Metafisica del nascituro
Finalmente ne siamo in possesso. L’ultimo articolo del professor Ridodeglianziani: uno scritto inedito, mai pubblicato, introvabile, in cui il prof sceglie di misurarsi con il problema dell’inizio vita. È un testo singolare, con passaggi dai toni scorbutici, insofferenti; esempi puerili accanto a disquisizioni di indubbio spessore filosofico; tanto rigore e tante parolacce. C’è chi vi vede i primi segni di quel disturbo bipolare che lo accompagnerà sino alla morte. D’altra parte la sua avventura di professore liceale era già finita: espulso per apologia di coerenza, incitamento alla democrazia, pernacchia. Riportiamo l’articolo in forma integrale, consci di rendere un servizio prima alla ragione, e poi al suo cognome.
Sembra che l’uomo non sappia più cosa sia la vita. Davvero. Millenni di analisi concettuale sembrano franare sotto gli scetticismi e i relativismi; gli scientisti si comportano in modo strano: abdicano il loro supporto alla scienza proprio quando questa contribuisce a dissipare dubbi fondamentali. Perché è vero, la scienza da sola non può dirci cosa sia la vita. Non può definire cosa sia una persona. Ciò che può fare però, ed il suo ruolo è determinante, è osservare le varie fasi della formazione materiale di quell’organismo che il pensiero ha classificato come ‘essere umano’. Di questa particolare branca della scienza, che è la biologia, ne vedremo l’importanza. Partiamo però da Aristotele, che nel IV secolo a. C. scriveva:
“Le cose invece, che hanno in sé il principio della generazione saranno in potenza per virtù propria, quando non vi siano impedimenti provenienti dall’esterno. Lo sperma, ad esempio, non è ancora l’uomo in potenza, perché deve essere deposto in altro essere e subire mutamento; invece quando, in virtù del principio suo proprio, sia già passato in tale stadio, allora esso sarà l’uomo in potenza. Nel precedente stadio esso ha bisogno di un altro principio” Met. Θ 7, 1049a 13-18.
Il passo si riferisce alla distinzione tra cose che hanno il principio di generazione fuori di loro e cose che hanno in sé tale principio. Aristotele ha scelto due esempi semplici: una casa è in potenza quando nei suoi elementi materiali non ci sia nulla che le impedisca di diventare tale, e non vi sia nulla da aggiungere o sottrarre. Affinché la casa si realizzi però, non solo è necessario che non vi sia impedimento esterno, ma è indispensabile anche l’azione del costruttore. Dunque il principio di generazione è esterno. L’altro esempio è quello riportato nel passo: l’unica condizione affinché si dia un uomo è che non vi siano impedimenti esterni. Ora si comprende in quale senso l’ultima parola resti di diritto alla filosofia: la biologia dell’antica Grecia era senza dubbio più rudimentale della nostra, ma già distingueva tra sperma e ovulo fecondato. Tuttavia le sole nozioni di biologia non bastano ad elaborare e circoscrivere il concetto di ‘vita’. Le nozioni di potenza ed atto, assieme a quelle di elemento e composto, non solo guidano segretamente l’indagine biologica, ma sono le uniche a cui abbiamo il diritto di appellarci in ultima istanza. Oggi noi sappiamo che la condizione materiale necessaria affinché si possa sviluppare un essere umano è l’unione di due gameti. Ciò che risulta da questa unione è una cellula diploide, la quale contiene già tutta l’informazione genetica necessaria allo sviluppo di un essere umano. Se riconosciamo come vera questa piccola scoperta scientifica, possiamo dimostrare l’insostenibilità di queste due affermazioni:
1. non possiamo dire quando inizi la vita 2. l’embrione è solo vita umana in potenza, non vita umana
Discussione della prima tesi: l’argomento della torta
“..soprattutto in filosofia, in cui è infuriata per lungo tempo una disputa, alla sua base non vi è mai stato un problema di pure e semplici parole, ma sempre un autentico problema di cose”. Forti delle parole di Kant, cerchiamo di dissolvere le posizioni dei troppo dubitanti. Non è vero che non possiamo dire quando inizi la vita umana. Non solo, in questo caso la nostra “titubanza” può avere conseguenze pericolose: se non sappiamo quando inizi, non possiamo nemmeno dire quando sia in corso. Esemplifichiamo, proprio come ci insegnò Aristotele: supponiamo che lo sperma sia il cacao e l’ovulo sia la farina. Il cacao e la farina possono, se mescolati, dare origine ad una torta. Noi chiamiamo quel particolare composto di cacao e farina ‘torta’ – cosa che non facciamo nel caso dei due entità elementari che la compongono. Il cacao non differisce dalla torta né qualitativamente né quantitativamente; tra i due vi è prima di tutto una differenza essenziale: ciò vuol dire che mentre il cacao è un dato primitivo, la torta è un dato derivato. Non possiamo pensarli come continui: il cacao, anche nelle migliori condizioni, non diviene torta; “…ha bisogno di un altro principio”. Se butto del cacao non sto dunque buttando una torta. Trasposto: tra il gamete maschile e lo zigote formato vige un rapporto di composizione, ossia un rapporto discontinuo. La nozione di ‘fusione’, che è una particolare declinazione della nozione di ‘composizione’, ci impone quindi di distinguere lo zigote dal gamete. L’esempio mostra il peso del ‘monito’ di Kant: non importa quali nomi diamo a queste piccole realtà; in qualunque modo le denominiamo, le dobbiamo rapportare secondo le nozioni di ‘elemento’ e ‘composto’, di ‘primitivo’ e ‘derivato’.
