OneOdio Studio Max 2 recensione: un mese in cuffia, fra DJ booth, scrivania e qualche dubbio
Le OneOdio Studio Max 2 sono arrivate a casa mia poco più di un mese fa. Le ho usate ovunque: in studio per ascoltare mix di amici producer, sulla Cupra durante i tragitti verso il campo di tiro, persino una sera mentre Dafne mi guardava con quell'aria perplessa che fa quando ho qualcosa di nuovo addosso. Ne è uscita una recensione che, più la scrivevo, più si trasformava in un mosaico di luci e ombre. Niente che si possa liquidare con un voto secco. Il posizionamento di queste cuffie è ambiguo, ed è proprio quello che le rende interessanti da analizzare. Sono pensate per DJ professionisti grazie alla connessione a bassissima latenza tramite trasmettitore dedicato. Però hanno anche una batteria mostruosa, un comparto di connettività che farebbe invidia a prodotti molto più costosi, e un look studio-oriented che le fa sembrare attrezzi seri. Il problema, come vedremo, è che non eccellono in modo univoco in nessuna di queste vesti. Sono brave a fare tante cose. Brave, non eccezionali. OneOdio non è un nome che si sente nominare ai bar, e questo è già un indizio: è un brand cinese che da qualche anno cerca di ritagliarsi uno spazio nel mercato delle cuffie da studio e DJ con un approccio aggressivo sul rapporto qualità-prezzo. Non hanno la storia di un'AKG o di una Sennheiser alle spalle, ma onestamente in questi anni hanno fatto progressi rapidi sul fronte della componentistica e dell'ingegnerizzazione. Le Studio Max 2 sono il loro tentativo più ambizioso di salire un gradino verso il prosumer. Attualmente è disponibile sia sullo store ufficiale OneOdio sia su Amazon. Mi spiego meglio nel resto del pezzo. Anzi, partiamo dall'inizio: la scatola. Unboxing: c'è dentro tutto, e si vede Prima impressione, scartando il cellophane: questa è una scatola pesante. Più di quanto mi aspettassi per un prodotto in questa fascia. La confezione è in cartone rigido nero opaco, con la grafica firmata KSHMR in rilievo lucido sul fronte. Apertura a libro, magnetica. Niente plastichine fastidiose, niente sigilli da strappare con la disperazione del pomeriggio. Dentro, le cuffie sono protette da una custodia semi-rigida sagomata, di quelle che ti aspetti su prodotti professionali da 300 euro in su. Non è bellissima esteticamente, il logo è un po' invadente, ma fa il suo lavoro. La cerniera scorre liscia, le cuffie restano ferme al loro posto grazie a una sagomatura interna in espanso. Quando l'ho aperta sulla scrivania, dietro alle cuffie ho trovato una tasca a rete che conteneva il resto del corredo. E il corredo, ragazzi, c'è davvero. Cavo jack 3,5mm dritto da circa 1,2 metri, cavo coiled da 3 metri con terminazione 3,5mm e adattatore a vite per 6,35mm, cavo USB-C per la ricarica, e soprattutto il trasmettitore RapidWill+ 3.0, una piccola unità nera grande come una scatolina di mentine. C'è anche la documentazione, ridotta a una guida rapida multilingua e un cartoncino con la firma stampata di KSHMR (l'unità promette di essere uno dei mille esemplari numerati, anche se sul mio non ho trovato un numero seriale visibile). Devo dire che la sensazione complessiva è di un prodotto che ti fa sentire di averli spesi bene, quei 190 euro. Già prima di accenderle. Il packaging conta, sempre. Lo so, in teoria non dovrebbe contare. Ma conta. Design e costruzione: solide, ma pesanti come un libro di anatomia Le Studio Max 2 sono cuffie circumaurali chiuse, con un'estetica che rimanda chiaramente al mondo del monitoring professionale. Plastica nera opaca per la scocca principale, padiglioni in similpelle imbottita, headband regolabile con cuciture rosse a vista che danno un tocco di carattere senza scadere nel pacchiano. La cucitura rossa è un dettaglio che si nota, e si nota in modo positivo (almeno per i miei gusti, che sui prodotti audio cerco sempre un equilibrio fra serietà e personalità). Costruttivamente, sono solide. L'archetto ha un'anima metallica