If Book Then 2013: tecnologia, dati, contenuti
Il 19 marzo si è tenuta l'edizione 2013 di IBT, talmente ricca di interventi e di stimoli che è veramente difficile riassumerla in un post, mi limiterò perciò a raccontare alcune delle cose che ho ascoltato e che hanno catturato la mia attenzione. Troverete le slides degli interventi qui
Le tre parole chiave di If Book Then sono state tecnologia, dati e contenuti.
La prima sessione, dedicata alla tecnologia è stata aperta da Javier Celaya, CEO di Dosdoce, che ha spiegato perchè per gli editori, in un contesto digitale dominato dal web, sia importante investire ed avere un controllo sulla tecnologia che veicola i contenuti. Gli editori (e le biblioteche aggiungo io) si trovano ad operare in un contesto in cui sono cambiate le modalità di scoperta di informazione, cultura e divertimento, il modo in cui vengono consumati i contenuti (con importanza crescente dei tablets), sono cambiate le loro modalità di produzione e di condivisione (dove l'accesso prevale sul possesso) e anche quelle di lettura (si è passati infatti da una lettura che richiedeva esclusivamente un attenzione visiva ad una “finger centric” che segna la fine dei contenuti statici), è cambiato, infine, il modo di pensare (i nostri cervelli attivano aree diverse).
L'editoria non può restare immune alle trasformazioni e dovrebbe fare della tecnologia la sua seconda pelle, dovrebbe passare da un modello di business basato sui contenitori di contenuti ad un'industria di servizi agli autori e ai lettori (raccomandazioni, trasferimento di note e commenti..) identificati e realizzati grazie ad alleanze con le startup. Quest'ultime sono innovatrici per loro natura, sanno realizzare prodotti e nuove idee in un contesto caratterizzato dall'incertezza e possono essere di grande supporto agli editori tradizionali, mentre affidarsi alle tecnologie dei “big players” non consente il controllo dei dati e costringe a muoversi alla cieca. L'invito agli editori è dunque quello di non limitarsi ad essere utenti passivi della tecnologia sviluppata da altri ma di diventarne creatori lavorando (così come ha fatto il NY Times) con le startup. Il compito di rappresentare la loro natura innovativa e la qualità dei loro servizi è stato affidato ad Atavist (piattaforma sofisticata di contenuti nativi digitali che ha tra i suoi clienti TED, The WSJ, Pearsons..), Booktype (piattaforma open source per autori e editori di Sourcefabric), Mobnotate (una piattaforma per costruire percorsi di lettura personalizzati all’interno di un testo, capace di trasformare, attraverso link traversali, un libro in uno spazio di scoperta di molti altri) ed infine Skoobe e Valobox che nella loro presentazione hanno chiamato in causa, sia direttamente che indirettamente, le biblioteche.
Valobox è una startup inglese che offre libri digitali “webfriendly” e si basa sul modello “pay-as-you-go”: non richiede di acquistare l'intero libro se interessano solo alcuni capitoli, né di fare il download di file che necessitano di software ad hoc, non prevede lunghe procedure ogni qualvolta si decida di procedere all'acquisto, consente invece di effettuare una ricerca all'interno del testo completo, individuarne le parti di interesse e pagare solo per quelle che sono state lette. Soprattutto Valobox integra gli ebook con il resto del web catturando come clienti coloro che non stanno cercando libri ma informazioni e fa in modo che i contenuti dei libri solitamente blindati siano facilmente ricercabili, inoltre le operazioni di ricerca, scoperta e acquisto avvengano nello stesso ambiente. Lo scopo del servizio è quello di connettere le persone con le informazioni di cui hanno bisogno, di aiutarle ad individuare tra i tanti libri su un dato argomento quello che risponde al loro bisogno informativo. Una dichiarazione che sembra ricalcare i “mission statements” di molte biblioteche e che deve far riflettere noi bibliotecari nel momento in cui, volendo dimostrare il valore aggiunto dei nostri servizi, ci dobbiamo confrontare con servizi e algoritmi che sembrano sostituirci brillantemente.
Skoobe è un startup tedesca, una mobile library, che offre un servizio di ebook in abbonamento (€9.90 al mese con rinnovo automatico) per tablet e smartphone (una sorta di Spotify dell'ebook, il loro logo ne sembra un richiamo esplicito) che consente ai propri clienti di leggere quanti titoli vogliono e si rivolge a chi non sente il bisogno di possedere ciò che legge, creata con il supporto di due grandi editori quali Random House e Holtzbrinck. Una sorta di biblioteca privata che, con mia grande sorpresa, propone il suo modello di business agli editori promettendo guadagni in crescita costante e dimostrando di essere un partner più appetibile rispetto alle biblioteche tradizionali.
