--- Non si può fare fotografia senza conoscere il pensiero di Italo Zannier, fotografo, critico e storico della fotografia. Ma anche voce autorevole nel mondo della fotografia europea, tanto che sono molti i fotografi che devono a lui il loro successo; lo stesso Mario Giacomelli è uno di questi. Quello che sorprende è la sua età, lui è del 1932, che lascerebbe facilmente supporre un approccio all’arte di Daguerre datato e superato; invece si rimane disarmati davanti alla modernità dei suoi ragionamenti.
Abbiamo avuto modo di incontrarlo in un posto tra i più improbabili, a Pielungo, paesino di 26 abitanti nelle Prealpi friulane, in occasione dell’apertura della sua mostra Dall’architettura spontanea agli interni friulani (a cura di Roberto Maggiori).
Il periodo delle foto esposte è quello del neorealismo, ispirato da Paolo Monti e prolifico in Italia negli anni ’50 e seguenti; le foto sono tutte scattate tra il 1960 e il 1961 nei territori montani tra il torrente Cosa e il fiume Arzino. Zannier aveva voluto documentare la vita dei ceti meno abbienti della sua terra natale ritraendo le architetture rurali tipiche della zona, quasi con preveggenza del pericolo rappresentato dal terremoto che avrebbe cancellato tutto quel patrimonio legato alle tradizioni. Dopo quel disastro del 1976 sono rimaste le foto, le case e i paesi hanno cambiato volto. Magistrali anche le immagini che ritraggono gli interni delle abitazioni, cucina, camera da letto… quando qualcuno ha chiesto a Zannier come avesse fatto a entrare in quelle case abitate da gente friulana notoriamente riservata e diffidente si è sentito rispondere: “imbrogliavo, dicevo di essere interessato a qualche particolare, un mobilio ad esempio, non ai locali in sè”. Ma subito ha aggiunto di aver sempre rispettato quel codice di comportamento proprio del neorealismo che imponeva il rispetto per gli altri e la salvaguardia della loro dignità. Rimangono comunque immagini intime, poetiche, che a noi ricordano i lavori di Mario Lasalandra, suo coetaneo.
Dicevamo della modernità del suo pensiero. Durante il suo intervento a Pielungo l’autore ha ripetuto quello che va dicendo da sempre: la tecnica in fotografia non conta nulla, importante è il messaggio trasmesso con la fotografia, e così è sempre stato. A questo proposito non ha saputo resistere dal citare i grandi autori, da Walker Evans a Vivian Maier, da Timothy O'Sullivan a Paolo Monti. Il messaggio è un fatto culturale che necessariamente risente dell’ambiente storico e ideologico nel quale si realizza. Ma proprio per non aver riconosciuto questo assunto ci troviamo oggi in un clima di sordità culturale che relega la fotografia nello scantinato del pensiero collettivo. Zannier si scatena quindi contro questa miopia politica e pare di capire che questa sua accusa duri da una vita. Una vita per la fotografia.