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Coffee machine coffee ☕ #milkbubble https://www.instagram.com/p/BtNjW9UA5ya-uQMTRc8i8kMyfQO9UKILgS0LZA0/?utm_source=ig_tumblr_share&igshid=1j4vim73d2tmd
Does anyone know anything about Milkbubble? Her tumblr is de-activated and I hope she's alright.
Anyone having any news?
Lev è stanco morto dopo gli allenamenti di ricezione, così stanco che non riesce nemmeno a mettersi in piedi e si lamenta come un bambino affinché qualcuno lo aiuti. Dimmi tu chi va a salvarlo come un eroe con una bottiglia di Pocari e due coccole, l'importante è che sia superfluff.
Forse non è abbastanza fluff, ma spero ti piaccia ;A;/
Il suo problema è la pietà, Yaku lo ha sempre saputo. Ci sono volte – quasi ogni allenamento – in cui c’è sempre un buon motivo per riprendere Lev, cosa che lui si risparmierebbe se solo quel primino non fosse iperattivo al limite di ogni umana sopportazione. Non che l’entusiasmo sia un male, quello no, ma vedere quel coso di quasi due metri saltellare intorno a lui o al Capitano di continuo finisce con l’essere stancante. Lì, fra la centesima e la centunesima ricezione che fai e magari proprio dopo averne sbagliata una – e non c’è cosa più frustrante – Lev ha l’insana voglia di tentare un suicidio tanto intellettuale quanto fisico e trova il modo di dire la cosa sbagliata. Non c’è da stupirsi se Kuroo raddoppia il suo allenamento fino a ridurlo come ora: un qualcosa di vagamente umano, accasciato sul parquet. Yaku si dice che gli sta bene, che così imparerà; alla fine però non può abbandonarlo lì, esattamente come non riesce ad abbandonare Taketora quando si rende ridicolo con il suo modo di fare da teppista vissuto (cosa che non è nemmeno per sbaglio). Si ripromette sempre di lasciarli a cuocere nel loro brodo e non lo fa mai. «Ohi, Lev.» lo richiama, guardandolo dall’alto in basso, una cosa che si può permettere solo quando l’altro è seduto o sdraiato. Quella stupida matricola mugugna qualcosa che somiglia al lamento di una bestia ferita e che si sta rassegnando alla morte imminente – vorrebbe prenderlo a calci e invece sospira scocciato e si piega sulle ginocchia. Lo osserva: Lev è stupido, e lui non si capacita di come la gente lo prenda per uno serio e temibile – almeno finché non apre bocca, perché quando succede tutti si rendono conto del grave errore di valutazione che hanno fatto. Saranno i tratti russi che rendono il suo viso più serio di quanto il suo carattere non sia in realtà; oppure sarà che così alto sembra più grande e invece è un bamboccio con il cervello di un bambino di cinque anni. Yaku non ha dubbi, però, quando gli avvicina la bottiglia di Pocari al viso e Lev prima sussulta perché non se lo aspetta, poi struscia la guancia contro l’oggetto fresco e mugola soddisfatto. No. Seriamente. È un imbecille. Allontana la bottiglia e le sopracciglia di Lev si aggrottano in una maniera tremendamente carin—che Dio lo fulmini per quel che ha appena pensato.«Mettiti seduto, almeno, o il pavimento lo pulisci tu con la lingua, Lev.» lo richiama e si siede lui stesso, mentre vede l’altro tirar su il corpo con la stessa grazia di uno gnu che è inciampato e non si rialza più. Alla fine, se non altro, è in una posizione decente. «Yaku-saaaan» si lamenta strascicando quella vocale e Yaku si chiede perché ha ceduto al quel poco di pietà che ha avuto; doveva ignorare Lev e lasciarlo morire di caldo e fatica, ecco cosa. Ne farà tesoro per la prossima volta – quello che si dice dall’inizio dell’anno. «Toh.» gli dice e gli mette tra le mani la bottiglia del Pocari, a cui Lev si attacca come se fosse l’ultimo barlume di speranza per l’umanità; quando riprende fiato fa anche per abbracciare Yaku, che per tutta risposta gli piazza una mano contro il viso per tenerlo lontano, anche se tra la sua mano e la guancia di Lev c’è un asciugamano a fare da barriera. «E asciugati, almeno, mi fa caldo solo guardarti!» sbotta e strofina lui stesso l’asciugamano contro il suo viso. Si convince di farlo con molta cattiveria e che vista da fuori sembri una tortura, non una mamma chioccia che asciuga il suo stupidissimo e inutile figlio. La faccia di Lev assume un’aria beata e questo fa venire voglia a Yaku di tirargli il naso per fargli del male fisico; si trattiene, ma solo perché Kuroo probabilmente non ha lasciato un solo muscolo non indolenzito al più giovane. «Yaku-san?» «Che vuoi.» «La testa, la testa!» Yaku lo guarda, osserva quel sorriso scemo che a volte gli fa saltare i nervi e l’espressione di trepidante attesa come se gli avessero appena promesso tutto l’oro del mondo. Sbuffa e si guarda attorno, un po’ per assicurarsi che nessuno testimoni ciò che sta per avvenire, un po’ per scoraggiare eventuali prese in giro: il suo sguardo promette un calcio rotante ad altezza reni per chiunque si azzarderà a commentare. Appurato che tutti sembrano aver preferito lo spogliatoio alla palestra vera e propria, Yaku