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Gylve Nagell core
Il fascino di Nordavind è direttamente proporzionale al suo status di disco naïf ed è inversamente proporzionale a tutto quello che può rientrare in una “bellezza oggettiva”.
Per quanto la bellezza non sia affatto oggettiva, vorrei far rientrare dentro queste virgolette tutta una serie di considerazioni come: una buona produzione, una certa innovazione, una buona solidità che rimane nel tempo, una prodotto che gode della ricontestualizzazione ecc… Insomma tutte quelle cose che, sia che stiano all’interno del nostro cuore più impavido che nel nostro cervello più calcolatore, rendano grazia al prodotto in questione.
Ecco, se il cervello calcolatore potesse parlare, a quindici anni di distanza da questo album, lo etichetterebbe come uno scherzo. Melodie piene e tronfie che accompagnano cori sbronzi delle più becere tradizioni montanare. Le voci di Fenriz e Satyr sfiorano spesso il ridicolo e Kari è l’unica fata eterea che riesce a stupire l’ascoltatore.
Tutto si può riassumere come un gran colpo di fortuna, soprattutto per noi non-scandinavi: abbiamo visto nei nordici quegli stessi esotismi che mietettero vittime nell’Europa del XVIII secolo. Quindi quando i nostri folletti che sembrano ruttare fra un boccale e l’altro diventano qualcosa di grottesco; poi, come a tutti gli spiriti del bosco o della notte, imprevedibili e manipolatori dell’inconscio, gli si incomincia a tributare rispetto; li si lascia gozzovigliare nei loro angoli; li si lascia brancolare nelle loro zone d’ombra. Tutto sommato non sono un esercito armato e sono esseri che si nutrono della nostra superstizione e noi, grazie a loro, scopriremo e indagheremo uno dei nostri lati oscuri; il nostro atteggiamento e le nostre reazioni.
Ed ecco che dal cervello si passa al cuore.
Ascoltai Nordavind la prima volta al rientro da scuola, secondo liceo. All’epoca c’era una ragazza metallara di Deruta, una di quelle “che ne sa un casino”. Lei non mi conosceva e io la bramavo a distanza con timorosa riverenza. Non so come mai ma fra metallari, all’epoca, c’era una sorta di gerarchia che veniva rispettata senza essere impartita da nessuno. Il novizio teenager si avvicinava sempre con timore al più anziano, anche se con uno scarto di due o tre anni di età (cazzate, a pensarci ora). Ma quello scarto di età erano gli anni di formazione che per un teenager sembravano secoli; e questo indipendentemente dall’essere metallaro. Quindi, col passaparola dell’epoca feci arrivare alla misteriosa guardiana dell’oltretomba una cassetta TDK su cui chiesi espressamente (ma sempre con umiltà) Stormblåst dei Dimmu Borgir e, come di consuetudine, il lato B andava riempito a piacere. E su quel lato B lei ci registrò Nordavind. Fino a poco tempo fa, quando ancora ascoltavo il CD registrato (prima di comprare l’originale), ci potevo sentire le imperfezioni di quel nastro e i salti di quella cassetta, riavuta indietro nel 2001.
E quindi, a distanza di anni, ogni volta che riascolto “Oppi Fjellet” o “Villeman”, se da una parte esce quel sorriso dato dalla forma più infantile e stupidina dell’album, sopra descritta, dall’altra mi si schiuderà sempre il cuore a causa del tuffo nel passato.
Nulla è cambiato: Nordavind è un disco folk suonato con gli strumenti metal. Non è heavy metal né black metal, anche se è una riconoscibilissima stella di quest’ultimo firmamento. È un album che può avere un piede negli Isengard di Høtmørke e l’altro piede nei The Gathering ma decisamente con meno perizia tecnica. I riff si possono sempre fischiettare o cantare e se lo fate usciranno pare pare le stesse voci di Satyr e Fenriz. Sembra un paradosso ma potrebbe perfino sembrare un disco punk-oi rallentato; e allora quando i fumi dell’alcol sono aumentati è un attimo che si inizia a strizzare l’occhiolino al nazionalismo dei nostri che, fra un riff e un urlo giocano ogni tanto a fare i piccoli nazisti; e, anche se tutto è un gioco, chissà dove arriva in fondo questo gioco ?! Ma continuiamo a limitarci alla musica, anche se il piccolo parallelismo paradossale con il punk-oi (però, in questa versione, decisamente più a destra rispetto alla tradizione), non è proprio buttato a caso.
In passato, però, prestavo molta più attenzione alla prima parte dell’album, quella più casareccia, quella che andava a stimolare sia quella voglia far parte di un Nord Europa lontano che la voglia di arricchire la colonna sonora fatta di vino e salsicce all’aperto.
Ora è interessante riscoprire la seconda parte dell’album, che è quella più malinconica. Immortale e immutata nel tempo è “Noregsgard” (sorella gemella di “Quintessence“ dei Darkthrone), che nonostante tutte le micro-imperfezioni sopra descritte rimane un monumento di malinconia e grandezza: sempre da pelle d’oca sia le voci di Kari, che gli strumenti a fiato e, dulcis in fundo, quando i due figuri cantano insieme. “Lagt Borti Lia” sembra una marcia funebre di cui “Lokk” è l’ultimo soliloquio cantato dalla valchiria al caduto guerriero.
L’ intro e l’outro potrei ascoltarli all’infinito e all’infinito si proietteranno nella mia testa i fotogrammi di tutto questo album, così maledettamente infantile, così tremendamente affascinante.
This man never fails to cheer me up.