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Splendida, imperfetta, fragile creatura
Scorre lento questo vento in piena, come un fiume di memorie che straripa,
impregnando di limo questa lunga, luminosa, triste giornata d'autunno,
vagante come polvere di stelle, che assaggia il tempo e rifugge lontana,
senza raggiungerti mai. Circolano le illusioni, in attesa di un calar della sera,
frenetico, che tocca il cielo e la necromassa, che oltrepassa sangue ed animi,
che ti tocca i capelli, mossi appena da brezza d'oltreoceano, che non ti consola,
stoica, prigioniera d'una spirale. Dammi il benvenuto a casa, sarò assorbito dalle
tue taglienti iridi, gladi arrugginiti, assopito dall'odore della tua pelle,
veleno d'aspide, guidato dalle tue braccia, serranti, come drosere.
Lasciati guardare: sei il mio miglior fallimento.
Guidami con la voce, avrò necessità di calpestare nuovamente la terra rigida,
annusare il battito cardiaco dei tuoi silenzi, leggere i tuoi pensieri mai
scritti, ascoltare gli sguardi vuoti e assenti, contemplare le sincretiche emozioni
che sai cedere, come atomi in allontanamento, come le cime delle case che soccombono allo sguardo e non terminano. Sono in ogni tuo respiro spezzato, in ogni lacrima stroncata a metà zigomo, nelle paure che ti rendono così unica e speciale, meraviglioso esemplare, homunculus dell'alchimista, splendida, imperfetta, fragile creatura.
Emily
Dov'è che t'ho già incontrata, Emily? Oh, certo, forse rimembro di quel tempo lontano in cui abbiamo eseguito piroette nello stesso stagno, riscaldato appena dalla tenue, ma fervente, luce solare; E tu, hai limpida in memoria quella volta in cui, aggrappati a malapena ai virgulti rami, abbiamo mostrato i canini l'un l'altra, per poi condividere gli stessi frutti, guardandoci vicendevolmente le spalle? Ancora, mi risovvengono le notti trascorse nei pressi d'un fuoco rubino che fischiava, scricchiolava, scoppiettava, crepitava in sottofondo, mentre, più alte, risuonavano nell'aere le nostre storie, i nostri miti, i nostri racconti, i nostri eroi; Attendevamo insieme per abbattere il rinoceronte lanuto, badavamo a percepire vicino il suo muggito e, nella faticosa attesa, col capo alto, m'insegnasti a rimirare gli astri; Luccicavano, a loro volta, nelle iridi tue sferiche e sveglie, acquee sotto un incontaminato tappeto di stelle. Ti ricordi, Emily, di quella nostra lite distante, delle notti bianche, delle lunghe, vuote, giornate estive trascorse a volgerci reciprocamente il pensiero, controllando una vitrea tavoletta minuta ma attendendoci vicendevolmente senza conoscerne il motivo? E se vero è che non ci si trova per caso, se vero è che si cammina, giorno dopo giorno e notte dopo notte verso qualcuno a noi affine, allora quando tutto questo avrà fine, dovesse esplodere tutto per permettere il rifiorire d'un nuovo inizio, sotto la luce lunare, sotto il rumorio delle fiamme e del gelido vento, con la stessa fiducia dell'oggi, spero che tu sarai al mio fianco nella prossima caccia.
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🎶🎶🎶 Che se solo ti guardassi
Come appari ai miei occhi so che impazziresti
Per la semplicità che trovo nei tuoi gesti....che trovo nei tuoi gesti..🎶❤️
Vellamo Planitia
Distanti i nostri viaggi interni al labirinto cranico astrale in cui ci muoviamo, al di sotto di un soffitto che non ci giudica, anzi, ci guida all'unione delle nostre arterie e che ti rimembra di non dimostrarmi niente. Mi piaci così come sei, quando il nostro sangue, che diventa blu, si mescola. Sei una ferita disinfettata, grandine in un vasto deserto. Percepisco le tue mancanze affettive, la vicina lontananza e il modo in cui ti accasci, dolorante e insicura, nel baule della tempesta cerebrale che riconosce il modo in cui pensi che i tuoi difetti superino i tuoi pregi, da come reggi la penna con cui scrivi, stretta, tra le dita minute, ossute, rivolte ad un foglio avorio che fissi con occhi lucidi, spalancati, che sforzi. Percepisco il modo in cui respiri l'universo, come riesci a cogliere l'essenza vitale di ciò che ci circonda, con la mente rivolta alla notte, ma con l'umor acqueo fisso sulle falene attratte dalla morente luce della lampada che, a stento, t'illumina il viso spento, confuso, distratto che finisce con l'addormentarsi, carico di autocommiserazione, e reggendoti l'intestino tenue. Siamo uguali, in questo percorso: non riesco a lasciarti andare, Venere nera.
La ballata dell’Omogenocene
Continua imperterrito l'addio, prolungandosi come una ferita aperta e sanguinante mentre siamo separati da un vasto oceano di palazzi scintillanti. E non avremo mai quel gatto, mia cara, a camminare silenziosamente sulle lenzuola irrorate dalla luce tenue, penetrante da uno sprazzo vitreo di un focolare domestico, ormai estinto, consistente in macerie ancora fumanti. Non ci attenderanno fresche mattine d'inverno in un letto pulito che ha vissuto la complicità di chi si è incontrato ad opera del Fato, per poi perdersi, stroncati dal volere del pulviscolo lunare. Restiamo fuori dal tempo che vede appassire le tue rose di plastica, rallentare le libellule ad orologeria e congelare il mio corpo con l'iride rivolta alle luci urbane in una notte qualunque che ci tiene distanti, in qualche punto. Accarezzo ancora, per ampi tratti, l'ombra del corpo tuo stanco, che giace addormentato sul sedile di quell'auto che ha dato il massimo per rassomigliare alla carrozza nelle tue corde, come l'ostrica appena cosciente di portare quella perla preziosa ai soli bulbi oculari di colui che gli attribuisce il valore che le spetta. E mentre resteremo in silenzio, riporteremo alla memoria di come tutti i semi al sole diverranno fiori, accettando la putrificazione del bello circostante quando, soli, cercheremo quel fiore tanto ambito in una vasta pianura interamente ricoperta da alta neve.