Conversazione con Muta Imago
Francesca Giuliani: Come è nato il progetto "Art you lost?"?
Muta Imago: "Art you lost?" è nato da un'esigenza e una situazione specifica: la chiamata del Teatro India. Quando abbiamo deciso di rispondere alla chiamata del teatro di Roma, la questione primaria fu come rispondere rispetto a un luogo così importante per la città, un luogo che ha sempre disatteso le nostre richieste e che è sempre stato espressione di tutto quello che avremmo voluto rappresentasse ma che non rappresentava. Il Teatro India è un luogo architettonicamente molto particolare, portato a lavorare sul contemporaneo. Viene considerato periferico ma non lo è; geograficamente, rispetto alla città, è un luogo strategico che offre delle possibilità inaspettate. Sembra un luogo nato per la ricerca ma dove la ricerca non è mai stata fatta. Era l'occasione giusta per dare un segnale rispetto a questo luogo. L'altro problema è il rapporto tra il teatro e le persone, rispetto al quale noi ci stiamo interrogando da tempo. Già con "Una settimana nella vita" ci siamo posti tante domande su come riallacciare questa relazione ed è stata un'esperienza quasi contemporanea a "Art you lost?". Qui l'incontro è avvenuto, inizialmente, su una base più politica, cioè la necessità di riattivare un luogo che deve tornare alle origini focalizzandosi su un particolare tipo di lavoro teatrale, che non sia esclusivamente "teatro". L'accordo tra le compagnie c'era da un punto di vista ideale. Avendo bene presente l'obiettivo, la natura del progetto è stata sempre condivisa.
Francesca Giuliani: Sul luogo. Cercare e scoprire un luogo, osservarlo e trovare un modo per attraversarlo. Come è avvenuto l’incontro con la scuola di Santarcangelo?
Muta Imago: Qui, alla scuola di Santarcangelo, è stato ancora più intenso perché è un luogo ancora più carico. L'edificio scolastico ha già tutto un suo portato e questo è un aspetto interessante per un progetto che vuole entrare in relazione con un luogo. Inizialmente la scelta della scuola è stata anche sottovalutata; per me, invece, questo avrà in futuro un ruolo fondamentale perché apre delle questioni importanti. Ci ha offerto tanto di più questo luogo perché ha già impressa, al suo interno, una memoria, una presenza di ricordi, di riferimenti e connessioni personali. Tutto il portato della scuola si va ad aggiungere al percorso delle persone. Il luogo risveglia e noi procediamo per risvegliamenti, quindi la scuola è intensa, è carica emotivamente. L'India era un è procedere dentro, sempre più all'interno. Qui, gli ingressi, l'entrata e l'uscita, sono diversi: le persone quando escono non capiscono bene che percorso hanno fatto. Si esce sulla piazza e ciò dà un senso di avanzamento. Lavorare in questo luogo, che normalmente ha un'altra funzione, per diventare il percorso di "Art you lost?" è stato importante.
Francesca Giuliani: Creare una comunità che si riconosce attraverso la condivisione e la successiva identificazione di memorie sconosciute: come avete lavorato alla costruzione del percorso che viene attraversato dagli spettatori?
Muta Imago: La questione tempo è centrale. Il tempo ti da la dimensione con cui riesci a guardarti, ricostruisce la possibilità per te di guardarti. Anche il percorso è un guardarsi al passato, a un te stesso nel passato: è un'occasione per guardarti indietro. Ci sono vari appuntamenti durante il percorso che sono azioni in cui tu puoi guardarti indietro, collocarti al passato. Se noi ci collochiamo in una dimensione temporale riusciamo a guardare la nostra vita con un altro sguardo e questo aggiunge tanto alla riflessione su di sé. Il fatto di rimandare l'opera a un anno immette un altro elemento: il futuro. Lasciando l'oggetto e la possibilità di tornare il prossimo anno al festival, lo "spettatore" si mette in una dimensione di immaginazione di se stesso fra un anno che è già una riflessione differente su se stesso, su quello che vuole, che vorrà fra un anno, dove sarà, chi sarà. Saremo tutti di nuovo qui? Questa ulteriore dimensione temporale, "fra un anno", è un'occasione interessante.
Francesca Giuliani: Quanto del progetto Art you lost? è presente, se è presente, all'interno del vostro percorso artistico come compagnia?
Muta Imago: Per me "Art you lost?" è un progetto molto importante, che sento tanto mio e che si inserisce in una dimensione più ampia di lavoro iniziata già con "Una settimana nella vita". Paradossalmente mi chiedo: "come riporto ora tutto questo nello spettacolo?" Come Muta Imago stiamo lavorando su uno spettacolo che debutterà a novembre e che è partito in contemporanea ad "Art you lost?". Stiamo lavorando sullo sguardo di una giovane blogger egiziana che sta documentando e registrando i fatti di Piazza Tahrir. E' una cosa estremamente viva perché non appena abbiamo iniziato a lavorare al progetto sono iniziati gli scontri. La realtà è quindi improvvisamente cambiata. Per me "Una settimana nella vita" e "Art you lost?" aprono una questione, della quale Io e Riccardo sentiamo un'urgenza, che è quella di riaccendere una relazione. E' una questione di vicinanza: stare più vicini alla materia e rimettere l'artista nel mondo con uno sguardo artistico non ideologico o politico ma con uno sguardo che si renda disponibile a un incontro. Con "Una settimana nella vita", a livello di dimensione, il rapporto è stato di uno a uno, artista-"spettatore": era un esperimento di vicinanza estrema, un lavoro sullo sguardo, su dove e come devo guardarti e guardarmi. Io quando mi relaziono al mondo devo allontanare il mio pregiudizio, devo aprire la mia testa e fare in modo che quello che leggo del reale sia sgombro da ogni mio pregiudizio morale, estetico, politico. Mi metto in relazione e imparo di nuovo a guardare. In "Art you lost?"la dimensione si fa collettiva, in larga scala e infatti è un progetto condiviso, aperto. Quello sguardo prossimo, di profondo ascolto, diventa un ascoltare tutta la città: ascolto mille persone e le rendo "autori". Il piccolo, il gesto, l'ultimo sms, le cose quotidiane diventano importanti perché le nostre piccole traccie fanno parte di noi e quindi rientrano in un qualcosa di più grande. L'oggetto non è solo l'oggetto ma è qualcosa che ha fatto parte di te e che continua a racconta di te: diventa importante in una dimensione quasi universale ma in maniera inconsapevole perché noi non ne abbiamo percezione. Non è l'importanza del quotidiano ma è come i piccoli elementi quotidiani riescono a diventare racconto di te.