Nella slide la linea orizzontale rappresenta i guadagni che provengono dalle vendite alle biblioteche, quella obliqua quelli con il modello Sbooke. Il grafico non mi pare corretto, la linea orizzontale riproduce quanto avviene per il mercato cartaceo (molti prestiti con un'unica vendita) e non nel mercato digitale in cui le biblioteche non acquistano solo il titolo ma anche i download, ma a parte questi dati “non confrontabili” mi lascia perplessa l'idea che gli editori possano pensare alle biblioteche come concorrenti quando il vero problema sta altrove, in un mercato controllato dai “big players” che fanno il bello e il cattivo tempo in termini di pricing e di controllo dei dati. Mi piacerebbe invece che le biblioteche fossero considerate possibili alleati e non solo clienti più o meno redditizi e forse una collaborazione, come già auspicato nell'edizione estiva dell'evento, potrebbe partire proprio da una condivisione dei dati (pur con tutte le dovute cautele in termini di privacy e di limiti etici), quei Big Data a cui è stata dedicata la sessione centrale di IBT e di cui ci parla Virginia Gentilini.
La parte finale dell'evento si è occupata di contenuti. Kassia Krozser di Booksquare ha raccontato il punto di vista del lettore, mentre Hannes Eder ha illustrato il modello di digital lending svedese nato dalla collaborazione fra editori e biblioteche.
Con “What do readers want? A not-simple question” Kassia Krozser ha raccontato la sua esperienza di grande lettrice passata con soddisfazione dal cartaceo al digitale (tranne per le riviste che nella versione digitale ancora non la soddisfano) ed ha invitato gli editori a fare autocritica sollevando il problema del “lettore platonico”. Quella figura di lettore molto cara agli editori (e anche ad alcuni bibliotecari) ma che è molto lontana dal lettore reale, o meglio dai lettori reali portatori ognuno di un'esigenza diversa: il lettore del tempo libero, il giovane lettore, il lettore di audiolibri, quello con difficoltà visive... Compito degli editori è quello di individuare le diverse caratteristiche ed esigenze e di rispondere con una produzione adeguata, offrire contenuti (ed anche metadati che devono essere buoni anche per il lettore) utili a risolvere un problema o a soddisfare un bisogno, oltre a privilegiare il contesto rispetto al contenitore che deve essere funzionale (pensiamo ai testi il cui valore sta nell'aggiornamento continuo) e dare importanza alla qualità che, per il lettore, conta più del prezzo, mentre spesso non caratterizza i libri digitali.
La sessione dei contenuti è stata chiusa da Hannes Eder, Ceo di Publit, una publishing platform svedese che collabora con le biblioteche locali e che propone un suo modello di digital lending. Secondo Hannes Eder lo scontro fra editori (che temono la cannibalizzazione da parte dei servizi di digital lending bibliotecari e introducono elementi di attrito) e biblioteche (che contestano i modelli di business del mercato digitale basato sulle licenze) dipende dal fatto che entrambi trattano gli ebook come se fossero oggetti, allo stesso modo dei libri di carta. E così da un lato le biblioteche rifiutano i costi aggiuntivi (per download) al prezzo del libro perchè non esistono per il cartaceo, dall'altro gli editori impongono il modello one book/one user che prevede l'acquisto di licenze aggiuntive per prestare lo stesso titolo a più utenti contemporaneamente e introducono anche un numero massimo di prestiti a simulare l'usura dell'analogico. Il tutto si risolverebbe se si smettesse di considerare gli ebook merci da distribuire sul mercato e li si vedesse come servizi che sono oggetto di licenza che va negoziata dalle due parti. Il modello svedese prevede che le biblioteche possano accedere all'intero catalogo editoriale senza il pagamento di alcun fee aggiuntivo, non impone un limite al numero di accessi concorrenti e si basa su un costo per ogni transazione oltra ad un fee ogni volta che un titolo viene reso disponibile ad un utente. Modello che ha già ottenuto un grande risultato dato che nel 2012 il sistema bibliotecario svedese ha prestato un numero di ebook sei volte maggiore di quelli movimentati dai distributori commerciali. La Publit, rispetto al modello tradizionale del mercato editoriale svedese, è riuscita inoltre a ridurre il fee di distribuzione da 50% al 20%, ha proposto un pricing dinamico (è l'editore che stabilisce il costo per circolazione), ha creato strumenti che permettono di filtrare i titoli del catalogo e sviluppato una piattaforma di pubblicazione che può essere utilizzata anche dalle biblioteche che diventano partners degli editori. Esse infatti stanno contribuendo alla digitalizzazione di opere di catalogo e in cambio ottengono interessanti condizioni per il digital lending dei titoli di quegli editori: i titoli front list (che solitamente subiscono un embargo) sono disponibili immediatamente con un prezzo freemium, i titoli di back e mid list hanno prezzi inferiori, i testi digitalizzati dalle biblioteche sono disponibili per undici anni ad un costo d'abbonamento fisso.
Un modello a mio parere che ha tutte le carte in regola per affermarsi in quanto serve gli interessi di entrambe le parti coinvolte scardinando il modello cartaceo tradizionale e riconoscendo l'appartenenza di biblioteche ed editori allo stesso ecosistema.