RECENSIONE: Travis Scott - ASTROWORLD (Epic Records / Grand Hustle)
ASTROWORLD è il terzo album in studio del rapper, cantante e produttore di Houston, TX Travis Scott. Inizialmente presentato nella scena hip-hop come prediletto di Kayne West, Scott ha fatto abbastanza strada dal suo debutto Rodeo del 2015, co-producendo tracce per West stesso, Rihanna e Madonna e pubblicando il secondo album Birds In The Trap Sing McKnight. Ad aumentare inevitabilmente la sua fama al di fuori della musica c'è stata anche la relazione con Kylie Jenner della famiglia Kardashian, con la quale ha recentemente avuto una figlia. Insomma, per Travis Scott sembra accaduto tutto nel momento giusto, l'unico intoppo minore della sua carriera è sopraggiunto proprio nella gestazione di questo ultimo album, posticipato più del previsto e privato di alcune tracce tanto pubblicizzate ma non tanto apprezzate dal pubblico quanto l'artista si aspettava.
Nonostante la notevole attenzione suscitata da Travis Scott mi immergo nell'ascolto di ASTROWORLD senza aver mai ascoltato una delle sue canzoni. Ne sono cosciente, a volte sembra come se vivessi sotto una roccia, ma specialmente con la trap mi trovo ad assumere un'atteggiamento schivo, quasi di rifiuto, cercando di rimanere all'oscuro di tutti i rapper appartenenti a quest'ondata perché semplicemente questa deviazione dell'hip-hop, nella stragrande maggioranza delle volte, non riesce a comunicarmi niente e mi risuona ripetitiva e prevedibile in maniera estenuante. Quindi, in qualità di uno dei pochi album esplicitamente trap che ascolto ed affidandomi ad un'artista rinomato per il suo gusto sperimentale, la responsabilità e le aspettative riposte sull'ultimo di Travis Scott sono potenzialmente ed inconsciamente tante.
Il disco si propone come un grande viaggio allucinogeno nella mente alterata di Scott, volendo suscitare sensazioni nell'ascoltatore più con la musica che coi testi, che passano in secondo piano e sono trascurabili salvo qualche rima divertente e un paio di strofe che ti rimangono in testa. Insomma, se state cercando un album rap dal contenuto lirico o col quale possiate anche lontanamente relazionarvi, di certo non lo troverete qui; ASTROWORLD è uno dei tanti dischi che narrano di esperienze distanti da quelle di un comune mortale, il massimo che possiate fare è sognare di avere il suo stile di vita se questo è il vostro genere di fantasie. Su una nota più positiva compie un buon lavoro nell'offrire deviazioni musicali e beat switch e ci sono davvero tante collaborazioni.
Saliamo sulle giostre di ASTROWORLD - nome dato come tributo ad un parco divertimenti dismesso nella sua città natale - con STARGAZING, una traccia che dimostra senso eclettico, una visione dall'ampio orizzonte e senza confini di genere, un'imponente hit che mescola trap e psichedelia dentro un involucro energico. Nella prima parte utilizza l'auto-tune e le distorsioni vocali a supporto del ritornello come strumento per elevare il suo sound galattico ed immergere nel suo trip mentale; colti all'improvviso da un beat switch, nella seconda parte si riescono ad apprezzare le sue barre quasi libere dall'auto-tune e la raffinatissima produzione. Niente da obiettare e molto di cui rimanere positivamente spiazzati per essere la mia prima canzone in assoluto di Travis Scott.
Dopo un momento così alto si rimane delusi dalla successiva CAROUSEL che pur mantenendo l'energia e non essendo una cattiva traccia in prospettiva delle successive, torna su territori già battuti e non offre nulla di particolare nel flow, nel modo in cui la voce di Scott è plasmata o nel beat; piuttosto, il tentativo di sperimentazione risulta fastidioso e sconnesso. Bombardati dai suoni frammentati e caotici che tendono a sovrapporsi, nei quali si riescono a cogliere voci, bassi rombanti e prominenti synth acuti, non si apprezzano nemmeno troppo gli spezzoni in cui Frank Ocean prende possesso della scena.
