mettere sentirsi raccontare qualunque cosa da qualcuno a cui tieni così tanto, fosse anche la lista della spesa?
E quindi ha fatto finta di ascoltare mentre si perdeva ad osservare Fabrizio con gli occhi che gli brillavano mentre raccontava delle avventure più emozionanti e gesticolava (“Polifemo era un gigante, no? E anche le pecore erano enormi, erano grosse così”) con le mani che finivano ovunque e Ermal che doveva trattenersi dal prendergliele e mettersele in grembo e sporgersi a baciarlo. I momenti in cui doveva concentrarsi per non farlo sono stati gli unici in cui ha ascoltato
E quando si acquieta, Ermal gli sorride
E mormora
“Ora ti racconto io una storia”
E gli racconta di un giorno in cui non sapeva cosa fare e nella noia gli è venuto in mente di cantare una di quelle canzoni che aveva ascoltato mentre, acquattato dietro una nave francese, cercava di imparare la lingua degli umani
(Sti scemi con le loro quattromila lingue diverse ed Ermal che ne sa tante ma non abbastanza e si danna ogni volta che ne sente una nuova e non sa cosa significa quello che dicono)
La voce gli è uscita bassa ed incerta all'inizio, ma piano piano ha acquistato sicurezza e mentre cantava di un amore perduto che gli avrebbe salvato la vita, la schiena verso la spiaggia e il bagliore del tramonto a colorargli gli occhi e i capelli di luce e tinte calde, totalmente assorto nel suo mondo, non ha avvertito i passi silenziosi sulla spiaggia - che ha imparato a riconoscere anche da sott'acqua per mettersi al riparo e non essere visto
E quando si è sentito toccare sulla spalla, ha avuto paura
E l'incantesimo della musica si è spezzato
Ma quando ha visto che era solo una ragazza e non sembrava intenzionata a fargli del male, si è tranquillizzato
E lei gli ha fatto i complimenti per la sua voce e gli ha chiesto in che lingua fosse
E non ha battuto ciglio quando Ermal le ha detto che non poteva seguirla sulla terraferma
Ma ha promesso di tornare
Ed ha mantenuto la sua promessa, e per giorni si sono parlati di tutto e di più
Lei gli ha raccontato dei suoi compagni di scuola ed Ermal ha fatto finta di sapere cosa fosse una scuola
Lui le ha raccontato dei pesci e delle navi e lei ha fatto finta di capire di che pesci parlasse e i suoi occhi si sono scuriti quando lui le ha spiegato che le navi non facevano del bene ai pesci
E ogni volta che lei sorrideva, ad Ermal il cuore batteva un po’ più forte
“Questo deve essere l'amore di cui parlava mamma nelle storie di principi e principesse” aveva pensato una sera, guardando la luce riflessa sulle onde illuminarle il viso
Ma poi una sera lei ha promesso di tornare
E il giorno dopo Ermal l'ha aspettata per ore nel loro punto di incontro, ma mentre il sole passava inesorabile nel cielo continuava a non esserci alcuna traccia di lei sulla battigia
La sera, Ermal stava per andarsene quando lei era arrivata, le guance rosse e i capelli scarmigliati, si era tolta le scarpe ed era corsa sulla spiaggia
E si era scusata, ma doveva proprio andare e i suoi genitori avevano voluto che lei facesse la valigia
Valigia era una delle parole che per Ermal però non avevano significato, e per un momento aveva ponderato se offendersi perché lei aveva preferito questa valigia - qualunque cosa fosse - a lui
Ma ogni risentimento si era sciolto come neve al sole nel momento in cui lei gli aveva detto “adiós” e si era sporta a lasciargli un bacio sulla guancia
Era stato solo un contatto fugace delle sue labbra sulla sua pelle ma gli aveva trasformato la cassa toracica in un tamburo
L'aveva guardata partire il giorno seguente, salutandola da sotto il molo mentre lei insistiva per partire in macchina e non in nave perché “un amico le aveva detto che le navi sono dannose per i pesci” ed era stata inamovibile e i suoi genitori avevano dovuto fare buon viso a cattivo gioco ed erano partiti su una vecchia Chevrolet mentre lei guardava soddisfatta verso il mare
Anche Ermal era partito, aveva lasciato la Spagna il pomeriggio stesso e si era spostato a sud, verso le acque che lambivano le coste dell'Italia del nord
E aveva imparato l'italiano mischiato ai dialetti, genovese e veneziano e romano, che lo avevano fatto tanto ridere all'inizio ma a cui poi si era abituato, tentando di mantenere la sua pronuncia più neutrale
E poi, quando aveva iniziato a fare freddo, si era spostato ancora più a sud
E aveva trovato Bari e se ne era innamorato
Non aveva mai più visto la sua famiglia perché non sapeva come arrivare a Milano
(E a dire la verità non si era ricordato di averli lasciati a Milano fino al momento in cui aveva detto il nome della città, e ora potrei andare da loro!