sospira e gli sistema l’asciugamano sulla testa; è costretto ad alzare le braccia per asciugarlo e già questo gli fa balenare in testa l’idea di strozzarlo. Potrebbe sempre dire che si è trattato di un incidente: “scusa Capitano, volevo sistemarglielo sulle spalle ma ho casualmente annodato il tutto attorno al suo collo e quando me ne sono accorto non respirava più”. Per un attimo è davvero convinto che potrebbe funzionare. Invece no, Lev deve farlo desistere iniziando persino a canticchiare a labbra strette, somigliando più a un cucciolo che a uno di prima superiore. «Yaku-san?» «Dimmi.» è rassegnato un po’ perché si aspetta le solite idiozie da parte sua, un po’ perché non capirà mai questo bisogno psicofisico di Lev di chiamarlo miliardi di volte anche quando sono solo loro due ed è ovvio che stia parlando con lui. «Sembri davvero una mamma.» Ora lo uccide. «Lev, non costringermi a prenderti a calci nel culo appena ti alzi.» ribatte guardandolo storto, ma quello ride e Yaku finalmente comprende: deve essersi definitivamente rincretinito. Sta giusto per dirglielo, o per passare direttamente alla fase dei calci – che sente di bramare, in fondo al proprio cuore – quando il più giovane gli prende le mani nelle proprie allontanandole dalla propria testa; Yaku lo guarda e inarca un sopracciglio, senza capire finché non si ritrova la testa di Lev poggiata sulle gambe ed è così interdetto di fronte a tanta voglia di morire giovane che per un attimo non muove un muscolo, né si sposta benché farlo significherebbe fargli picchiare la testa a terra. Desiste, perché chissà, potrebbe peggiorare una situazione già critica di suo e non pensa che potrebbe sopportarlo davvero. Lascia spaziare lo sguardo per la palestra ancora una volta, e dalla direzione degli spogliatoi gli arriva attutito il chiacchiericcio tipico di quando si cambiano tutti insieme e volano frustate con gli asciugamani. Ha ancora tempo. Solo per quello abbassa una mano e scende a fargli un “pat pat” leggero sulla testa, così goffo che si sente imbarazzato più da quello che dal gesto di per sé; Lev forse non se lo aspettava, perché rimane immobile in maniera innaturale e poi si rilassa di nuovo, completamente, una mano che gli abbraccia alla meno peggio la gamba. Come si faccia ad essere così, Yaku non lo capirà mai. Quei buffetti leggeri diventano presto carezze distratte. Non sa se aspettarsi che Lev inizi a battere il piede a terra come un cane fa con la zampa o che si addormenti in quella posizione. «Yaku-san?» E ti pareva. Non gli risponde, ma la mano si muove ancora sulla sua testa, spostando appena l’asciugamano e la frangia; lo fa distrattamente, come se fosse una cosa naturale. Lev forse pensa che non lo abbia sentito, dal momento che non gli ha risposto; si gira piano, con movimenti lenti dati dalla stanchezza, e si sistema pancia all’aria impedendo a Yaku di continuare con quelle piccole attenzioni che stava fingendo di non dargli. In quel momento l’altro apre gli occhi e lo guarda, sorride come il demente che è e Yaku sa che non è un buon segno: è come quando Lev sorride durante un allenamento dopo che un attacco a tutta potenza di Kuroo sembra mirare a slogargli una spalla piuttosto che allenarlo a muro, e tu sei lì a chiederti se sia impazzito del tutto o se il colpo lo abbia rintronato – poco importa che non colpisca la testa. Sai che comunque non è un buon segno, perché di solito è l’esatto istante in cui Lev comincia a chiedere a ripetizione “ancoraunaancoraunaancorauna” e tu vorresti solo dirgli che no, non hai intenzione di fare nottata lì dentro solo perché lui è instancabile e— Non ha idea di come sia successo, troppo perso a irritarsi con l’immagine di Lev e di quanto diventi molesto durante gli allenamenti: sa solo che la mano del più giovane gli carezza la nuca e che lui si ritrova piegato in avanti e con le labbra di Lev sulle proprie. Quante volte gli ha detto che in palestra è tutto un immenso “no” categorico? Ha perso il conto, come lo ha perso di tutte le occasioni in cui lo ha minacciato e di quelle in cui Lev ha detto di aver capito e Yaku lo sapeva che non doveva fidarsi, che non aveva capito proprio un accidente e invece c’è cascato e ora si sente un idiota, lì a vederlo sorridere come un bambino troppo felice per fare qualsiasi altra cosa. Sente il calore sul viso e lo odia, lo vede sorridere e lo odia, capisce di essersi fatto fregare e per questo lo odia: lui e i suoi stupidi centimetri in più, lui e il suo stupido sorriso, lui e la naturalezza con cui fa certe cose. Gli molla uno scappellotto forte e non se ne pente affatto, mentre si tira su e Lev piagnucola riguardo la sua cattiveria. «Yaku-saaaaan» «Se non ti sbrighi ad andartene ti soffoco con l’asciugamano Lev.» è perentorio e non lascia molto spazio alla possibilità che stia scherzando. Sente che potrebbe davvero funzionare, farlo sembrare un incidente. O può sempre avvelenargli il Pocari, in alternativa.
