DJANGO BATES’ BELOVÈD - The Study Of Touch (ECM 2534)
Mai come in questo caso titolo fu più azzeccato. Il “tocco” sui tasti d’avorio di Django Bates, pur vivendo in parte sull’onda dell’improvvisazione, si propone come efficace paradigma per mostrare quanta dedizione e quanto impegno un musicista dotato di grande sensibilità deve profondere per raggiungere risultati d’eccellenza.
Da questo punto di vista, il pianista inglese non deve prendere lezioni da nessuno ma, anzi, si percepisce come un raffinato didatta dotato di classe innata e di profondo amore per il jazz. Così, chiamati a sé il bassista svedese Petter Eldh e il batterista danese Peter Brunn, realizza un album in cui, durante la lunghezza delle undici tracce che lo compongono, le memorie dei grandi del passato incontrano una visione musicale del presente da cui traggono linfa vitale e una freschezza invidiabile.
Estimatore di Charlie Parker (la dinamica “Passport” è un chiaro omaggio al “bop” di cui “Birdie” si fece portavoce) ma anche del Jarrett meno ‘sperimentale’ e introspettivo, Bates fa fluire le note con naturale dolcezza come in “Little Petherick” o in “This World” ma si lascia andare anche a fraseggi più spigolosi e vivaci (”Giorgiantics”, “Slippage Streets”) fino a confluire nella notturna e misteriosa title-track, di ‘monkiana’ memoria che si propone come summa delle idee esposte lungo l’intero lavoro.
Musicista, didatta, pianista, jazzista... Tutti epiteti che singolarmente stanno stretti a Django Bates che, proprio come un moderno Thelonious Monk sfugge a qualsiasi definizione lasciandoci solo la traccia indelebile di un genio innato per la musica.








