Ammettiamo che non fa proprio caso alla cicatrice, perché ora le tende entrambe le mani sotto quel portico: lui ormai sull`erba fuori, lei dondolante sul legno scricchiolante.
«Vieni...»
si lascia scappare, l`immagine di quella fuga dalla casa infestata è così nitida ai suoi occhi che sembra quasi vera.
La bocca si scontra contro la sua per un bacio profondo, pasticciato, sicuro.
L`animaletto ha appena spiccato una corsa a perdifiato per saltargli addosso e atterrarlo sulla schiena, sommergendolo di profumi e morbidezze e assaporando a pieni polmoni l`aria fresca del parco.
Zucchero, vino, cannella.
Dolce e appiccicosa, l`aria del parco.
«... sulle insalate russe con me?»
Quella prosecuzione le sfugge in un soffio contro le sue labbra, seguendo il filo di un pensiero che le è riverberato dentro fin`ora. Un desiderio tanto impellente da esprimersi in quella richiesta quasi bambina. "Mi porti su quella giostra lassù, signor Duffany? Ci posso salire, non è vero? Ho superato il metro e cinquanta l`anno scorso". Sceglie quell`esatto istante per riaprire gli occhi e raccogliere la sua reazione. E siccome non vuole rischiare, è un nuovo «vieni con me?» quello che gli sussurra contro le labbra, mangiandosi le "insalate russe" perché non ha abbastanza fiato per mettere troppe parole in fila. Sta già compiendo un piccolo miracolo con quella richiesta che non fa più rumore di un sospiro, quasi temesse di svegliarlo con una tenerezza di troppo.
"Posso tenerti con me?"
«N-ne sei sicura?»
«Da un po`»
Il sorriso ancora un`ombra tiepida e la sensazione vividissima d`essere appena arrivati a farsi staccare il biglietto dai giostraio. E poi, siccome senza un pizzico di comicità non si va da nessuna parte, l`espressione si fa appena più seria e corrucciata; una rughetta solca la fronte e le labbra si accartocciano di lato preda di un improvviso dubbio insinuante.
«E-e tu?»
Con le mani ficcate in tasca, Duffany si ritrova a guardare la sua vecchia amica da un`altra prospettiva.
Sono curiosamente in tre ambienti differenti: la casa, il prato, il luna park.
La Stanza di Arianna impazzirebbe.
Gli occhi percorrono quel sentiero conosciuto fatto e rifatto ogni volta con un vagoncino diverso, che adesso gli appare totalmente nuovo.
I sostegni in ferro e acciaio sembrano più forti e piantati a terra; le luci che accompagnano i vagoncini a 120 chilometri orari sembrano illuminare molto di più la strada, la musica gli arriva alle orecchie più piacevole e l`aria ha il confortante odore di camomilla. Deglutisce e si ritrova ad annuire silenzioso, la mandibola ad irrigidirsi per un secondo e all`improvviso un senso gigantesco di responsabilità gli si annida nel cuore.
Andrà tutto bene ora?
«Sei la mia cintura di sicurezza» che probabilmente lei non sa neanche cosa sia e a cosa serva, ma a chi importa? Lei è lì. Non è scappata e lo tiene saldo a terra; le mani proprio lì, dove batte forte il petto, tra lo stomaco e la gola che sembrano essersi fermati. Nessun singulto. Nessun timore.
Si solleva con il busto e salgono sul carrellino.
La pista di lancio freme.
La avvertite? L`energia cinetica per un treno formato da un solo carrello.
La vedete? La rampa che sale verso il cielo e si perde nel blu.
Giù le sbarre. Ad attenderli non ci sono freni, ma solo mirabolanti pazzie e piacevolissimi giri della morte.
Lo sentite il conto alla rovescia?
3... La bocca si scontra con la sua, a caccia del suo sapore per dare lo sprint iniziale.
2... Le mani a premere sulla schiena nuda, il solco perfetto della spina dorsale e il brivido che gli provoca il contatto con la banda del reggiseno. Un gesto fluido delle dita andrebbe poi a staccare i gancetti gli uni con gli altri. Aggràppati, aggràppati.
1... Si separa da lei, le labbra così a pochi centimetri per guardarla solo negli occhi e vederla un’ultima volta prima di farsi lanciare a velocità elevatissime; i capelli scompigliati come quando sferzava il vento sulla sua scopa.
