Maggie
Alzati e splendi, Maggie: avrei bisogno di parlare al tuo viso delicato come zagare mosse appena dallo scirocco dell'alba. Oh, Maggie, ti sento tanto stanca, ma temo di chiedere. Vorrei sentirti ridere, ma sarebbe un tremito nel midollo spinale che non nasconde le tue preoccupazioni, ritrovarmi nel tuo sorriso al contempo caldo e freddo, come l'isola vulcanica sommersa quale sei. Poi vorrei vedere la radiazione solare stagliare sui tuoi zigomi tutte le tue notti insonni, in pieno giorno, e la modulazione di frequenza delle tue insicurezze che vibra piano e si sparge appena tra l'ecumene, senza lasciare traccia alcuna nell'aria torrida e carica di luce. Oh, Maggie, lo sento, sei a pezzi, ma non ti pongo domande. Vorrei ascoltare ascoltare il tuo respiro tuonante, carico di incertezze, soffermarmi nell'incessante flusso elettrico dei pensieri che ti oscillano dalle Ande al Circeo, senza mai sostare. Poi vorrei studiare la creatura complessa che sei, il quesito che fa interrogare il bambino sul perché il cielo sia azzurro, l'ambivalenza dell'artista nei confronti della sua opera, il volo degli uccelli che migrano verso sud per l'ornitologo. Oh, Maggie, ti percepisco tanto misteriosa quanto fragile: lascia che ti ascolti, non ho paura di te, del temporale che ti porti in ogni arteria, di tutti i problemi del cosmo dei quali ti fai carico sulle clavicole tue leggere, come fossi l'Atlante che, alla sera, fissa le lenzuola con le lenti sbarrate e spossate. Infine, vorrei vederti aprire al sole come le gazanie d'Africa, con l'odore sulla pelle di chi non ha più timore del domani, cosicché anch'io possa non perdere mai una battaglia guardandoti in volto, intenta a combattere contro l'onere degli auspici, forte più di quanto tu possa esserne pienamente consapevole.













