🇮🇹 #FIREPODCAST N.51 Ascoltate il nostro VideoPodcast ed è ancora #120giorniincenacolo con P. Baldo Alagna @padrebaldo.dj : Leggiamo FILIPPESI 2,3 l’umiltà nel servizio che considera l’altro superiore a se stessi !🔥
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🇮🇹 #FIREPODCAST N.51 Ascoltate il nostro VideoPodcast ed è ancora #120giorniincenacolo con P. Baldo Alagna @padrebaldo.dj : Leggiamo FILIPPESI 2,3 l’umiltà nel servizio che considera l’altro superiore a se stessi !🔥
Provavo per lui la stessa dolcezza che si ha verso una stanza in cui si ha il permesso di stare soli. Sapevo che sarei stata felice sia non vedendolo più, sia incontrandolo un attimo dopo, e mi chiedevo come fosse possibile. In quella sensazione non c’era nulla di razionale, ma ogni volta che pensavo di agire razionalmente stavo soltanto cercando di giustificare un desiderio confuso. Sì, quella sensazione non aveva nulla di razionale, ma era la più generosa di cui avessi memoria.
Amiamo ciò che ci turba, se ci sceglie e ci dice quanto siamo importanti. Non ci piace forse un assegno appena incassato, un passaporto, la stretta di mano di un presidente, benché ognuno di questi piaceri si fondi su una crudeltà che è soltanto nascosta alla vista? Il dito indica, inequivocabilmente, noi, e ci meravigliamo di essere scelti.
Olivia mi aveva dipinta tra le braccia di Nathan. Sulla tela avevo i fianchi sollevati, le gambe a malapena visibili intorno alla sua vita, le braccia avvinghiate attorno alla superficie della schiena, in alto, nel punto in cui le scapole sporgevano e si ritraevano al ritmo della spinta. La schiena di Nathan: il primo paesaggio in cui la sua pelle erompeva in sudore. Era una scena che risaliva ai primi tempi, pensai. Le braccia di Nathan non erano muscolose, ma pallide e indefinite. Olivia ci aveva ritratti dall’alto, le teste vicine, in primo piano accanto al bordo del quadro, e poi più giù le mie mani allargate sulla schiena di lui, sulle quali si distinguevano con chiarezza gli anelli. Nathan mi teneva il viso affondato nel collo. Olivia gli aveva nascosto il volto in tutti i dipinti, accrescendo soltanto la loro bellezza e il loro mistero. Le lenzuola erano bianche, scurite dalle ombre, ma alle nostre spalle, nel punto più alto dell’immagine, la stanza annegava in un blu scurissimo. La luce acquatica della stanza di Nathan. Le pennellate erano lunghe e fluide, ma i nostri corpi sembravano paralizzati, come se fossero rimasti sospesi in una condizione di immobilità abbastanza a lungo perché Olivia riuscisse a cogliere il movimento di sangue e respiro. Nel dipinto riconobbi con più intensità l’inclinazione del mio corpo verso quello di Nathan. Braccia, fianchi e gambe lo stringevano con forza, avvolgendosi verso il punto focale dell’inquadratura, la sua schiena – come se mi stessi preparando a essere sollevata in volo. Era un’immagine dolorosa, perché vi scorgevo l’assoluta vulnerabilità di cui Olivia era stata testimone e che ricordava di me, gli attimi in cui ogni mio nodo veniva sciolto dall’abbraccio di Nathan, in cui scordavo persino che lei fosse lì. Dolorosa anche perché c’erano stati mesi, all’inizio, in cui avevo creduto di essere una cosa a parte rispetto a loro. Che la resa totale che vedevo in Olivia non mi avrebbe mai riguardata.
