Perché ho pubblicato il romanzo di Tony Saccucci
Me lo domandano in tanti: distributore, ufficio stampa, amici editori, amici tout-court. Finirà che me lo domanderò anche io. Perché pubblico il romanzo d'esordio di un italiano che non è un comico-cantante-attore-sportivo o l'amante di qualcuno o, ancora, il figlio legittimo/illegittimo di qualcun altro? Ora vanno i ricettari mal ricopiati della star di turno, le cronache dalle coltri di questa fine regime, le analisi prêt-à-porter del grillismo, del naturismo e di qualsiasi altro -ismo. Perché pubblicare un romanzo d'esordio che i giornali non ne parleranno, i distributori non lo promuoveranno, le librerie non lo prenderanno e i lettori non lo compreranno? Perché è un bel libro. Non il capolavoro che cambierà la narrativa italiana del terzo millennio, ma una piacevole e ben riuscita prova d'esordio, scritta con un registro secco, ironico, e al tempo stesso poetico, con il dialetto a far d'inciso a una storia che richiama la pagina successiva, senza perdere ritmo fino alla fine (e se vi pare poco, con tanti pseudocapolavori illeggibili che riempiono gli scaffali). Perché voglio pubblicare ciò che mi piace e renderlo così condiviso (e non mi pento di questa deriva romantica del ruolo dell'editore). Perché questo libro lo merita. Tutto qui.