milkbubble replied to your post:If this were deviantart, i would’ve made a...
I would go down with this ship with you cap’tain.
there are so many things i can say to that but yes, Ive chained myself to the wheel and you're staying with me okay
MuroNiji, NC17 - Himuro è l'unico appiglio che lo tiene sano di mente, Himuro è ciò che gli rimane di Tokyo, del basket. Himuro è l'incarnazione di tutto ciò che vorrebbe avere, e che mai vorrebbe perdere.
Quando è tornato a Los Angeles, dopo essersi ritirato dalla squadra della Teikou lasciando tutto in mano ad Akashi, Shuuzou ha pensato che un capitolo della sua vita fosse definitivamente concluso. Questo, almeno, prima di incontrare Tatsuya: Himuro è l’unico appiglio che lo tiene sano di mente, Himuro è ciò che gli rimane di Tokyo e del basket. Himuro è l’incarnazione di tutto ciò che vorrebbe avere, e che mai vorrebbe perdere. Ci ha messo un po’ a capirlo, anche se a pensarci bene, avrebbe solo dovuto cogliere i segni; non era poi così difficile. Tatsuya lo ha approcciato con una naturalezza tale da metterlo in imbarazzo non solo la prima volta, ma anche la seconda, la terza, la quarta. E qualcuna dopo. Ha pensato che ci avrebbe messo mesi ad abituarsi, invece si è riscoperto portato all’adattarsi a qualcuno, a qualcosa o a un luogo – si è adattato a Los Angeles, al modo di fare americano e alla presenza di Himuro. Soprattutto a quella. Shuuzou non è così fatalista da dire che, senza Tatsuya, niente di quanto accaduto in quegli anni sarebbe avvenuto. È abbastanza sicuro che avrebbe comunque giocato a street basket, che avrebbe ripensato a cosa di buono e cosa no aveva fatto con e per la Teikou; di sicuro sarebbe finito in almeno una scazzottata, anche senza incontrare l’altro. Però sa che senza di lui non sarebbe stato né sarebbe lo stesso. Si guarda bene dall’esternare troppo quel pensiero, o lo maschera nel modo burbero che ha di guardare Tatsuya quando non viene visto. Non lo fa per pudore, ma per il semplice piacere di osservarlo in quei piccoli gesti e quelle minime espressioni che l’altro fa con naturalezza, senza essere condizionato dall’idea di essere oggetto dell’attenzione altrui.
La pelle di Tatsuya è calda e leggermente sudata, in quel modo che risulta più erotico che altro. Shuuzou non ha la minima idea di dove siano finiti esattamente i propri pantaloni, mentre ha il vago sentore che la maglia sia lì per cadere dal bordo del letto. Non se ne cura perché, davvero, non è la sua priorità mentre le labbra di Himuro si posano sul suo collo e si schiudono per far spazio ai denti e permettergli di morderlo piano. Aveva altri piani, Nijimura, quando ha deciso di prendere l’aereo e tornarsene in Giappone; lui che, quando Tatsuya ci si è trasferito di nuovo, non lo ha seguito perché non poteva e non voleva, perché francamente la storia da romanzo rosa dove lui segue lei (o lei lui) in capo al mondo non gli si addice. Invece quando è arrivato in Giappone Himuro era lì, hanno finto entrambi che fosse strettamente necessario che lui lo andasse a prendere e che questo fosse del tutto normale, quelle cose tra amici che si fanno senza motivo particolare – ha passato il tempo a guardarlo come se lo vedesse per la prima volta, a cercare quei tratti che invece conosce a memoria, a sentire le mani prudere nel desiderio di toccarlo, a sentirsi frustrato perché nel taxi non era proprio il caso. Ha realizzato che la meta non era un albergo ma l’appartamento di Himuro solo quando la macchina si è fermata in un quartiere che di hotel non aveva neanche l’ombra, e nel sorriso cortese di Himuro che pagava la corsa ha capito che era tutto calcolato. Aveva altri piani, Shuuzou, quando ha varcato la soglia dell’appartamento e la porta si è richiusa dietro di lui, eppure non sa bene neanche lui cosa si aspettava: una parte di lui si è abbandonata alla romantica quanto assurda riproduzione di una di quelle scene melense da film, dove appena i due amanti sono al riparo da occhi indiscreti lasciano che la loro passione possa mostrarsi liberamente. Quel pensiero lo ha riempito di vergogna non tanto per i sentimenti per Tatsuya che vi sono alla base, quanto perché deve ancora entrare nell’ottica di essersi fatto tanto sconvolgere da qualcuno – e non parla della relazione che hanno dopo anni, no, lui parla del primo incontro e di come la figura di Tatsuya ha catturato la sua attenzione, il