In una direzione similmente disorganizzata si arrovella SICKO MODE, spezzata in quelli che risultano degli specie di abbozzi tirati fuori dalla traccia precedente; ad aprire e a chiudere la traccia c'è Drake che paradossalmente non è la peggiore delle cose che potesse capitare, nonostante in una delle sue strofe potrebbe potenzialmente divinizzare l'uso di farmaci da prescrizione per uso ricreativo, argomento sul quale la comunità hip-hop dovrebbe redimersi e sensibilizzarsi invece di remarvi a sfavore.
C'è sempre quella potenzialità di fondo per poter produrre una traccia sopra le righe ed invece i vari elementi che vanno a comporre la strumentale sembrano come incollati dal lato sbagliato ed il risultato è di almeno una spanna sotto le aspettative. "Who put this shit together? I'm the glue" canta Scott proprio poco dopo, reclamando la sua capacità di saper ricoprire anche il ruolo di curatore nelle sue canzoni, orchestrandone gli aspetti della produzione e dirigendo gli artisti che collaborano con lui a suo piacimento.
Se c'è un motivo per cui ASTROWORLD si distingue dai tanti altri progetti trap contemporanei non è sicuramente per merito di Travis Scott che non è il collante del disco e vuol giocare a fare il regista. Il fatto è che i suoi ospiti non sono attori ma a loro volta registi d'eccellenza e perciò finiscono per fare il lavoro al posto suo, rubandogli completamente la scena.
STOP TRYING TO BE GOD è uno degli esempi in cui Scott viene spalleggiato da grandi talenti che eclissano la sua presenza e sostanzialmente, la sua performance sporca la delicatezza della traccia che vorrebbe avvicinarsi ad una ballad. Niente poco di meno che Stevie Wonder suona l'armonica, lievemente distorta e diffusa piacevolmente durante tutto il brano; Kid Cudi contribuisce con una piccola parte vocale nel ritornello, mentre a James Blake è affidato il compito di concludere la traccia con uno dei suoi testi tradizionalmente introspettivi ed accompagnati da una tastiera riflessiva che mette a tacere il baroccheggiante intrigo sonoro.
Quando in SKELETONS si riuniscono tre grandi personalità della musica le possibilità di sbagliare sono inesistenti. La produzione è delegata a Pharell Williams e soprattutto al maestro della neo-psichedelia Kevin Parker, capace di realizzare al meglio la visione di Scott fatta di suggestioni mentali alterate e atmosfere futuristiche attraverso l'uso di synth eterei; al ritornello l'inconfondibile voce di The Weeknd che ritorna anche nella successiva WAKE UP, un'altra traccia piuttosto riuscita che prova di nuovo a mescolare le carte con sonorità diverse, in questo caso, invece di giocare coi synth sperimenta con una chitarra.
Senza grandi nomi al suo fianco, Scott compie un buon lavoro nella sentimentale R.I.P. SCREW e nulla di più. Privo dei suoi collaboratori più brillanti, infatti, ASTROWORLD precipita nella confusione, finendo per essere un album come un altro, inutilmente gonfiato per arrivare ai sessanta minuti x diciassette tracce totali. Stranamente, la durata media dei brani si riduce in modo drastico, così ottimi spunti di produzione sperimentale come quelli di ASTROTHUNDER bruciano prima di sbocciare a pieno; In questa traccia gli elementi come il basso, suonato da Thundercat, e la produzione, curata da Matthew Tavares dei BADBADNOTGOOD, vengono liquidati velocemente come se da quel momento in poi fosse tutta una carrellata veloce. Al momento di YOSEMITE, WHO? WHAT! e BUTTERFLY EFFECT ciò che rimane sono più idee non concluse che tracce sostanziose. L'album non si conclude neanche con una nota troppo positiva in quanto COFFE BEAN è l'ennesimo brano che lascia indifferente.
ASTROWORLD sembra provenire da qualcuno la cui mente schizza in mille direzioni diverse contemporaneamente, e nel tentativo frenetico di catturare tutte le idee il risultato spesso è discontinuo e caotico. E' da apprezzare la volontà di superare le barriere tra psichedelia e trap e se affiancato da artisti che provengono dai contesti giusti dell'indie ci riesce pure. Il fatto è che la strada per diventare un curatore musicale è ancora lunga ed è molto facile farsi influenzare dai colleghi o dai suoi maestri al tal punto da diventare una loro imitazione; sono diversi i momenti in cui Scott richiama alla memoria lo stile di un Kanye West o di un Post Malone, ma senza possedere ancora quell'esperienza o quella flessibilità vocale.