Bassano del Grappa e Palazzo Sturm
Dove il fiume Brenta s’incanala lungo la pianura, a ridosso dell’Altopiano di Asiago e del Monte Grappa, nel versante meridionale delle Alpi, lì s’incontra una delle città venete più famose e ricche di storia. Parliamo di Bassano del Grappa, originariamente Bassano Veneto, poi rinominata così in epoca fascista per evidenziare il ruolo da protagonista durante la Grande Guerra. Bassano è una cittadina di 43347 abitanti, l’ottavo comune più popoloso della regione, che viene a configurarsi come un’area storicamente urbanizzata attorno al largo bacino del fiume. Caratteristico è difatti il ponte simbolo, cosiddetto degli Alpini, in realtà, ahimè anche per i veneti, completamente ignoto ai più come ponte palladiano. Mi soffermerei un momento, doverosamente. Palladio fu artefice del progetto di ricostituzione del ponte nel 1569, pubblicato persino ne I quattro libri dell’Architettura, dopo che il senato cittadino gli impose di non costruirlo in pietra a tre arcate su modello romano, ma in legno, per non destare troppa discontinuità con l’assetto precedente. Evidentemente però l’architetto aveva visto giusto (e nonostante il suo ponte fosse durato comunque due secoli). Una piena nel 1748 spazzò via tutto, e venne quindi decisa la ricostruzione tale e quale, tanto che oggi, dopo ben due ulteriori ricostruzioni nello stesso materiale, un incendio nell’Ottocento e le vicende belliche del febbraio 1945, si stanno cercando fondi per colmare di nuovo l’instabilità della struttura. Bassano è quindi la città della Grande Guerra combattuta in prima linea, e della resistenza partigiana. Costituisce il centro di stampa più famoso d’Europa tra metà Seicento e metà Ottocento, quello dei Remondini. È uno dei fulcri della produzione ceramica nazionale, e il luogo che ospita uno dei più antichi musei del Veneto dal 1828, la Pinacoteca Civica, con la maggior collezione di opere di Jacopo Bassano e bottega, uno dei più grandi protagonisti del Cinquecento. Ancora, la città in cui si rivoluzionò nel 1779 la produzione della grappa negli stabilimenti Nardini, introducendo il metodo di distillazione “a vapore”. È il luogo di formazione dei cosiddetti “poeti di Harvard”, tra cui John Howard Lawson, John Dos Passos ed Ernest Hemingway, a Villa Ca Erizzo Luca durante la Grande Guerra, vicino ad altre architetture celebri, come Villa Angarano, progettata da Palladio con corpo centrale del Longhena. E poi ancora Villa Rezzonico, dello stesso Longhena e di Massari, con importanti pitture e sculture, luogo d’ispirazione per Paul Chalfin. Bassano è il luogo di una parte consistente dei lasciti, assieme a Possagno, dell’opera di Antonio Canova, il più famoso scultore del Settecento e di parte dell’Ottocento, celebrato in Europa e conosciuto in tutto il mondo. È sufficiente? E ce ne sarebbe ancora… La posizione a ridosso del Grappa, con un grande bacino fluviale, e la divisione su due sponde, con avvallamenti e continui cambi di punti di osservazione del paesaggio, rendono questo luogo magico e inimitabile. Infatti qui, proprio nel punto in cui il Brenta si apre, inizia la Valsugana, e le temperature sono solitamente mitigate rispetto alle chiuse pianure sotto le montagne o a quelle immerse nelle umidità dei fiumi di risorgiva dell’entroterra. Bassano come Conegliano, specie quest’ultima, più fragile e senza barriere naturali, appare contaminata da un’esasperazione edilizia senza alcuna logica, frutto del boom economico, e soprattutto di quella seconda espansione in Veneto tra gli anni Ottanta e Novanta, che venne a disseminare sovente il territorio di ferite visibili ancor adesso. Mi rendo conto oggi di quanta ulteriore purezza potrebbero cusodire questi luoghi al pari di località celebri per la loro bellezza come Asolo, che si sono salvate forse per la loro posizione arroccata.