suo sguardo, e probabilmente tutto il resto. Ha abbandonato quel pensiero e lo ha camuffato, lasciando che il suo posto venisse preso da quello più razionale fatto di Tatsuya che lo oltrepassa e fa gli onori di casa, abbastanza giapponese per non sembrare fuori posto, troppo americano per sembrare un giapponese vero. Himuro è entrato sfiorandogli la spalla con la propria, passando oltre recuperando la sua valigia prima che Shuuzou potesse dire o fare altro oltre sospirare rassegnato e seguirlo in casa; lo ha visto sparire in una stanza e tornare senza il bagaglio, sistemarsi in cucina chiedendogli se aveva fame, e quando Nijimura ha detto di essere a posto gli ha consigliato di fare una doccia se voleva. Dopo quella, Shuuzou non saprebbe ricostruire con precisione il susseguirsi dei fatti o dire esattamente quando si è ritrovato Tatsuya vicino, le labbra sulle sue e le proprie mani che risalivano i fianchi dell’altro. Himuro gli morde il collo un poco più forte e a lui sfugge un gemito roco, una sorta di monito e al tempo stesso un incitamento forse; ha due dita di Tatsuya che lo stanno preparando, due dita che l’altro ha deciso bene di inumidire con la propria lingua prima di metterci sopra anche il lubrificante e Shuuzou sospetta che quell’infamata fosse voluta, a giudicare dal sorriso che gli ha rivolto Himuro – «Sei un bastardo.» gli ha soffiato sulle labbra prima di mordergli quello inferiore per ripicca perché, seriamente, Tatsuya non ha bisogno di fare certe cose per eccitarlo e dovrebbe saperlo. O forse lo fa proprio perché sa, lo stronzo. Lo sente muoversi dentro di lui e vorrebbe dirgli che apprezzerebbe davvero che lui togliesse le dita e facesse altro, magari di più costruttivo, ma deve ammettere che l’aggiunta del terzo dito lo irrigidisce appena e non può farci molto. La mano libera di Tatsuya è piantata sul suo fianco e non si muove da lì, non lo tocca e Shuuzou non sa se preoccuparsi del fatto che è eccitato come se lo stesse facendo, o se muoversi anche incautamente se necessario pur di vendicarsi. Opta per la seconda opzione quando sente che la presenza di quelle dita rischia più di farlo uscire di senno che altro: muove il bacino in avanti, si sbilancia addosso a Himuro e struscia l’erezione contro la sua. Se lo facesse più volte sarebbe come una muta richiesta, ma Shuuzou lo fa una volta sola e lentamente, e il gemito che stavolta è Himuro a farsi sfuggire lo ripaga della fatica immensa che fa a non restargli addosso. Si perde un attimo sul poco che intravede del viso di Tatsuya perché in quella posizione – sopra di lui, le ginocchia ai lati delle gambe dell’altro – non gli permettono altro: è accaldato, questo Nijimura lo deduce più che vederlo per colpa della penombra, ed è sicuro che abbia lo sguardo lucido perché se lo ricorda anche troppo bene. Himuro decide che la contemplazione finisce lì, perché china il viso in avanti e posa un bacio vicino alla clavicola e poi sul petto e dopo ancora gli sta prendendo un capezzolo tra i denti più per stuzzicarlo che per morderlo davvero, e Shuuzou giura che gliela farà pagare, a lui e alla sua poker face del cazzo. La lingua di Tatsuya è calda e umida, si muove fin troppo lenta e in movimenti circolari fino a che le labbra non si chiudono attorno al capezzolo e lui succhia piano, con tutta calma, mentre continua a muovere le dita dentro Nijimura. Poi si ferma, almeno con quelle, e le tira fuori; l’altro sospira, una cosa a metà fra il sollievo, la soddisfazione del piacere e l’insoddisfazione perché questo è stato interrotto insieme ai movimenti altrui. La mano che è rimasta sul fianco risale, gli sfiora una guancia e le dita vanno a nascondersi tra i capelli scuri di Shuuzou. Lo intravede alzare il viso ed è sicuro di sapere che espressione ci sia sul suo volto – quel sorriso che Tatsuya gli ha sempre rivolto, quello carico di una dolcezza che lo imbarazza sempre anche a distanza di anni. Si piega leggermente su di lui e lo bacia, senza foga, labbra su labbra e nient’altro; la mano che lo ha torturato fino a quel momento si posa invece fra fianco e coscia e lo guida con una lieve pressione verso il basso – Nijimura la sente umida e coglie il messaggio, si sistema meglio e scende fino a quando la punta del pene di Tatsuya non gli sfiora l’apertura, entra lentamente, fino in fondo. Si stringe intorno a lui senza volerlo davvero, più per