Mi inoltrai nei cunicoli della metro e aspettai sulla banchina. Mancava qualcosa, e lo sapevamo tutti, almeno tutti noi che abitavamo in strade felici fiorite in estate, noi che avevamo fatto così poco per meritare – una fede in un mondo più autentico, l’accesso a un sentimento che andasse al di là di flirt e spregiudicatezza. Era il mondo che avevo desiderato per me e per Olivia, sognando che riuscissimo a vederlo l’una nell’altra. L’avevo desiderato malgrado continuassi a temere che la mia storia con lei e Nathan fosse soltanto un gioco – flirt e spregiudicatezza. E poi c’era Romi: Romi era il mondo autentico. Romi mi aveva fatto intuire che si poteva incontrare qualcuno come Darcy e Edmund Bertram, persone che sembravano uscite dai romanzi che sia io sia Olivia amavamo leggere, e credere in loro a scapito di chiunque altro – per sbarazzarsi di approssimazioni, autoinganni, prevaricazioni. Romi era una persona che rifletteva su ciò che contava davvero. Una persona capace di un amore saldo come una roccia, concesso soltanto a chi lo meritava. O così avevo creduto. Ma avevo anche paura di diventare seria come lei, perché nel nostro mondo, nel nostro secolo di interessi personali e amore condizionato, era raro che le persone venissero amate per la loro sincerità o fermezza. Erano caratteristiche associate a uomini vecchio stampo che non ammiravamo più. Benché ci piacesse l’immagine di Darcy che, con stoica dignità, si sacrifica in segreto per amore di Elizabeth, cos’avremmo pensato di un uomo in carne e ossa con le stesse caratteristiche – riservato, condiscendente e moralista? Sincerità e fermezza erano virtù religiose – in base alle quali dare priorità agli altri anziché a se stessi. In base alle quali rispettare gli altri e la loro realtà come sacri, non come qualcosa con cui giocare e basta. Noi per primi sapevamo di essere sacri e, dato che non c’era nessuno a proteggerci, lo facevamo da soli trasformandoci in giocatori per evitare di rimanere vittime del gioco. Sarebbe stato più semplice se ci fossimo sentiti protetti da qualche altro codice di comportamento? Se fossimo stati guidati dalla convinzione che gli altri sarebbero stati messi alla gogna per essersi presi gioco di noi, che quell’attitudine così frivola e superficiale era indice di debolezza, di un’intrinseca mancanza di rispetto? Dovevamo o no ritenerci responsabili perché usavamo le persone come se esistessero soltanto per divertirci e soddisfare i nostri desideri? Non si potevano trattare gli altri così, lo sapevamo. Ma non potevamo nemmeno vivere con altruismo, con la stessa fede in noi di quegli uomini vecchio stampo. C’era crudeltà in quel modo di vivere: crudeltà nel contrapporre sincerità e fermezza a una serie di personaggi di sfondo che, al confronto, potevano essere soltanto spietati, meschini, sconsiderati. Nathan l’aveva capito intuitivamente. E io avevo scelto di trattare Nathan come fosse più di un gioco – come qualcosa di reale – perché lui mi aveva restituito la mia vita di frivola giocatrice, con la sua ingordigia e civetteria e segretezza, in tutta la sua realtà. Mi aveva mostrato che era possibile avere una vita come la nostra, piena di giochi e frivolezze, e ciononostante ferma e sincera. Alla fermata di Clinton Hill risalii in superficie e mi incamminai verso l’appartamento di Olivia. Poi, ricordando che non doveva essere ancora tornata dal lavoro, comprai un pacchetto di sigarette all’angolo e aspettai di fronte a casa sua. Non sapevo bene cosa dirle né se ci sarei mai riuscita.
