«Perché dovunque fugga è sempre l’inferno; sono io l’inferno.»
-Paradiso perduto, John Milton
L’angelo discese sulla Terra, le sue maestose ali spalancate verso il cielo. Un battito, poi un altro, sempre più giù verso le montagne. Era un tardo pomeriggio d’estate e poco più a valle risuonavano gli echi di un esercito in guerra. L’angelo scosse la testa. Gli umani trovavano sempre una ragione per combattere, ma non ci si doveva stupire. Persino le creature celesti non potevano dirsi totalmente estranee alla guerra.
Tanto tempo prima, quando gli uomini non erano che un sogno, due schiere alate si erano trovate su fronti opposti e, fratello contro fratello, avevano distrutto per sempre ogni ideale di armonia. La battaglia si era lasciata dietro ferite profonde. Per questa ragione l’angelo aveva abbandonato il Paradiso. Ogni anno, il giorno dell’anniversario della Caduta, lei e un demone si incontravano a metà strada. Abbandonavano i regni immortali del Paradiso e dell’Inferno per camminare fra i mortali. Erano due anime bloccate nel passato, incapaci di andare avanti, ma ostinatamente legate alle proprie scelte. La loro vita si esauriva in quelle poche ore rubate, a metà tra un estremo e l’altro, dove contava solo l'attimo presente.
L’angelo atterrò tra le rovine di un’antica città, in quello che era da sempre il loro punto d’incontro. Avevano visto sorgere capitali e imperi, per poi ritrovarne solo le ceneri, ma che ad attenderli ci fosse una civiltà o l’eco di un ricordo lontano, le due creature restavano fedeli al passato e alle abitudini.
L’angelo udì un frullare d’ali e, alzato lo sguardo, scorse la sagoma del demone che si avvicinava. Era bello come prima della Caduta, con i capelli biondi e le guance rosee, ma il suo sguardo non era più vivace come un tempo. Le grandi ali nere, talmente imponenti da oscurare il sole ormai prossimo al tramonto, erano il segno tangibile del suo peccato.
Il demone, a sua volta, osservò l’angelo. Anche lei era bella come un tempo e lo appariva ancor di più ai suoi occhi ormai avvezzi alla desolazione dell’Inferno. Le sue ali erano candide come la neve che ricopriva la vetta delle montagne, segno che la ribellione non aveva sfiorato il suo cuore.
«Ne è valsa la pena?» domandò l’angelo, non appena il demone fu atterrato al suo fianco. Glielo domandava ogni volta, quasi si aspettasse che prima o poi la sua risposta sarebbe cambiata.
«Non mi pento della mia decisione», rispose il demone. «Ho scelto di vivere secondo le mie regole e se questo significa rinunciare al Paradiso, lo rifarei. Mille volte se fosse necessario.»
«Non mi riferivo al Paradiso» ribatté l’angelo, distogliendo lo sguardo. «Ma tu questo già lo sai.»
«Vuoi sapere se mi pento di aver rinunciato al nostro amore? Potrei porti la stessa domanda.»
«Non sono io che ho scelto di seguire Lucifero.»
«No, ma tu hai scelto di non seguire me. Avremmo potuto essere felici, insieme, all’Inferno o sulla Terra.»
«La mia felicità non valeva un simile tradimento. Non potrei mai commettere un tale peccato, sarebbe da egoisti.»
Il demone si lasciò scappare una risata priva di gioia. «Chi mai penserà alla nostra felicità, se non noi stessi? Ai miei occhi, non ho commesso alcun peccato scegliendo di essere libero. Non ho fatto del male a nessuno. Ho scelto il mio destino, per me stesso e per nessun altro.»
«E ora ne paghi le conseguenze» disse l'angelo, lasciando correre lo sguardo sulle sue piume color inchiostro.
«Non penso tu sia felice in Paradiso o non saresti qui.»
«Almeno sono a casa, al mio posto. Dove è giusto che io sia. Dove ti ha portato il tuo desiderio di libertà?»
«Non ho mai detto che essere liberi significa essere felici. L’Inferno non è un brutto posto per un demone e la Terra non è così lontana. No, il vero Inferno ce lo siamo costruiti da soli, io e te.»
«È qui», continuò il demone, portandosi un dito alla tempia. «Nella nostra testa. Lo abbiamo creato tanti secoli fa con le nostre scelte.»
«Eppure, nonostante tutto, non ti penti di quelle scelte» mormorò l’angelo.
«Tutti quei secoli fa ho scelto chi volevo essere, invece che limitarmi a seguire il percorso che qualcun altro aveva tracciato per me. Non posso pentirmi di aver lottato per ciò in cui credo.»
Il demone prese la mano dell’angelo e la strinse forte. «Nessuno di noi due è destinato alla felicità. Stavamo bene quando eravamo insieme, ma non eravamo completamente noi stessi. Ora sappiamo chi siamo e i nostri mondi sono incompatibili l'uno con l’altro. Io non posso seguirti in Paradiso e tu saresti infelice all’Inferno.»
«Possiamo vivere separati o essere infelici insieme», disse l’angelo, aggrappandosi disperatamente alla mano del demone, ma mantenendo sul viso un’espressione di distacco. «Hai ragione, io non riuscirei mai a rinunciare al Paradiso.»
«Dunque non ci resta che questo», osservò il demone, guardando le rovine che li circondavano. «Poche ore all’anno, qui sulla Terra, a metà fra ciò che sono io e ciò che sei tu.»
«Ne è valsa la pena?» chiese di nuovo l’angelo, mascherando il proprio dolore.
Il demone annuì, cercando disperatamente di convincersene.
Ormai avevano aggiustato tutto l'aggiustabile, annodato gli ami, sgrovigliato i galleggianti, sgrovigliato tutti i nodi tranne quelli che ti stringono il cuore e il desiderio dei sensi.
Lei invece portava, quasi fossero un velo lungo i fianchi snelli, le trecce d'oro disadorne, e sebbene arruffate, ondeggiavano in riccioli ribelli, come la vite che incurva i suoi viticci.