Di fronte alla lealtà che traspariva dalla sua espressione mi sentii inondare di tenerezza.
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Di fronte alla lealtà che traspariva dalla sua espressione mi sentii inondare di tenerezza.
Un’ultima cosa. Ho finito per rivedere Paul. Molto tempo dopo. Ero di passaggio in Québec per la promozione di uno dei miei romanzi. All’inizio abbiamo scambiato qualche frase banale. Su Montréal, il tempo, il suo lavoro (non ho capito cosa facesse, o forse non ascoltavo davvero) e chissà che altro. Non gli ho chiesto se era ancora sposato, ho solo notato che non portava la fede.
E poi, in un secondo, bruscamente, è tornata l’intimità: mi ha chiesto se lo avevo odiato. L’ho fissato, era splendido e vulnerabile, mi sono ricordato della sua bellezza di allora, dei pesanti riccioli neri, della rotondità delle spalle, del ventre su cui posavo la testa, ho ricordato rue Judaïque, gli abbracci e le partenze, ho ricordato la sua voce al telefono nelle notti all’ospedale, avevo capito che parlava della rottura, della fine della storia, di quella voragine che si era aperta nelle nostre vite e che avevamo pur dovuto colmare. Senza batter ciglio gli ho risposto di no. Con un sorriso ho aggiunto: cosa vuoi, ci sono persone fatte così, a cui si risparmia ogni rimprovero, anche se questo è ingiusto, anche se è incomprensibile. Lui a sua volta mi ha guardato a lungo e mi è sembrato di vederlo sull’orlo delle lacrime. Ho smesso di sorridere.
Ha detto solo: io sì, che mi sono odiato.