Portando il bicchiere di vino alla bocca, al primo contatto tra vetro e labbra avevo avuto la consapevolezza improvvisa che quel corpo rigido e caldo fosse la realtà del bicchiere – esattamente ciò che era un bicchiere, e che io ero in grado di sentirlo – percependo con la stessa chiarezza viscerale il divano e il tavolino, il cotone della camicia che mi ero buttata addosso, le porte dai decori in rilievo e le lampade in ceramica e i taxi che sfrecciavano nella notte e la neve appena sciolta sotto le ruote, il vetro dei parabrezza, l’erba del parco. Avevo la sensazione di sapere con esattezza di cosa fosse fatta ogni materia e la vita al suo interno, e mi sentii disperatamente piccola e umile di fronte alla vastità e al prodigio di quella certezza – una versione più smussata di quella che avevo provato vent’anni prima sedendo accanto a mio padre sul banco di una chiesa. Riuscivo a vedere tutto come dall’alto, una mappa perlacea e canora. Avevo sempre pensato che libertà fosse il potere di capire tutto ciò di cui ero capace e vivere di conseguenza – convincendomi ad agire in un modo preciso. In quel momento, lì con Nathan, mi era sembrato che libertà fosse la forza e lo spazio di seguire ciò che mi metteva in movimento. Dovevo solo riconciliarmi col fatto di essere soggetta a emozioni, una cosa che avevo sempre faticato a capire. Esisteva un modo migliore di stare al mondo? Essere in moto perpetuo verso qualcosa di perfetto, un movimento che può accompagnarti sino alla fine dei tuoi giorni?
Mr Mora era più formale, ma mi trattava con la stessa familiare aria divertita, che minacciava di degenerare in condiscendenza in caso mi fossi rivelata troppo stupida anziché difficile.
Non sto dicendo che penso sia un uomo buono. Non so cosa fa con le altre ragazze – non lo so davvero. Ma con me e con Olivia no, non posso pensarlo. Ci credo, che ci tiene a noi. È solo più sincero di tanti altri. Più disinibito. Non ha paura delle cose come me e te.
Fatima afferrò il piano di lavoro alle sue spalle, la pelle sulle nocche tesa. So che vuoi essere come lui, disse, e so come ti sembra questa situazione. D’aspetto sei come loro, parli come loro, pensi di poter essere come loro. Vivere fregandotene delle regole. Ma non puoi. E sai perché? A te non piace ferire la gente. Non puoi essere come lui. Non puoi avere quello che ha lui!
Pensi che non mi ponga tutte queste domande? Lo sai che mi ci sono autoflagellata per mesi? Mi odio per aver scopato con lui anche solo una volta, figurati quanto mi odio visto che mi piace così tanto. Le so tutte queste cose! Perché continui a darmi il tormento?
Perché ti voglio bene, disse Fatima con tono più dolce. E voglio che tu sia al sicuro, non saperti manipolata tutto il tempo. Voglio che le persone ti rispettino! Voglio che tu riesca a fidarti di loro! Non sono io che ti sto dando il tormento. Ti voglio bene, Eve, tutto qua. E questo si chiama amore.
Mi si spezzò il cuore. Era Fatima che stavo tradendo scegliendo di aiutare Nathan, Fatima, seria e determinata, Fatima che non offriva riparo a nessuna delle mie debolezze, semplicemente perché sperava di tirare fuori dalle donne qualcosa di più di quella cieca lealtà. Era la sua definizione dell’amore a essere la più completa; il suo amore era la ferma decisione di proteggermi e di rendere il mondo sacro, inviolabile. Mi vergognai di chiamare amore ciò che provavo per Nathan – quell’esiguo, inebriante piacere misto a gratitudine che poteva trasformarsi in indignazione nel giro di un minuto.
Ascoltami – puoi dire la verità. Ma se vuoi il consiglio di un bugiardo nato, l’unica cosa che ti occorre sapere è: non mentire. Di’, Ci siete vicini, ma vi state sbagliando. Di’ che non riesci a spiegarlo bene. Accenna alla verità senza confermarla. In quel consiglio riconobbi l’orientamento di Nathan verso la vita, riassunto in una manciata di frasi – il modo in cui gestiva la moglie, Olivia, me e Dio solo sapeva cos’altro. Il modo in cui preservava quella che riteneva la sua integrità tutelando la sua libertà.