Discussione della seconda tesi: ‘potenza’ e ‘atto’
La tesi di solito è enunciata così: “l’embrione non è ancora vita umana; può diventarlo, ma non lo è”; alcuni vi aggiungono molti punti esclamativi, e per sbaglio qualche ‘1 ’. Ripartiamo dall’inizio: come abbiamo già notato, tra ‘atto’ e ‘potenza’ non c’è discontinuità. Mentre tra gamete e zigote il rapporto è di composizione, ed è dunque discontinuo, tra zigote e ‘uomo’ il rapporto è continuo. Infatti lo zigote non ha bisogno di “un altro principio” per divenire uomo. La biologia ci dice infatti che lo zigote, mantenuto in condizioni idonee (che in termini aristotelici significa: “quando non vi siano impedimenti provenienti dall’esterno”), si sviluppa da sé; diviene ‘uomo’. Riprendiamo l’esempio della torta: affinché questa sia ben cotta, divenga “adulta”, è necessario un ambiente idoneo: un forno. Eppure la torta non è composta di cacao, farina e forno. Il forno è solo una condizione esterna favorevole. Per cui segue, come voleva Aristotele, che l’embrione sia uomo in potenza. Ma che sia uomo in potenza non vuol dire che non sia vita umana - e questo perché la classe ‘uomo’ rientra nella classe più grande ‘vita umana’. Vi rientrano lo zigote, il feto, il bambino e dunque l’uomo; queste sono infatti fasi di sviluppo, non elementi di composizione. Definiamo ‘fase’ ciò che non è pensabile come esistente al di fuori della serie di cui fa parte. Questo la distingue dall’elemento, che invece è pensabile come esistente al di fuori del composto. La fusione di uno zigote e di un adolescente non dà come risultato un uomo – e questo perché noi circoscriviamo dei momenti di un quel continuum (serie) che è la ‘vita umana’, che in quanto tale non ha soluzione. Da ciò segue che l’embrione sia vita umana, sebbene non sia ancora né un adolescente né un anziano. E segue anche questo: che se non si può dire che l’embrione sia vita umana, allora non lo si può dire nemmeno dell’uomo. Spiegata la pericolosità della “titubanza”. Qui risuonano ancora le parole di Kant: noi possiamo denominare le varie fasi della vita in qualunque modo (“persona”, “uomo”, “individuo bipede”, etc.), ma dobbiamo rispettare le nozioni ontologiche di cui ci serviamo: elemento e composto, potenza e atto, fase e serie, classe e sottoclasse. Se da una parte è necessario disarmare i convenzionalisti della misera arma dell’arbitrarietà delle definizioni, dall’altra è doveroso richiamare l’attenzione sulla precisione con cui il pensiero filosofico e scientifico hanno distinto i loro concetti.
Ho scritto una marea di cazzate. Ne ho scritto talmente tante che non ho voglia di rileggerle. Sono solo un pover uomo, un coglione. Spero che un Genio Maligno mi procuri un ictus qui, ora che sono al mio tavolo, in vestaglia, seduto accanto al fuoco.
Ovidio Ridodeglianziani