Abbassa le palpebre.
Si parte.
«Sei solo di passaggio o vuoi salire? Ho appena ordinato thailandese»
«Non so» borbotta, spostando una mano dietro la nuca. Andare a casa sua vorrebbe dire "la prossima volta vengo io da te"? Si morde l`interno del labbro, nervosamente.
«Guarda che lo puoi dire se il thailandese non ti piace».
«No no, non mi dispiace il thailandese. È solo che non vorrei disturbare, sai... magari la tua coinquilina non vuole... Non so, non devi sentirti in obbligo, ché sai, magari tu pensavi...» Duf, ma che dici? Si zittisce, maledicendosi e mordendosi le labbra con i canini. «Va be`, salgo. Vada per il thailandese» sciogliendo quell`ingarbuglio nel cervello e un sorriso impacciato, che non ha la minima idea di dove lo stia portando; a cominciare dalla metà del suo cognome in un cocktail del Maze, fino al fatto che sta davvero per mettere piede dentro la casa di una persona con cui condivide... che cosa? A quale categoria delle relazioni sociali appartiene la Wilson?
«Sarebbe carino, te e io, appollaiati sul divano, a mangiare schifezze e guardare film. Così fanno le... persone babbane».
Gli occhietti si allargano impercettibilmente mentre il respiro viene trattenuto appena. Lui si corregge in corner, ma a lei il cuore è ormai partito per la tangente comunque. «Potrei cenarci a vita con tutte le cose che ti lasci sfuggire quando inizi a parlare a sproposito» e quello non sembra un rimprovero e nemmeno un (deliberato) tentativo di metterlo a disagio. «Mi piaci così» svela senza troppi fronzoli. «Mi fa pensare che forse non senti l`impellente necessità di essere per forza impeccabile, con me, e che quindi sarei davvero il tipo di persona con cui ti appollaieresti sul divano a mangiare schifezze e guardare film» che cosa sta cercando di dirgli? Forse esattamente quello che ha detto. «E` come poter guardare dietro le quinte a teatro e vedere gli attori senza maschere» l`ultima perla lei gliela rovescia addosso così, col sorrisetto soddisfatto e l`emozione che non si cura di nascondere. Come la migliore delle signorine dabbene, muove poi il gomito sul tavolino, sporgendosi in avanti per andare a pigiare così il tasto di accensione del telecomando, che fa partire la telenovelas intrappolata nel mangiadischetti. Elisa di Rivombrosa riprende col botto, per la ottocentotrentossima volta, e lei striscia sul tappeto; cercando l`appoggio del divano con la schiena e accoccolandoglisi vicino. «Lui è un conte e lei la dama di compagnia della contessa sua madre».
Breve recap delle puntate precedenti...
«Amore impossibile, un grande classico» roteando gli occhi al cielo. «Lui si invaghisce di lei, lei pure, ma è troppo orgogliosa per sottostare alla sua arroganza. In più crede che il suo amore non sia sincero, che sia solo desiderio di ciò che non può avere e che svanirà non appena lei si sarà concessa. Considera che sono altri tempi, lei vuole sposarsi, e il matrimonio è l`unica cosa che lui non può darle. Così lui pensa che urlare il proprio amore a tutta Riva Ombrosa possa servire a chiarirle che fa sul serio, ma ovviamente è una pessima idea» scoccandogli un`occhiata eloquente nell`accennare a quel che accade sullo schermo. «Un conto è urlare ai sette mari la propria voglia di ribellarsi e un conto è farlo davvero» andando a ricalcare le parole della protagonista:
«siete davvero coraggioso, Conte Ristori, o vi piace solo riempirvi la bocca di belle parole?»
