Dove il tempo si dissolve e lo spazio si apre. Nella Madeleine di Stefania Tansini
Ieri all'Arboreto abbiamo assistito alla prova aperta del nuovo lavoro di Stefania Tansini, ospitato nel contesto del Santarcangelo Festival.
[ph. Chiara Mannucci]
La scena si apre su una black box vuota. Una luce quasi naturale attraversa il nero, come se il teatro, per un istante, si lasciasse abitare dal giorno.
Una figura taglia improvvisamente lo spazio. Tiene una sedia in mano, avanza decisa, poi si ferma, torna sui suoi passi. Il gesto sembra già accaduto, o forse sta accadendo per la prima volta. Poco dopo quella figura si moltiplica: una seconda presenza la segue, poi una terza. Stessa divisa blu, stessa sedia, stesso portamento, stessa ostinazione. Sono Stefania Tansini, Lucia Sauro e Liliana Benini: tre corpi che entrano nella scena come in una fenditura del tempo.
Da lì in avanti Madeleine sembra abitare un glitch sottile: qualcosa ritorna, ma mai identico; qualcosa si ripete, ma ogni volta lascia una traccia diversa. I corpi custodiscono il passaggio appena avvenuto, ne trattengono il residuo. La scena non procede: si piega, arretra, ricomincia. Le sedie si spostano, le traiettorie si rincorrono, lo spazio stesso pare sollevato e riposato altrove dal movimento che lo attraversa.
[ph. Pietro Bertora] A un certo punto le danzatrici scostano le tende, aprono le finestre, e dietro la scatola nera appare il bosco. Non come paesaggio, ma come memoria: qualcosa che era già lì, fuori e dentro la scena, in attesa di essere visto. Escono, rientrano, e ogni ritorno riapre il loop, come se il presente fosse solo una superficie fragile sotto cui premono altri tempi.
Anche lo spazio, come il tempo, subisce la trasformazione prodotta dal passaggio dei corpi. Il linoleum viene piegato a metà, come un nastro che si riavvolge per poi avanzare di nuovo: quasi come prima, ma già un poco diverso. La scena si lascia manipolare, trattenere, ripiegare. Diventa materia mobile, memoria fisica, superficie attraversata.
La danza non racconta un ricordo: lo fa accadere nel corpo. Lo lascia emergere per frammenti, per posture, per scarti minimi, per improvvise intensità. Come nella memoria involontaria di Proust, non c’è una prova logica, ma un’evidenza sensibile: qualcosa affiora senza spiegarsi, e proprio per questo sembra vero.
[ph. Pietro Bertora]
Poi qualcosa cambia, nel secondo frammento che ci viene mostrato.
La ripetizione si incrina. Le tre figure non sembrano più appartenere allo stesso piano. Una si perde in una danza lieve e palpitante, quasi pacificata, come se abitasse un tempo interiore. Un’altra pare già sospinta altrove: esce e rientra tenendo stretta a sé una materia molle, simile a interiora esposte, che porta il corpo fuori da ogni compostezza. La terza abita quella stessa soglia e, nel tentativo di liberare quel corpo attorcigliato a terra, stride con la voce e con il gesto.
È come se il teatro si fosse sdoppiato in due spazi simultanei: uno interno, trattenuto, quasi mentale; l’altro esposto, doloroso, attraversato da qualcosa che non può più restare nascosto. Non è più soltanto il tempo a slittare. È lo spazio stesso che si apre in una distanza.
In questa seconda parte la bellezza del movimento non consola. Resta accanto a qualcosa di più ambiguo, più affilato. Nei corpi appare una grazia che non cancella il dolore, ma lo attraversa. La dolcezza del ricordo d’infanzia evocato da Proust sembra rovesciarsi in una materia più scura, più fisica, quasi terribile. Le figure continuano a muoversi, ma portano addosso un peso diverso: una memoria che non è solo ritorno felice, ma anche perdita, attrito, esposizione.
In mezzo a tutto questo, la struttura sonora di Enrico Malatesta lavora accanto ai corpi. Non li accompagna soltanto: li attraversa, li spinge, li sospende. E quella luce, prima quasi naturale e poi leggermente oscurata, apre soglie, produce contrasti, rende visibile il passaggio tra ciò che resta e ciò che svanisce.
[ph. Pietro Bertora]
In questo nuovo lavoro di Stefania Tansini il tempo non è una linea che scorre fuori dai corpi, sembra piuttosto prendere forma nel momento stesso in cui viene attraversato: da ciò che ritorna, da ciò che si perde, da ciò che ancora preme per accadere. Non passa soltanto. Si deposita. Incide. Riemerge come un gesto che sembrava finito, come una postura che riappare, come una stanza che il corpo continua ad abitare anche dopo averla lasciata.
Rovelli scrive che «siamo parte di una rete che va molto al di là dei pochi giorni della nostra vita e dei pochi metri quadrati dove muoviamo i nostri passi». In Madeleine questa rete sembra farsi visibile nel movimento: ogni corpo porta con sé più tempi, più stanze, più memorie. Tutto pulsa in una simultaneità fragile, come se il tempo non fosse un passato, un presente, un futuro ma una materia prodotta dalla danza e dal suo farsi in scena davanti a noi.
MADELEINE
progetto, coreografia Stefania Tansini danza Stefania Tansini con Liliana Benini, Chara Kotsali, Alice Raffaelli, Lucia Sauro drammaturgia sonora Enrico Malatesta luci Elena Gui costumi Chiara Venturini, Stefania Tansini organizzazione, promozione Federica Parisi consulenza alla produzione Chiara Boscariol co-prodotto da Nanou Associazione Culturale, Orbita | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza con il sostegno produttivo di Fondazione Teatro Grande di Brescia, Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia | Festival Aperto, Centro Nazionale della Danza Virgilio Sieni, FREE SEED - sconfinamenti / Mosaico Danza con il supporto di Étape Danse | network di Festival Interplay/Mosaico Danza (IT), Fabrik Potsdam (DE), Bureau du Théâtre et de la Danse (DE), La Briqueterie CDCN (FR) in partnership con Lavanderia a Vapore / PDV e Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino, ResiDance - azione del Network Anticorpi XL (Lavanderia a Vapore, I Teatri di Reggio Emilia | Festival Aperto, L'arboreto - Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna, CSC - Centro per la Scena Contemporanea / Operaestate Festival), Lavanderia a Vapore / PDV, Oriente Occidente, Fondazione Armunia
in collaborazione con L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino | Centro di Residenza Emilia-Romagna