uno spasmo istintivo che altro – Himuro geme e gli cattura le labbra in un altro bacio, Shuuzou glielo lascia fare e poi insinua la lingua nella sua bocca perché di baci casti ne ha decisamente abbastanza. Non ha idea di quanto stiano fermi, perché è troppo preso dal bacio, tanto che considera già un miracolo allacciargli le braccia al collo e stringere i capelli scuri fra le dita. Shuuzou ha imparato ad apprezzare il modo in cui si perde nel corpo di Tatsuya, che sia un bacio o che sia tutto l’atto del sesso nella sua completezza; ha imparato a non trovare affatto spiacevole l’incapacità di formulare pensieri coerenti in quei momenti, e di certo non disdegna sentire Himuro che si muove dentro di lui o contro di lui. Quando è andato a Los Angeles pensava di aver perso davvero un sacco di cose, tutte quelle – almeno – che lo rendevano il Nijimura Shuuzou che era stato fino a quel giorno, e non importava quanto si era ripetuto che era giusto così, che il basket era solo basket e il Giappone solo un luogo, che la casa era dove stava la sua famiglia e che sempre sarebbe stato così. Aveva deciso di mandare giù i disagi dei posti nuovi, i dispiaceri per ciò che non avrebbe più avuto e di ignorare quella voce insistente che gli diceva che non doveva andarsene, era troppo presto, c’era ancora bisogno di lui, c’era ancora qualcosa che potesse fare e doveva tornare, tornare, tornare indietro. Per giorni ha odiato Los Angeles non in quanto tale, ma perché non era lì che voleva restare. E quando ha trovato Tatsuya ha trovato anche la familiarità dei tratti orientali a cui era stato abituato, il suono della sua lingua madre e di un nome nipponico, la bellezza orientale che solo un orientale può apprezzare davvero e completamente, nei gesti ancora prima che nei tratti, nelle intenzioni nascoste più che nelle parole. Himuro gli ha dato quello che Nijimura voleva e cercava di non volere più, poi gli aveva messo una palla da basket in mano e Shuuzou si era sentito morire dentro perché al basket aveva cercato di non pensare. E quando Tatsuya lo ha baciato la prima volta con una naturalezza che faceva davvero paura – molto più delle sue conoscenze dei bassifondi della città – lui ha sentito un calore irradiarsi per tutto il corpo e un istinto mangiarlo vivo da dentro. È la stessa sensazione che prova ora, mentre l’altro si spinge dentro di lui: è caldo, a Shuuzou sembra di respirare l’aria del deserto in quel momento e gli arrivano alle orecchie dei suoni che, cazzo, non lo aiutano proprio. Gli si muove addosso, cerca il ritmo di Himuro per muoversi con lui e la mano dell’altro finalmente lo tocca come Dio comanda e lui gli riversa un gemito direttamente nella bocca e gli stringe i capelli e vorrebbe non avere tutta quella fastidiosa distanza tra i loro corpi che è fisicamente difficile annullare del tutto. Viene per primo e lo fa non perché Tatsuya abbia toccando il punto più sensibile che l’ultima volta l’ha fatto mugolare in una maniera veramente indecente, né per le carezze sempre più veloci che la mano dell’altro lascia sulla sua erezione; succede perché filtra un poco più di luce dalla finestra e basta a vedere meglio il viso di Himuro, a non immaginarne i contorni che conosce anche troppo bene, a notare l’espressione languida e le labbra schiuse e gli occhi socchiusi. L’orgasmo lo raggiunge quasi inaspettato e Shuuzou viene tra la mano dell’altro e il suo stomaco, geme senza nemmeno poter pensare di vergognarsene in qualche modo e piega il viso in avanti; si ritrova contro la curva alla fine del collo e all’inizio della spalla e morde, anche un po’ troppo forte forse, mentre Himuro spinge più affondo e viene, stringendolo più forte a sé. Pronuncia uno «Shuu» che dovrebbe essere considerato illegale. Quasi gli si accascia addosso, Nijimura, anche quando Tatsuya non è più dentro di lui; ha la vaga e confusa accortezza di finire di lato, non sa bene come, ma si ritrova tra le braccia dell’altro poco dopo. Né il suo respiro né quello di Himuro sono regolari, ma lo sente inspirare dal naso ed espirare e posargli un bacio su una tempia, senza curarsi dei ciuffi scuri che sono appiccicati alla pelle. «Shuu» ripete, con meno impeto e più dolcezza, e Shuuzou si aspetta altro ma non arriva niente; allunga una mano alla cieca e copre alla meno peggio entrambi. Sbuffa piano, e non ha bisogno di dirgli nulla: finalmente è a casa.
