Prospettiva di notte, #47
Mancava la notte, in questo mosaico di piccoli tormenti, di occasioni speciali lasciate a maturare - e poi a macerare, incolte. Mancava la spina dolce della nostalgia di una vita che, in tutta onestà, oramai nemmeno ricordo, eppure era già completa di tutto. I miei vent’anni che sembrava non sarebbero mai potuti essere diversi dai futuri trenta, o mille. La tragedia sottile di una velleità in costruzione che andava dispiegandosi nel cantiere a cielo aperto di certi sogni ubriachi, sogni privati e, lo avrei capito dopo, sogni di tutti. Come vedere il cerchio e respirare l’aria pulita e fredda dell’essere fuori dal coro (coro muto, solerte, ciononostante sterile di canzoni). Come la lucidità misteriosa di conoscere un corpo altero, la magnificenza della rabbia, l’incosciente tenerezza. I ciottoli sulla strada li ho carezzati tutti, erano miei, erano umani, erano disparati: pochissimi fiori sono sbocciati, solo quelli che mi hanno chiesto di ballare con voce ferma ed occhi stropicciati da un qualche dolore. Poi ero soprattutto io, ancora in silenzio: lo specchio, il muro screpolato, il bicchiere vuoto, un sipario quasi sempre calato, tantissima notte. La notte non ha più sapore: adesso. Il sale è diluito da una pioggia impercettibile, l’umidità dell’aria. Quando penso, oggi, penso pensieri sintetici privi di scadenza organica, sono sempre lucida ossia priva di alcun mistero: ad annientarmi la notte non più l’irriducibile distanza tra pensiero e azione (tra il silenzio ed il coro), piuttosto una folla di si deve, un parlamento di corvi in attesa del proprio tavolo, formula business e poi si torna ciascuno alla propria giusta occupazione. Quello che varrebbe la pena di essere, mi sembra, è invece questo: affascinata, intensa, e giovane.
Ma quale silenzio, quale canto, quale fascino e destino? Qui la pioggia cade anche se non ti bagna. Siamo una lotta impari, perduta in partenza. Siamo la schiera dei momenti goduti e poi perduti, siamo tutti. Siamo il coro che conosce la vicenda e ancora dal cerchio la osserva, l’occhio di chi partecipa al mondo, il braccio che si alza e poi si abbassa nel fare quotidiano. Il becco tagliente, che conosce e riserva giudizi, l’azione collettiva che arriva con la violenza della normalità. Siamo la strada quando non sai di camminarla, alla notte ti ritiri, da noi poi ritorni - e con noi, alla fine, canti.











