buon venerdì da radiofriday,,
quando provi a guardare dentro a una persona, puoi trovarci molte cose.
di solito un sacco di parole. dei vuoti a perdere.
parure di desideri a bagno maria.
quando riemergi, di solito ti rimane addosso una sensazione.
tutte le persone possono essere riassunte in una frase, in un'atmosfera. un'immagine, una canzone.
quando provi a guardare dentro a un genitore, rischi di trovarci dentro anche pezzi di te.e l'immersione si fa più difficile, disturbata da una specie di riverbero sull'acqua, tipo parlare con qualcuno con il viva-voce che ritorna in cuffia e l'eco delle tue stesse parole a ostacolare il discorso.
forse per quello le immagini sono più complicate da spiegare.
vediamo, lei è quel colore senza nome che vedi dietro alle palpebre chiuse nei giorni di sole.
non so se esiste, ma dovrebbero darglielo un nome. ci sono nomi per un sacco di colori che non hanno senso: ossidiana e tortora per esempio.
ecco, se finalmente lo inventassero un nome per quel colore, lei sarebbe quel nome lì. è quel colore che ti fa venire voglia di parlare e di ascoltare.
non ve lo devo neanche spiegare. è quel colore lì che tiene caldi gli occhi.
che allarga il tempo.
lui è una pagina a quadretti, scritta con l'inchiostro blu. con una penna a sfera con la punta in acciaio, in maiuscolo e maiuscoletto, ordinata e leggibile.
di quelle pagine che anche alla prima stesura sembrano una bella copia, perché sono state scritte a mente prima che sulla carta.
di quelle belle da conservare non tanto per la grafia, ma per quel segno calcato e concreto che lasciano le parole sul retro del foglio.
una di quelle pagine che trasudano risposte anche piegate a metà dalla parte sbagliata.
forse loro sarebbero queste due cose qui.
e visto che so che è un po' confuso, allora provo a guardare dentro di me.
tanto lì i riverberi li conosco. e allora torna tutto più semplice.
rivedo pezzi di loro e so cosa devo fare.
mi stendo un momento, scelgo una musica.
e scrivo una pagina a mente. con gli occhi chiusi.