rivestita, le slitte di regolazione scorrono con click ben definiti (ne ho contati otto per lato, simmetrici), e la rotazione dei padiglioni è quella tipica delle cuffie da DJ: 180 gradi sul piano orizzontale, in modo da poter monitorare con un solo orecchio durante il mix. La cerniera di piegatura è plasticosa, ammetto che è il punto che mi ha convinto di meno a livello tattile, però dopo trenta giorni di apri-chiudi non ha dato segni di cedimento. Il vero punto critico è il peso. La bilancia di casa segna 358 grammi senza cavo, e si sentono. Tutti. Non è una cuffia che ti dimentichi di avere in testa dopo dieci minuti, come succede con certi modelli premium della concorrenza che pesano cento grammi in meno. Le ho indossate per una sessione di lavoro di tre ore filate alla scrivania e, alla fine, sentivo proprio la pressione sull'apice del cranio. Non dolore, intendiamoci. Ma una presenza costante, sì. I padiglioni sono grandi. Grandi davvero. Mi avvolgono completamente l'orecchio senza toccare i bordi, e questo è positivo per chi ha orecchie grandi (io rientro nella categoria). Però la profondità interna è limitata, e dopo un'ora d'uso le mie orecchie iniziano a toccare la membrana interna. È una sensazione strana, di cuffia ben isolante ma non ariosa. Un compromesso comune in questa fascia di prezzo, ci ho fatto pace, ma è giusto saperlo. I controlli fisici sono concentrati sul padiglione destro: pulsante di accensione con doppia funzione per il pairing, due tasti volume, un pulsante multifunzione per play/pausa e gestione chiamate, e un selettore di modalità che cambia fra Bluetooth standard e dongle. Sul padiglione sinistro c'è il jack 6,35mm (sì, proprio sull'auricolare, chicca da studio), mentre il 3,5mm è sul destro insieme alla porta USB-C. Tutto raggiungibile a tatto dopo un paio di giorni di abitudine. Specifiche tecniche Specifica Valore Tipologia Over-ear chiuse, circumaurali Driver 45mm dinamici, Hi-Res certified Risposta in frequenza 20 Hz – 40 kHz Connettività wireless Bluetooth 5.x, trasmettitore RapidWill+ 3.0 Codec supportati SBC, AAC, LDAC (fino a 990 kbps), LC3 Latenza (con trasmettitore) 9 ms dichiarati Connessione cablata Jack 3,5mm e jack 6,35mm (separati, sui due padiglioni) Autonomia (Bluetooth) Fino a 120 ore Autonomia (dongle) Circa 50 ore Ricarica USB-C, fast charge (5 min = 5 ore) Microfoni Doppio microfono con ENC App companion OneOdio App (Android/iOS) Peso 358 g (verificato) Edizione Limited Edition KSHMR (1000 unità) Accessori inclusi Custodia rigida, cavo dritto 3,5mm, cavo coiled 3m, adattatore 6,35mm, USB-C, trasmettitore Hardware audio: 45mm con qualche idea, ma non scolpiti Il cuore di queste cuffie sono i driver dinamici da 45 millimetri. Non è una misura particolarmente esotica, ma OneOdio dichiara una risposta in frequenza estesa dai 20Hz ai 40kHz, certificazione Hi-Res Audio (il bollino dorato ufficiale, non un marketing improvvisato), e supporto LDAC con bitrate fino a 990 kbps in modalità Bluetooth. Sul fronte trasmettitore, qui si gioca la partita più interessante. Il dongle RapidWill+ 3.0 usa un protocollo proprietario che, secondo la casa madre, raggiunge i 9 millisecondi di latenza end-to-end con bitrate di 400 kbps. Per chi non mastica numeri: significa che, collegando il trasmettitore a una sorgente (PC, console, interfaccia audio, mixer DJ), il ritardo fra immagine/azione e suono percepito è praticamente impercettibile per qualsiasi orecchio umano. Sotto i 20ms si parla di latenza "indistinguibile" anche per i pro. Il trasmettitore è alimentato via USB-C, dunque va collegato a una porta USB (oppure a un alimentatore se la sorgente non ne ha una libera). Sul mio setup di studio l'ho infilato direttamente nella interfaccia audio, e per il gaming sulla PlayStation 5 nella porta USB-A frontale con un piccolo adattatore. In entrambi i casi, accensione automatica al collegamento e abbinamento già pronto out-of-the-box: niente procedure strane, niente firmware da aggiornare