SPERO DI ESSERE LA PRIMA - Kagakuro - "Vorrei fossi la mia ombra per sempre." SI FANCULO PROPOSTE DI MATRIMONIO COME SE PIOVESSE. DAMMI. IL. FLUFF. (Puoi farla anche angst se vuoi ma POI IL FLUFF.)
La proposta è una sola e so di aver scritto in maniera un po’ atipica per me, ma mi son divertita così tanto che va bene lo stesso XD
Kagami dall’America ha preso un sacco di cose – il basket che tanto ama, il fratello che non aveva mai avuto prima d’incontrare Tatsuya, l’essere troppo rozzo per quel sistema perfetto e stratificato che è la società giapponese. Dagli Stati Uniti ha preso l’amore per il cibo da fast-food, la figura d’insegnante di Alex e così tante altre cose che elencarle è impossibile. Però si riscopre giapponese nei momenti peggiori. La prima volta è stata al liceo, quando ha passato quasi due anni tra l’esasperazione generale di tutta la squadra a cercare di capire il rapporto con Kuroko. Il suo unico termine di paragone era Tatsuya, la persona più vicina fino a quel momento, ma lui e Kuroko di simile avevano solo il suono del nome e niente di più – la sicurezza di un fratello maggiore, il crescere spalla a spalla al di fuori del campo da basket erano cose che, in un certo modo, sarebbero appartenute sempre solo a Tatsuya. Kuroko era qualcosa di diverso allora e lo è tutt’oggi, e Taiga ha impiegato un anno e mezzo di allenamenti estenuanti, sudore, lacrime e gioie per capire che Kuroko era più dell’ombra sportiva che era sempre stato prima per Aomine e poi per lui. E quando finalmente Kagami ha capito sul serio che Tetsuya era molto di più – una stretta allo stomaco quando sorrideva, un sorriso ebete quando chiamava il suo nome e tanta, fin troppa voglia di stare insieme anche a parlare di nulla – è stato tutto più difficile. Taiga non è mai stato bravo in quelle cose, come nelle dichiarazioni per cui ogni tanto i compagni venivano chiamati fuori dall’aula o simili; lui non ci aveva mai nemmeno pensato e boom, si era ritrovato in mezzo a quel casino e la cosa che faceva ridere era che il suo problema non era stato nemmeno per un attimo che Kuroko fosse un ragazzo. Ecco, in quello l’America lo aveva reso molto meno inquadrato, per così dire.
Come volevasi dimostrare – e come un po’ tutti indovinano ora che, a distanza di anni, lui e Kuroko stanno ancora insieme – non fu Taiga a fare il primo passo; se ci ripensa lo trova ancora imbarazzante, con Tetsuya che lo guardava con la coda dell’occhio quasi per controllarlo, mentre camminavano fianco a fianco, le braccia si sfioravano e Kagami fingeva che fosse assolutamente casuale. Avevano percorso la strada in silenzio, mangiato al Maji Burger con uno scambio di battute da copione – “Kagami-kun, non ingozzarti” “stho folo gufhtando il cibho” – e poi di nuovo fuori, sulla strada e con troppa gente intorno per i loro gusti. E alla fine Kuroko aveva dovuto fare il primo passo (come sempre), scegliere lui il posto adatto (come sempre), assumere l’aria di chi sta per dirti che la fine del mondo è vicina ma sa già di quanti passi spostarsi per evitarla (tu, come sempre, verrai schiacciato in pieno) e l’aveva detto. Così, senza un “devo dirti una cosa importante” o “c’è qualcosa di cui voglio parlarti”, niente di niente, l’aveva detto e basta e Kagami si era sentito un po’ idiota per troppe cose che facevano molto soap opera e poco realtà. «Mi piaci, Kagami-kun.» E se te lo dice un giapponese non ti puoi sbagliare, se lo dice un americano significa mille cose – “I like you” puoi dirlo a un amico, a tuo fratello, a uno sconosciuto che ti fa una bella impressione a pelle – ma i giapponesi no, se loro dicono che gli piaci te lo dicono sul serio, anche perché hanno settecento modi di dirlo e Kagami ancora si chiede come cavolo facciano a non sbagliarsi mai e boh, a dire per sbaglio alla nonna del proprio migliore amico “signora la amo” anziché “signora, la amo (sottinteso: la sua cucina, bell’arredamento, ci avrei messo un po’ di giallo in più ma tutto sommato è ok)”. Si è sempre rifiutato di descrivere quel momento, un po’ per riservatezza sui propri sentimenti e un po’ perché c’è qualcosa di davvero poco dignitoso nelle sue reazioni da shojo manga – eppure Kagami non se lo scorda, il momento di pura felicità che ha scorto nello sguardo di Kuroko quando gli ha borbottato in risposta «Anche tu.»