Continuando ad ascoltarla, non può fare a meno di notare una vaga similitudine tra la storia del conte e della dama di compagnia e quella che stanno vivendo. Sono sulla ruota panoramica anche loro? O è una giostra più burrascosa? Magari con un vagoncino a posto singolo... in cui c`è solo il conte che grida perché lei non è voluta salire. Sposta gli occhi su Ilary. No. Loro, sulla giostra, ci sono entrambi e Harry si sente così fortunato in questo momento. Tanto da distendere le gambe, incrociando le caviglie una sull`altra, e rilassare la testa sopra quella bionda accanto. «Alla fine si mettono insieme?» Non che gli interessi moltissimo, giusto per vedere se può delineare meglio i contorni dell`etichetta che si stanno portando appresso da un po`. «Chissà su quale giostra stanno... »
«Si sposano!» Fortuna che nessuno sta mangiando, eh Duffany? «Avevi qualche dubbio sul fatto che Lei l`avrebbe spuntata, scusa?» ridacchiando dispettosa. I tasselli di quella metafora, stavolta involontaria, la riportano con prepotenza su quella ruota panoramica. Deglutisce, improvvisamente nervosa. «Beh, lui sicuramente ha puntato subito alle montagne russe» ragiona. «L`ha aggredita e persino imprigionata... ma solo perché non aveva trovato un altro modo di esprimere cosa sentiva se non prevaricando, sai» lo sai? Anyway, gesticolando: «lei lo riporta sulla ruota e per assurdo quando lui si rassegna a salirci, è lei a portarlo sulle montagne russe, sai?» cercando ancora il suo sguardo, l`aria concentrata di chi stia venendo a capo di un inghippo tutto personale. Sicuramente buffa, con quel cipiglio in viso. «Credo... che alla fine volesse solo assicurarsi che lui sarebbe stato disposto a tanto e... che nel frattempo anche lei sia scesa a patti con cosa... sentiva. Anche se non avrebbe dovuto» un sopracciglio a flettersi, eloquente, chissà perché.
«Curioso».
«Cosa?»
«Curioso che tu sappia spoilerare così facilmente una storia tanto AVVINCENTE». Il sarcasmo, quello pungente. (E i cambi di rotta, quelli in corner).
«In effetti avevo intuito che ti avesse inaspettatamente coinvolto» eloquente, accartocciando le labbra in un sorrisetto struzzo, che si vela in fretta di sfumature più assorte. «A volte ho l`impressione...» partiamo male «che tu non finisca di dire quello che volevi dire quando hai cominciato a parlare, per questo dico che straparli. E sai perché lo so?» non gli lascia propriamente il tempo di rispondere. «Perché faccio anch`io così».
«Ah! Anche tu fai così eh?» le fa eco; andrebbe infatti ad agguantarle il viso per rubarle un nuovo bacio, mangiandole la bocca con la sua e non lasciandole scampo di sgattaiolare fuori dalla sua portata. «Ecco perché siamo finiti su una ruota panoramica» sussurra, staccandosi per un momento.
«Perché anche io straparlo e non finisco le frasi che comincio?» confusamente divertita, flettendo un sopracciglio nell’allontanarsi appena da quel bacio. «Credevo che ci fossimo finiti perché io ho fatto l`integerrima Elisa della situazione». Ci vorrebbe un secondo diploma per capire quello che sta cercando di dire, non trovate?
«Tu straparli e basta, Wilson» la rimbecca a bassa voce, rimanendo a pochi millimetri da quella bocca morbida. Chiude gli occhi, perché aveva sperato che quella similitudine non tornasse. Inspira. Espira. E si ritrova gli occhi immersi nei suoi. «No» le dice, cambiando idea in un twist rapidissimo. «Ci siamo finiti perché entrambi straparliamo e perché nonostante ci siano state incomprensioni fin troppo spesso ora siamo qui, appollaiati davanti a un divano, neanche sopra - pensa che tonti -, a guardare una storia talmente improbabile che mi fa pensare di essere fortunato che la nostra» sì, lo ha detto. «Be`...» ops. Deglutisce. «... che la nostra sia...» sia? «sia vera e reale».
I piedi tirano, lei sorride luminosa e d`improvviso è davvero tutto molto, troppo chiaro. Quelle vertigini lo sono. Raccontano di come siano le altezze a spaventarla e non tanto la persona in cabina con lei. Di come l’altitudine susciti quel senso di meraviglia che non sarebbe possibile senza quel pizzico di terrore primordiale. Quello che parla finalmente chiaro. Abbastanza da farle sentire l`impellente necessità di saltargli addosso; sporgendosi per far scontrare le labbra contro lo sue e rubargli un bacio profondo, fin da subito, in contropiede e in controtempo. Le braccia a scivolargli meglio attorno alle spalle per appendersi a lui e trascinarlo giù. L`attacco di un animaletto che, se non fai attenzione, ti trascina a rotolare sul tappeto così. Prima che tu abbia avuto il tempo di dire "Quidditch".