prima di poterlo usare. C'è però una nota da fare, ed è importante. Il dongle non è un trasmettitore "universale": funziona solo con queste cuffie (o con altre OneOdio compatibili). Quindi, se un giorno cambierò modello, dovrò ricomprare anche quello. È una scelta lock-in che ha un suo senso commerciale, ma vale la pena saperlo prima di affezionarsi all'ecosistema. I codec audio supportati in modalità Bluetooth pura comprendono SBC, AAC e LDAC. Manca aptX in tutte le sue varianti, e questo per chi ha un device Android di fascia alta con aptX Adaptive può essere un problema. Sul mio Samsung uso direttamente LDAC e la qualità si sente. Sull'iPhone, ovviamente, si scende ad AAC e qualcosa si perde. Ma di questo parlo nella prossima sezione. Una piccola digressione tecnica per chi ama capire cosa c'è sotto: il bitrate di 400 kbps del protocollo proprietario è un valore che si colloca a metà strada fra SBC standard (328 kbps) e LDAC ad alta qualità (990 kbps). Tradotto: la qualità audio in modalità dongle è ottima per tutto, ma non raggiunge il massimo teorico ottenibile via Bluetooth con LDAC. Per ascolto puro su sorgenti ad alta risoluzione, conviene usare il Bluetooth con LDAC; per uso DJ/gaming/monitoring real-time, il dongle è la scelta giusta. È un compromesso intelligente, considerato che la riduzione del bitrate è il prezzo per ottenere quella latenza ridicola. Sulla qualità costruttiva dei driver, il bollino Hi-Res Audio rilasciato dalla Japan Audio Society richiede una risposta in frequenza estesa fino almeno ai 40 kHz. Le cuffie passano questo requisito sulla carta, anche se va detto che oltre i 20 kHz l'orecchio umano non sente nulla. Più che un beneficio acustico reale, la certificazione è un indicatore di precisione costruttiva del driver, che riesce a riprodurre frequenze ben oltre il range udibile senza distorsioni significative. Un proxy della qualità ingegneristica, insomma. App companion: presente, funzionale, niente di trascendentale L'app OneOdio è scaricabile gratuitamente da Play Store e App Store. L'ho installata sul mio Galaxy il primo giorno e l'ho lasciata lì, aprendola di tanto in tanto per giocare con gli equalizzatori. Niente di rivoluzionario, ma fa le cose che ci si aspetta. L'interfaccia è minimal, fondo nero con accenti rossi che richiamano il branding KSHMR. La schermata principale mostra il livello di batteria delle cuffie (in percentuale, finalmente), il codec attivo e tre tab principali: equalizzatore, modalità di funzionamento, impostazioni avanzate. L'equalizzatore offre cinque preset (Studio, Bass Boost, Vocal, DJ Mix, Custom) più una sezione manuale con dieci bande regolabili. Ho passato un pomeriggio a smanettare e sono arrivato a un setting personalizzato che taglia leggermente i bassi sotto i 100Hz e alza un po' la regione 6-8kHz per dare aria. Funziona, le modifiche sono effettive e si percepiscono nel cambiamento. Non è un EQ parametrico professionale, ma per l'uso quotidiano basta e avanza. Una funzione che ho apprezzato è il Sound Pack KSHMR esclusivo: nell'app è presente un preset "tuned by KSHMR" che simula la firma sonora che il producer indiano-americano usa nelle sue produzioni. In sostanza è un EQ molto sbilanciato verso bassi punchy e medi spinti, perfetto per ascoltare EDM e bigroom. Ai miei orecchi è troppo aggressivo per ascolti prolungati, però apprezzo l'idea di personalizzazione. L'app gestisce anche aggiornamenti firmware (ne ho ricevuto uno il quindicesimo giorno di test, senza note di rilascio decifrabili: solo "miglioramenti generali"), riassegnazione dei tasti fisici, e un timer di spegnimento automatico. Mancano cose che su prodotti più premium iniziano a essere standard, tipo il rilevamento di indossamento o l'audio spaziale. Ma onestamente, in questa fascia non me lo aspettavo. Una piccola nota negativa: l'app ogni tanto perde la connessione con le cuffie, e devo chiuderla e riaprirla. Mi è capitato cinque o sei volte in un mese, mai in momenti