“Calma, dobbiamo prima cercarti una nuova identità”
“Dobbiamo?” Chiede Ermal, a mo’ di presa in giro
Ma Fabrizio si scurisce, pensando che Ermal non voglia il suo aiuto
Evidentemente deve essere ansioso di tornare dalla sua famiglia. Può capirlo, anche lui lo sarebbe
Ma ci tiene almeno ad aiutarlo a raggiungerli
“Non ti libererai tanto facilmente di me, eh. Voglio almeno sapere che sei al sicuro prima di lasciarti andare” dice così, sperando di buttarla sullo scherzo anche lui
Ma Ermal si accorge del suo cambio d'umore e capisce che non lo sta dicendo sul serio, ma è ferito
E, ancora una volta, si meraviglia di aver trovato un umano che tenga veramente a lui
Ma forse ha una spiegazione per questo, anche se ancora non si sente pronto ad ammettere che sia proprio quella che ha in mente
Perché non crede nel destino, e un destino così grande e così benevolo non gli sembra assolutamente possibile
“Ma io non voglio che mi lasci andare” risponde allora, alzando gli il viso e fissandolo negli occhi, cercando di comunicargli con l'urgenza delle sue parole quanto abbia davvero bisogno della sua presenza vicino a sé
“E allora non ti lascio, ricciole’ ” dice Fabrizio piano
E il sorriso che fa Ermal quando glielo dice potrebbe illuminare a giorno tutto quanto l'Inferno dantesco)
Ed è a Bari che ha passato gli anni migliori della sua vita, il mare è bello e la gente tranquilla
Ma a Bari è anche tornato umano e ora la sua famiglia gli manca
E questo gli fa venire in mente che la sua famiglia mancherà anche a Fabrizio
E gli chiede quando rivedrà i suoi figli
“Ecco, a questo proposito…” inizia Fabrizio, ma non riesce a continuare
E quindi sospira
“Senti, te ricordi de quando t'ho detto che t'avrei insegnato a usa’ ‘l telefonino?”
Se lo ricorda bene. Ma perché Fabrizio lo sta rinvangando proprio ora?
“Ecco, me pare che sai a cosa serve, no? A chiamare le persone lontane”
Sì. E quindi? Tu sei ancora qui, non ti devo chiamare
“Ecco, appunto. Per ora no, ma tra un po’ ricomincio il tour”
Il cosa?
“Non dirme che co’ tutte le lingue che conosci te manca l'inglese”
Eh, a quanto pare sì
“Stamo messi male proprio, manco io lo so e invece pare che sia l'unica lingua che devi parlare negli altri paesi se te voi fa’ capire”
Beh, a me Silvia capiva benissimo anche se parlavamo in spagnolo
“Silvia? Ah, l'amica tua, sì, giusto. Non m'avevi mica detto il nome prima” si difende Fabrizio all'occhiataccia che gli lancia Ermal quando mostra di non collegare Silvia ad alcun avvenimento in particolare
“Comunque, parto per cantare. Vado in giro per l'Italia e non me sembra giusto portarte in giro mo’ che ti devi ancora abituare a 'sto mondo però non posso restare qui, tutti sanno dove canterò e non posso deluderli, no? A te andrebbe bene restare qui? Così puoi farte la carta d'identità nuova e mettere a posto tutto e poi potremmo cercare tua mamma e i tuoi fratelli e potresti andare da loro così li rivedi…”
“Non vieni con me?”
“Certo che vengo ricciole’, vengo.” risponde Fabrizio, e il discorso non è chiuso, ma ad Ermal sembra andar bene la risposta e mentre Fabrizio chiama la pizzeria più vicina per farsi portare due pizze da asporto, Ermal guarda i diversi modelli di cellulari sul portatile di Fabrizio e decide che la prima cosa che farà sarà imparare ad usarne uno.
