Pigiata fra le caratteristiche villette a schiera colorate che caratterizzano il quartiere londinese di Notting Hill, si scorge il numero 47 di Cornwall Cres; una palazzina a due piani giallo canarino, il cui portone principale è raggiungibile salendo un paio di ripidi gradini. Sul citofono starnacchiante si legge ancora "Pollon-Wilson" e inoltrandosi nel piccolo pianerottolo di moquette consunta e scale scricchiolanti, si può raggiungere il secondo piano; dove sorge la porta arancio dal pomello a zucca che accompagna un secondo campanello. Un Pollon`s questa volta dipinto a mano su una piccola mattonella poco sopra il pulsante di ottone, circondato da qualche ghirigoro di zucche fiorite che portano sicuramente lo zampino di Illy.
L’appartamento è composto di un ampio open space dai soffitti alti, che ricorda un vecchio magazzino o una caserma dei pompieri resa confortevole e abitabile, ma ancora coi suoi muri in mattone vivo a renderne chiare le origini. I mobili in perenne mismatch si alternano alle lucine soffuse che illuminano la libreria posta sulla destra dell`ingresso e mucchi di candele accatastate negli angoli - o sui bordi del camino - illuminano fiocamente il resto dell`ambiente al posto dell`elettricità. Proprio di fronte alla parete a destra dell’ingresso si trova anche la zona salotto, col suo maxi tappeto sistemato davanti al camino e alla televisione (ebbene sì) e ai piedi di un divano in velluto color petrolio, alle spalle del quale spicca l`unica parete di tappezzeria della casa: blu notte, trapuntata di stelle che fungono anche da punto luce e mimetizzano perfettamente la porta del bagno regalando all’ambiente un’atmosfera squisitamente ravenclaw. Sul basso e tondo tavolino etnico, che oltre il vetro del suo secondo piano ospita le boccette degli alcolici, sono arruffati immancabili pile di disegni, scampoli di stoffa, colori, tazze di tè ormai vuote e briciole di biscotti.
Dritta di fronte all’entrata si trova la cucina turchese con il suo tavolo in legno, le sedie, il frigo e la credenza gialli; sulla sinistra della porta una parete in mattoni adibita a serra verticale e una piccola zona relax rasoterra, fatta di cuscini di chinz e comodi pouf accatastati poco sotto la finestra, assieme alla gabbia di Neve, uno scrittoio dall`aria ridipinta, un vecchio attacapanni animato verde bosco, una cassettiera gialla e una poltroncina amarena. Cuscini colorati e tende leggere di diversi tagli, colori, lunghezze e consistenze svolazzano a copertura delle vetrate, anche se non sembra esserci alcuna finestra aperta, regalando quel tocco un po’ bazar agli interni.
Una rampa di vertiginose scale a chiocciola in ferro battuto verde acqua si arrampicano sull`ampio soppalco che occupa praticamente l`intera zona sinistra della casa; affacciandosi sulla cucina sottostante con la sua ringhiera tempestata di lucine in perenne christmas mode, e sull`unica altra porta chiusa oltre a quella del bagno. Appeso al suo pomello, un piccolo ciondolo in stoffa ricamato a mano e a forma di zucca, chiuso rigorosamente a chiave. RSN gracchia in perenne sottofondo classici del secolo scorso, impregnando l’aria già densa di camomilla, aromi di candele profumate e prodotti Utopia dalle delicate fragranze floreali che si mescolano all’odore più pungente delle erbe medicinali e delle spezie che puntellano la serra verticale assieme a piantine più ornamentali (tre arcobaleno dai petali dorati e un ciclamino); ognuna immersa in bocce di vetro o piccoli vasetti sospesi che assicurano l’illuminazione e la temperatura adatte a mantenerle rigogliose. Poco lontano dal trespolo di Neve è nascosto chissà dove uno snaso ghiotto di bottoncini dorati e ninnoli scippati agli ospiti e una puffola è sempre pronta a saltare sulle spalle degli avventori con gridolini acuti non dissimili da quelli della padrona di casa.
«E’ molto... tua».
«Doveva essere a prova di Sebastian».