Occorrevano anni per accedere alla biblioteca e anni si impiegavano a percorrerla tutta. Non era solo il gran numero di libri a richiedere una lunga fatica, ma la saggezza degli igumeni aveva stabilito la regola che un certo tipo di letture richiedesse un certo grado di preparazione e di fortificazione nella fede. Così, mentre tutti avevano accesso alle prime grandi sale, in minor numero si accedeva alle successive e in pochissimi alle ultime. Vi era poi un'ultima sala la soglia della quale solo l'igumeno e il suo segretario potevano varcare. Io ebbi questo privilegio. La diligenza con la quale avevo condotto il riordino dell'archivio mi aveva confermato la fiducia di Filoteo ed egli mi volle come suo segretario. Anche in questo forse seguendo un'indicazione del Bessarione. Sin dai primi giorni di lavoro in archivio avevo notato intorno a me la discreta sorveglianza degli anziani. Più volte ebbi l'impressione che essi origliassero le mie conversazioni con gli altri monaci. Era evidente che si saggiava la mia affidabilità e questa dipendeva essenzialmente dal fatto che non facessi parola di quanto andavo apprendendo nel mio lavoro. Non delusi la fiducia riposta in me e per quanto, alle volte, mi venissero rivolte maliziose interrogazioni non caddi mai in alcuna trappola. Piuttosto sviavo la conversazione, simulavo di non aver compreso la domanda e se le richieste si facevano più pressanti e circostanziate mi stringevo nelle spalle protestando di non aver mai visto alcun documento che trattasse la tal questione. Fu così che, grazie al mio incarico di segretario, la biblioteca di Càsole mi si dischiuse in tutta la sua ricchezza.
Raffaele Gorgoni, Lo scriba di Càsole. Il segreto di Otranto, Besa Editrice, Nardò (LE), 2009; p. 65.