critici, però è un'imperfezione software che andrebbe limata. Prestazioni e autonomia: qui sono praticamente eterne 120 ore. Centoventi. Le ho contate, perché all'inizio non ci credevo. OneOdio dichiara questa autonomia in modalità Bluetooth con codec standard, ed è una cifra che fa quasi paura. Le cuffie wireless premium della concorrenza arrancano sulle 30-40 ore, le top di gamma raramente superano le 60. Il primo ciclo completo me lo sono fatto così: ricarica completa al sabato sera, primo utilizzo lunedì mattina. Da lì ho usato le cuffie ogni giorno, fra le 3 e le 6 ore quotidiane, mix di musica, qualche chiamata, video sul tablet e una sessione gaming il mercoledì sera. Sono arrivato al venerdì successivo della settimana dopo (calendario alla mano, dieci giorni dopo) con ancora il 20% di batteria residua. Considerando che durante il test ho usato spesso LDAC, che è più energivoro, sono numeri credibili rispetto al dichiarato. Quando si scaricano, la ricarica rapida fa il suo dovere: cinque minuti di USB-C mi hanno restituito, secondo l'app, circa 4-5 ore di autonomia. Non ho la strumentazione per misurare i milliampere assorbiti, ma a sensazione il caricamento completo da zero richiede circa 90 minuti con un alimentatore da 18W standard. Tempi accettabili, niente di clamoroso. In modalità trasmettitore RapidWill+ l'autonomia scende drasticamente, ed è normale visto il bitrate più alto e il protocollo proprietario. Ho stimato circa 45-50 ore di uso reale, un po' sotto i 50 dichiarati ma comunque enormi rispetto a qualsiasi competitor. Per dare un riferimento: ho fatto cinque sessioni complete da 8 ore di lavoro/gaming con il dongle, e sono arrivato al lunedì successivo ancora con un margine. Una cosa che mi è piaciuta è la gestione intelligente dello standby: dopo dieci minuti senza segnale audio le cuffie si spengono automaticamente, e si riaccendono quando le riprendo in mano (sì, c'è un piccolo accelerometro che lo rileva). Funziona quasi sempre. Quasi. Un paio di volte le ho dovute riaccendere manualmente, ma niente di drammatico. Riflessione a margine: in un mondo dove le cuffie premium si scaricano in due giorni se le dimentichi accese, avere un prodotto che ti dura praticamente una settimana di uso intensivo cambia completamente il rapporto con il dispositivo. Non porto più il caricatore in viaggio. Non ho ansia da batteria. Non controllo ossessivamente la percentuale residua. È una di quelle features che non vedi sui foglietti illustrativi ma che, dopo un mese, capisci essere uno dei valori reali del prodotto. Quasi più importante della qualità audio per certi tipi di utenti. Test sul campo: un mese di utilizzo reale, scenari multipli Trenta giorni con queste cuffie sulle orecchie sono tanti. E io le ho davvero usate in contesti diversi, perché era l'unico modo per capire se la promessa "studio + DJ + tutti i giorni" reggesse alla prova del quotidiano. Scenario 1, lavoro in studio, ascolto critico. Una mattina ho preso un mix di un amico produttore che mi aveva chiesto un parere. Brano techno di otto minuti, masterizzato male volutamente per testare cuffie. Le cuffie OneOdio, in modalità cablata 6,35mm collegate alla mia interfaccia audio, hanno tirato fuori dettagli che sul mio sistema di monitor a casa non sentivo allo stesso modo. La separazione strumentale è discreta, ho identificato un riverbero eccessivo sull'hi-hat che il mio amico stesso non aveva notato. Però (e qui c'è un ma) le cuffie tendono a colorare leggermente il suono nei medio-bassi, una gobba intorno ai 200-300Hz che le rende meno neutre di quanto un vero monitor da studio dovrebbe essere. Per ascolto critico professionale, francamente, non le sceglierei. Per riferimento veloce, sì. Scenario 2, sessione "DJ casalingo". Non sono un DJ, lo dichiaro subito. Ma mi sono divertito a collegare il dongle al mio MacBook con Rekordbox in modalità performance, simulando un mix fra due tracce. La latenza dichiarata di 9ms si percepisce chiaramente: il cue arriva all'orecchio in modo praticamente sincrono, e quando si fa il beatmatching a orecchio non c'è alcun ritardo percepibile fra azione sul jog wheel e risposta audio. Su questo aspetto, OneOdio mantiene quello che promette. Per uso DJ amatoriale o semi-pro, è un setup convincente. Scenario 3, ascolto musicale quotidiano. Spotify in alta qualità, un paio di playlist di rock alternativo, jazz fusion, qualche album EDM e un disco classico (Brahms). Il rock alternativo è dove le cuffie si trovano meglio: bassi corposi, voce in primo piano, un buon senso di energia. Sul jazz fusion, soprattutto su ride e cymbals, ho sentito una leggera durezza negli alti che dopo mezz'ora di ascolto stancava un po'. Il classico è dove hanno faticato di più: la dinamica è compressa rispetto a quanto ci si aspetterebbe, le grandi escursioni orchestrali perdono un po' di respiro. Sull'EDM, manco a dirlo, sono pane per i loro denti: è la firma sonora per cui sono state pensate. Scenario 4, gaming. Una sera ho collegato il dongle alla PS5 per giocare a un FPS competitivo. Il vantaggio della latenza minima si nota: i passi nemici hanno una direzionalità credibile, le esplosioni sono d'impatto. Però mancano features tipo audio spaziale 3D che alcuni competitor da gaming offrono. Sono cuffie nate per altro, e si vede. Scenario 5, chiamate e meeting. Le ho usate per diverse call di lavoro, sia in casa che in macchina (parcheggiata, prima di entrare in ufficio o al campo di tiro). Il microfono ENC fa un lavoro discreto: la mia voce arriva pulita, il rumore di fondo viene attenuato bene ma non eliminato del tutto. Su una chiamata da bar, una collega mi ha detto "sento un sacco di gente intorno", quindi la cancellazione del rumore di fondo non è da auricolari premium dedicati alle chiamate. Scenario 6, in viaggio. Le ho portate con me un weekend nella villa fuori Roma. Viaggio in macchina, due ore di guida, le cuffie collegate via Bluetooth allo stereo della Cupra come "dispositivo passeggero" per testare. Funzionavano benissimo a distanze ampie (sono uscito sul terrazzo, le cuffie erano in salotto, ricevevo segnale stabile fino a 12-13 metri con un muro di mezzo). Però l'ingombro della custodia rigida nel borsone è notevole, e per chi viaggia leggero può essere un fastidio. Scenario 7, fuori dal contesto tipico. Una mattina, prima della lezione di tiro al CUS Roma, le ho indossate in macchina mentre studiavo un capitolo di psicologia organizzativa con un audiolibro. Voce maschile, registrazione asciutta da podcast accademico. Qui ho apprezzato l'isolamento passivo: il rumore del traffico in tangenziale è sparito quasi del tutto, e la voce dello speaker arrivava nitida senza dovermi sgolare con il volume. Per studio universitario o ascolto vocale prolungato, sono comode (a patto di rispettare i miei famosi limiti delle due ore). Approfondimenti Firma sonora: divertente, non analitica Vado dritto al punto: queste cuffie hanno una firma sonora a V leggermente accentuata, con bassi presenti e di buon impatto, medi un filo arretrati e alti vivi senza essere taglienti. È una curva tipica delle cuffie consumer-friendly, non di un vero monitor da studio. E qui sta una contraddizione del prodotto: vengono vendute come "studio" ma suonano da consumer. I bassi scendono profondi, hanno punch, ma a tratti perdono articolazione sui kick rapidi (death metal e drum'n'bass più estremi sono il loro tallone d'Achille). I medi sono il punto più debole: voci leggermente arretrate, soprattutto le femminili, e strumenti acustici che mancano di un po' di "carne". Gli alti sono generalmente piacevoli ma in certe registrazioni mostrano una leggera durezza intorno ai 5-7kHz, che con EQ correttivo si addomestica facilmente. Personalmente, dopo aver smanettato con l'EQ dell'app, sono arrivato a un suono che mi soddisfa parecchio per ascolto generale. Per uso pro, però, restano cuffie da "second opinion", non da reference primaria. Read the full article