Uno dei fulcri di questo fermento bassanese è rappresentato dalla sede espositiva di Palazzo Sturm, visibile dal ponte e dalla riva sinistra del Brenta. L’edificio si affaccia sul corso del fiume tramite delle aperture a portico di gusto bolognese. Al di sopra è collocato con differente orientamento l’ingresso con il pronao ionico e il grande vano centrale del salone, affrescato nel 1765 dal veronese Giorgio Anselmi. L’edificio settecentesco, all’interno del quale si possono ammirare fitte decorazioni a stucco (tra le più rilevanti del rococò veneto), ospita il Museo della Stampa Remondini dal 2007, e il Museo della Ceramica G. Roi dal 1992, entrambi importantissimi e da visitare. Ho scelto di descrivere Palazzo Sturm perché non mi sembra ancora così chiaro e nitido come dovrebbe essere nella percezione generale la portata di rilievo mondiale introdotta in tali luoghi. Sto parlando dell’origine della stampa. In questi territori della provincia di Vicenza, Santorso, Thiene, Lonigo e Bassano appunto, vennero stampati i primi incunaboli ad opera di alcuni tedeschi che trovarono qui, una volta varcate le Alpi, le condizioni più favorevoli per impiantare la scoperta. Emblematico il caso di Santorso, dove, secondo attribuzione, nel 1474 l’abate Leonardo Achates da Basilea diede alle stampe il magnifico volume con Le Rime ed I trionfi del Petrarca, nello stesso anno in cui operava tra Padova e la stessa Santorso per poi dare vita a Il Dittamondo di Fazio degli Uberti, che segna le origini della stampa a Vicenza e a livello nazionale. A Subiaco, nella provincia romana, l’introduzione è attestata al 1465, mentre altre manifestazioni hanno visto protagoniste città come Savona, Torino, Genova, Bologna e Perugia. Il caso del vicentino è però significativo perché si lega nello specifico alla storia di Venezia, che vide il primo libro stampato nel 1469, e che si rese poi celebre a livello europeo in questo campo grazie ai tipi di Aldo Manuzio. Come se ciò non bastasse, nella seconda metà del Seicento i Remondini a Bassano divennero uno dei più celebri centri di stamperia di tutta l’Europa. Questo nome è conosciuto dappertutto e si associa spesso all’economicità dei prezzi. Un aspetto fondamentale che si deve a tale diffusione stampata è la circolazione delle incisioni durante gli anni di splendore artistico del Cinquecento Veneto. Difatti il lascito delle incisioni veneziane di Dürer, oggi ammirabile a Palazzo Sturm, ha costituito uno degli elementi più importanti per lo sviluppo di una grammatica visiva peculiare ai veneti, come inquadramento architettonico delle scene. Dal punto di vista museale, il Museo della Stampa Remondini è sorto recentemente per volontà di creare a livello comunale un nuovo importante polo culturale. Devo dire comunque che gli assetti didattici con sale a tematiche interattive mi lasciano spesso perplesso, in buona parte dei casi. Credo che per svecchiare i musei e gli spazi espositivi italiani serva molta intelligenza, oltre che uno sforzo di riammodernamento, anche perché i tempi sono di nuovo cambiati in fretta. Nello specifico, l’articolazione complessa degli spazi architettonici di Palazzo Sturm crea comunque un mutevole approccio, fortunatamente. Alcune soluzioni poi sono sorprendenti e si sottraggono a questo discorso, anche se restano dei punti scoperti, a mio parere, come l’esposizione dei libri, nonostante il Museo Remondini costituisca una delle uniche realtà italiane dedicate alla storia della stampa. Credo soprattutto, fortemente, che una tematica così importante debba essere valorizzata a tutti i livelli. E per avere un metro di paragone immediato, basti confrontare quanto l’essenzialità e la compattezza rimangano sempre criteri decisivi, mi riferisco al Museo Della Ceramica al piano superiore. In quel caso abbiamo a che fare con un ordine, una chiarezza espositiva, e una efficacia a livello di comunicazione che raramente ho potuto osservare, pur sotto un aspetto di apparente semplicità. Sono le sensazioni di precisione e di pulizia gli aspetti che tornano sempre a reinvestire di senso e interesse questi percorsi. Ho apprezzato moltissimo in tal senso la sala che contiene alcune delle incisioni e acqueforti Remondini. Questa si presenta come uno spazio spoglio racchiuso da grandi armadi in noce (“armaron” in dialetto veneto rende meglio l’idea di questi vani alti, ampi e dall’aspetto tarchiato). Lo spettatore quindi viene invitato ad aprire le ante che piano piano svelano un tesoro inestimabile. Si tratta di una delle sale centrali a tutta la collezione. Comparti montati su suffissi mobili che si aprono a mo’ di libro svelano quindi uno alla volta nomi come Tiepolo, Canaletto, Rembrandt, Goltzius, Dürer. La qualità e la bellezza di questi lavori è qualcosa di indescrivibile. Già abbiamo detto di Dürer, che qui mi colpisce soprattutto per il “San Gerolamo nello studio”, e per il paesaggio in “Sacra Famiglia”. Nel primo caso guardo al taglio spaziale e prospettico verso destra, con quella descrittività tipicamente nordica degli interni, che si troverà tradotta ovunque. Nel secondo, all’accostamento sensoriale dei contrafforti e dei travi in legno con un’architettura in pietra di stampo romano, il capriccio