Da allora sono passati sette anni fatti dell’università di Kuroko, di un ritorno in America per Kagami, di basket all’estero, di relazione a distanza; di un’estenuante lotta con la tecnologia per le videochiamate, di molti “mi manchi” e tanti viaggi culminati con un “voglio tornare in Giappone”, che era più un “voglio tornare da Kuroko”, che per Kagami ha sempre significato “voglio tornare a casa”. Non si è mai immaginato un proprio spazio condiviso con Tetsuya – o meglio lo ha vissuto, ma l’altro era sempre stato ospite ed è diverso dall’avere una casa insieme. Principalmente significa tante cose stupide, dettagli di convivenza che gli mettono addosso un’euforia infantile, come quando ha capito che Kuroko sarebbe rimasto fuori dalla sua cucina almeno finché Taiga lo avesse ritenuto necessario per la sopravvivenza di entrambi. Ora vivere con Tetsuya è una realtà perfetta nella sua imperfezione e un meccanismo collaudato in ogni sua parte; a Kagami piace quando sono entrambi in cucina e si muovono ognuno per le proprie cose senza intralciare l’altro, o il modo in cui riescono a fare a turno nelle faccende senza bisogno di dirselo più. Non lo dice a Kuroko, più che altro perché il pudore non è mai sparito del tutto e perché continua a sentirsi abbastanza idiota – oltre che una ragazzina del liceo, e se andava bene quando al liceo ci stava davvero, adesso magari anche no. Non gli interessa nemmeno troppo il fatto che i vicini li considerino ancora “i due studenti che dividono l’appartamento”, anziché quello che sono davvero, perché ha imparato a rispecchiarsi nella riservatezza da perfetto giapponese di Kuroko e a sentire di volere certe cose per sé. Specialmente Tetsuya. Peccato che l’unico modo di averlo per sé ufficialmente sia qualcosa che non sa assolutamente come approcciare.
Fa il grave errore di chiedere aiuto, e per un attimo pensa che il peggio sarebbe stato chiedere a Ahomine; ma mentre aspetta come un’anima in pena fingendo una nonchalance che non gli appartiene lì sul divano, Taiga decide che no, il fondo lo ha toccato rivolgendosi a Kise ho-l’aria-di-un-appassionato-di-drama-stucchevoli Ryouta. Ripercorre mentalmente la serie di proposte di quel cretino di un pilota d’aerei – Kagami vuole dimenticare per sempre l’accenno a un locale di Parigi che, se ha ben capito, avrebbe significato più cose fisiche che altro e che nemmeno ricorda perché sia finito in mezzo al loro discorso –, reputandole tutte in qualche modo inadatte. Ci guadagna un principio di nevrosi che non migliora quando la porta dell’appartamento viene aperta e lascia entrare l’unica altra persona che ha le chiavi, ossia l’unica che Taiga non si sente ancora pronto a vedere al momento. Nigou zampetta verso il suo padrone e gli fa le feste, guadagnandosi delle carezze mentre un «Sono a casa.» raggiunge Kagami – è finita, deve rimandare, assolutamente. «Bentornato.» vorrebbe dirlo per bene ma lo bofonchia, vorrebbe suonare naturale ma si rende conto persino lui che sembra gli sia morto il pesce rosso o qualcosa del genere; ovviamente a Tetsuya non sfugge e tutto, da Nigou alla giornata di lavoro che ha appena concluso, passa in secondo piano nel breve tempo che impiega a passare dall’ingresso al divano. Non si siede ma lo sguardo è immediatamente su Kagami, che cerca di decidere cosa sia peggio tra fare il finto tonto – ben conscio di non saperlo fare bene quanto servirebbe – e l’ostinarsi a guardare un programma che non sa nemmeno cosa sia. Alla fine guarda Tetsuya e basta, perché fingere non gli piace, perché sarebbe inutile, perché non è da lui. E una volta che lo vede sa che in fondo non sarà mai convinto del modo in cui vuole dirgli di restare con lui per sempre, di essere più dello “studente con cui divide l’appartamento” anche se i vicini continueranno a pensare che sia solo quello e – perché no – di avere al dito un anello solo per loro due. Sa che non si sentirà mai sicuro del modo perché le romanticherie da film sono roba per Kise, non per lui, e qualunque sia il modo barbaro in cui Ahomine potrebbe chiedere una cosa del genere di sicuro non fa totalmente per Kagami. Dopo sette anni insieme, si dice mentre si alza e guarda Kuroko, non è poi tanto importante come lo dice, forse; basta dirlo. Crede. Suppone. «Vorrei fossi la mia ombra per sempre.» lo sputa fuori prima di rendersene conto, prima di pensare e si maledice in modi che non credeva nemmeno di conoscere perché, sul serio?!, non ha idea di come gli sia uscita. Tetsuya lo sta guardando e apparentemente non sta cambiando espressione, il che vuol dire che o non ha capito o non si capacita di tanta qualsiasi-cosa-sia da parte di Kagami. Taiga lo guarda, deglutisce e inutilmente cerca una buona motivazione per quello che ha pronunciato – ma la verità è che non la trova