RECENSIONE FILM: “HOOLIGANS (I.D.)” DI PHIL DAVIS, DOVE L’ESSERE ULTRAS E’ SOPRATTUTTO “IDENTITÀ”
"La Voce della Palude" (num. 1, anno I) di Mirko Confaloniera
Avete mai visto il vero film “Hooligans”? Badate che non sto parlando dell’ “Hooligans” più famoso, uscito nel 2005, e il cui vero titolo è, in realtà: “Green Street Hooligans”. Quest’ultimo preconfezionato hooligans movie con protagonisti Elijah Wood e Charlie Hunnan l’hanno visto un po’ tutti, o sicuramente ne hanno sentito parlare. In questo articolo, invece, parliamo di “Hooligans (I.D.)”, titolo del 1995 diretto da Phil Davis e che nell’universo dei tanti mediocri e scontati film sul mondo ultras ha segnato una vera e propria svolta culturale ed estetica. Siamo negli anni ‘90 in Inghilterra, a Londra: John, il protagonista, è un poliziotto ambizioso ma nello stesso tempo frustrato nelle sue aspirazioni lavorative, fino a quando un giorno non riceve l'incarico di infiltrarsi insieme ad altri tre colleghi fra gli hooligans dello Shadwell Town F.C., un sobborgo londinese la cui “firm” è fra le più volente di tutta la serie B inglese – la curva di casa viene chiamata “il canile”, mentre gli ultras i “dogs”. I vertici della polizia londinese non vogliono però fermare le settimanali violenze degli ultras, ma sospettano che vi siano delle connessioni tra il mondo del tifo organizzato e lo spaccio di droga: la missione dei 4 infiltrati consiste nello scoprire le connivenze allo scopo di incriminare i responsabili per associazione a delinquere. La nuova squadra, formata da John, Trevor, Eddie e Charlie, prende il posto di un'altra coppia di agenti che, scoperti, sono stati malmenati per bene all'interno del pub "The Rock", l’abituale ritrovo dei supporters giallo-neri. I quattro staranno più attenti, ma lentamente fra partite in curva, trasferte, risse e ubriacate al pub, John inizia a infiltrasi talmente bene nella curva dello Shadwell fino ad arrivare a non distinguere più il dovere di “sbirro” dal brivido che riceve nel far parte di un gruppo eterogeneo e granitico, nel quale tutti gli aspetti di vita si fondono con valori personali, di gruppo e di fratellanza. Una volta oltrepassato il limite dal quale non può tornare indietro, tanto da mandare a rotoli la propria vita reale, il matrimonio e il lavoro, il protagonista arriva al punto in cui l’identificazione (l’ “I.D.” del titolo) con la logica e lo stile di vita hooligans è totale. L’eccitazione e l’adrenalina di una vita sregolata e senza freni prendono il sopravvento e quello spirito fraterno, che un tempo egli si illudeva di trovare in Scotland Yard, si manifesta invece prepotentemente fra le gradinate della curva di casa, fra i sedili dei pullman delle trasferte, fra i boccali di birra del “Rock”, e nelle risse senza esclusione di colpi contro le tifoserie avversarie. L’attenzione del regista Phil Davis si concentra sull’operato della polizia londinese, mettendone in mostra la lentezza, la macchinosità, il difetto di non sforzarsi troppo nella lotta alla criminalità e anzi, nel cancellare l’intera operazione di copertura, mentre la violenza, i crimini e le efferatezze di alcune sequenze servono a delineare una rabbiosa critica nei confronti della società, un pretesto per dare libero sfogo a un malcontento sociale che ha divorato la working class anglosassone degli anni ‘90. Nonostante il discreto successo ottenuto in patria all’uscita nelle sale cinematografiche, il film non ha mai goduto di grande distribuzione in Italia, finendo col trovarsi spesso trasmesso a tarda notte su Rai 3 a “Fuori Orario”, che non ne ha certo favorito la diffusione. Solo recentemente la pellicola si è diffusa su piattaforme gratuite come Youtube, permettendo la riscoperta di una pellicola dal realismo molto più marcato e profondo rispetto al lezioso ma scontato omonimo film girato da Lexi Alexander del 2005, e che lascia un dilemma ben più profondo nello spettatore, quello dell’infinita commistione tra il bene e il male. Una curiosità: Bob, il gestore del pub “The Rock”, è impersonato da Warren Clarke, che altri non è che “drugo” Din del capolavoro Arancia Meccanica (1971) di Stanley Kubrick.


