antelitteram, come invenzione iconografica diffusissima in queste zone, e visibile negli sfondi e nelle scelte d’inserimento spaziale. Di Rembrandt è riconoscibilissimo il segno anche nell’incisione, penso in particolare a “Gesù guarisce gli infermi”. Di Canaletto rimane bellissima la testimonianza unica e preziosissima di “Prato della Valle a Padova”. Di Tiepolo stupiscono ancor oggi gli “scherzi di fantasia”, liberi soggetti ironici con cui si cimentava per diletto e per pratica. “Tantalo e Icaro” dell’olandese Goltzius disvela quello che è stato ribattezzato come Manierismo settentrionale, cioè una stagione dell’inizio del Barocco in cui si venne a costituire un nuovo gusto nordico nel virtuosismo della forma, visibile proprio nell’arte incisoria. Un’altra sezione che mi ha colpito molto per la sua commovente bellezza è quella che ospita i diorami del XVIII Secolo di Martin Engelbrecht e Georg Balthasar Probst, tra le quali, del primo, una riproduzione di Piazza S.Marco a Venezia. C’è quindi una vera e propria immersione nella realtà europea settecentesca, che vede tra i loro protagonisti indiscussi i Remondini, per la diffusione di stampe per oggetti d’uso quotidiano e non: il Gioco della Cavagnola, composto da 12 cartelle con 280 caselle illustrate, episodio isolato ma significativo; i Chinesi, foglietti da ritaglio con numerose immagini stampate su matrici in rame e carta sottile, adatti a riscoprire scatole, vassoi, cornici, suppellettili; i vetrini per la lanterna magica; la ventola o ventarola, un accessorio d’abbigliamento italiano di vastissima diffusione composto da una pagina in cartone con doppia immagine sopra un manico in legno. I soggetti variano quindi dal tema amoroso a quello satirico, fino al rebus, e costituiscono il repertorio su cui si andranno a costituire le pubblicazioni popolari in Italia. Tutto ciò dà l’idea dell’immensa importanza storica ricoperta da questi territori nella diffusione dell’invenzione della stampa.
Parimenti, un altro aspetto che vide protagonista Bassano e i territori del vicentino fu quello della lavorazione della ceramica. Ai piani superiori di Palazzo Sturm, come detto, si ospita una felice esposizione molto dettagliata e ben articolata sul tema, il Museo della Ceramica G. Roi, inaugurato nel 1992. Una volta saliti, si accede immediatamente alla Stanza dell’Alcova. Alle pareti, tempere su tela vanno a ricoprire lo spazio, contornato da una pregevole broiserie in radica intarsiata. Le opere di tono popolare sono state riconosciute a Gaetano Zampini, allievo di Nicolò Bambini e seguace del Ricci e di Arrigoni. Non bisogna farsi ingannare dall’aspetto scurito della stanza, poiché questa dà immediatamente sul terrazzo esterno che si apre sul Brenta. Quindi dobbiamo immaginare questo vano come immerso in una radiosa e costante luce naturale. Lasciata la Stanza dell’Alcova, è possibile visitare il meraviglioso salone affrescato dall’Anselmi nel 1765, e quindi iniziare la visita vera e propria. Il museo raccoglie ben 1200 pezzi circa tra maioliche, porcellane e terraglie, che testimoniano ancora una volta la centralità di questi luoghi negli sviluppi europei di questa lavorazione. L’esposizione, come detto gradevolissima, è presentata cronologicamente. Si parte dai ritrovamenti bassanesi del XIII Secolo in epoca ezzeliniana, per passare poi alle ceramiche medievali e alle maioliche della fabbrica Manardi nel Seicento. La collezione più consistente è quindi quella rappresentata dalla produzione degli Antonibon tra il XVIII e il XIX Secolo. Essi introdussero nuovi motivi di decoro nella lavorazione della maiolica novese, come quello “alla frutta secca”, o “a ponticello” durante la metà del Settecento. Un aspetto fondamentale, anche qui non ben noto e che vorrei segnalare e mettere in evidenza, è l’uso che da queste parti si fece ad un certo punto di una speciale terra per ricoprire i vasellami con un sottile strato a ingobbio. Il materiale in questione prende il nome di terra bianca di Vicenza o del Tretto, il territorio montuoso del comune di Schio subito a ridosso delle Alpi, dove sono vissuti i miei nonni e mio padre. Il risultato di una simile tipologia di produzione fu la famosa terraglia color crema, che rappresentò la più temibile avversaria della maiolica, durante l’imperare di questo vasellame, motivo per cui si cercò questa soluzione dai costi contenuti per poter competere sul mercato. Infatti nell’Ottocento si assistette a una vera rinascita di tale materiale, con il sorgere delle manifatture di terraglia all’inglese proprio nel vicentino secondo una produzione amplissima, sia ad uso popolare che di ceto elevato, che seguiva la lezione internazionale della ceramica dell’inglese Milton. La fine del percorso, nell’ampia veranda di Palazzo Sturm, vede una collezione sorprendente di terraglie di gusto eclettico, per poi raccordarsi di nuovo allo scalone e alla cucina.
Tutta questa operosità in più campi, tra stampa e lavorazione della ceramica, spiega in definitiva anche il legame profondo che sempre vigeva in simili luoghi tra paesaggio e industriosità artigiana nei veneti, ciò ben prima che tale legame si perdesse e si iniziasse a correre senza tener conto delle proprie radici.