e allora fa l’unica cosa che sa fare bene, da bravo americano acquisito: straparla. «Non parlo del basket.» si affretta a dire, ma ovviamente ci ripensa «Cioè va bene anche nel basket, insomma non è che conto di smettere ancora e poi abbiamo in sospeso l’ultimo tre contro tre con Ahomine!» non è pertinente, ma meglio chiarire, si dice. Sbuffa d’impazienza un po’ per tutto, compreso Nigou che scodinzola intorno a loro e li guarda e lo fa sentire ancora più idiota. «Voglio dire» riprende con calma, o quella che pensa sia calma, va bene lo stesso ormai «stare insieme. Come al liceo—» che poi è come gli ultimi anni, ma sembra troppo preso a pensare qualsiasi cosa di socialmente utile per rendersene conto; porta una mano a grattare la nuca, a disagio perché non sta arrivando al punto. Manda tutto mentalmente al diavolo e decide che anche se è imbarazzante deve provare almeno a spiegargli che quando parla di “essere la sua ombra” non intende sottolineare quanto Kuroko sia ancora per lo più invisibile a chi non è abituato a percepire la sua presenza, né che vuole che lui viva alla sua ombra in senso stretto del termine – più che stretto dispregiativo, ma è abbastanza sicuro che Tetsuya non gli farebbe mai il torto di crederlo così meschino. Kagami vorrebbe spiegargli almeno che è solo una specie di metafora, che per quanto lo riguarda lui è luce, fioca e difficile da notare magari, ma è pura luce e lo è sempre stato; vorrebbe solo fargli capire che dice “ombra” perché Kuroko si è definito così e dirlo gli ricorda il primo incontro, il primo allenamento, la prima partita – il primo bacio e tutto ciò che di “primo” Kuroko ha avuto da lui e di lui. Taiga dimentica sempre che Tetsuya è imprevedibile, però. Come adesso, che è a un passo di distanza da lui senza che se ne sia quasi accorto e lo guarda, da sotto in su, con quell’espressione che ancora oggi dopo sette anni gli riesce difficile interpretare a volte. «Mi stai chiedendo di sposarti?» lo pronuncia esattamente come gli ha chiesto di stare insieme, come gli ha detto che gli piaceva: Kuroko ha ancora un’aria calma e imperturbabile (o presunta tale), come se non avesse detto qualcosa di importante o come se non avesse appena causato a Kagami una sorta di infarto che si conclude nel peggior modo possibile – nessuna parola dolce, niente di niente se non un quasi brusco «Sì.» che lo imbarazza, certo, ma non lo rende proprio il fidanzato dell’anno quanto a proposte di matrimonio. Sente gravare addosso il peso dello sguardo di Tetsuya, ancora in silenzio, e di una specie di ilare e catastrofica – entrambe, sì – fine del mondo che sembra voglia abbattersi su di lui da un momento all’altro senza che Taiga possa farci nulla. Quasi si aspetta di vedere Kuroko spostarsi di un paio di passi, quelli famosi con cui l’altro sembra poter evitare tutto e lasciare che niente lo smuova o lo tocchi, addirittura. E Kuroko muove un passo, sì, ma in avanti; va a poggiare la fronte contro il petto di Taiga e tace, a lungo, fino a che Kagami non inizia a chiedersi come dovrebbe interpretare esattamente la cosa e Tetsuya pronuncia un: «Mh.» a cui l’altro abbassa lo sguardo. Allora le nota, per puro caso: le orecchie di Kuroko sono di un rosso che con la pelle chiara si nota così tanto che persino Taiga non ha dubbi in merito – imbarazzato, è qualcosa che difficilmente ha potuto associare negli anni al suo compagno e invece ora è lì, palese per i suoi occhi. Gli scatena un moto di tenerezza che lo porta a circondarlo con le braccia e tenerselo addosso, in un gesto pieno di affetto e di devozione; quasi gli scappa di parlare in inglese, di rifilargli una frase che sarebbe perfetta, una presa in giro non troppo crudele ma divertita e divertente, bonaria, che in giapponese non sa rendere in alcun modo. La manda quasi giù insieme a un po’ del nervosismo che non è ancora del tutto sparito. «Era quello che intendevo.» rimarca con un sbuffo leggero per non aver, a conti fatti, articolato la cosa come avrebbe voluto; soprattutto, senza l’aiuto della persona a cui voleva rivolgersi nel modo perfetto che forse non ha trovato perché non esiste e basta. «Sei uno stupido, Kagami-kun.» pronuncia, e Taiga ride perché erano anni che non lo chiamava più così, con quel monito da “stai dicendo una cosa idiota e sarai punito per questo”. Ride perché sente che c’è imbarazzo, ma anche felicità, quella che scorge nel piccolo sorriso che dalla sua posizione intravede per puro caso. Dopotutto, si dice mentre lo stringe e gli posa un bacio sulla tempia che sembra più che altro roba da bambini, si è sempre trattato di piccole, immense fortune con Kuroko: averlo vicino, scorgerne i rari sorrisi, amarlo ed essere amati. Un po’ come quando arriva la fine del mondo e la eviti, spostandoti solo di un paio di passi.