Non mi chiedete perché ma sono convinto che Franco Battiato stia benissimo.
Lo intuisco dalle foto che da qualche giorno accompagnano e autoalimentano le notizie riguardo a una sua grave malattia. E a questo punto devo spiegarvi una cosa sulle foto ai musicisti. Fino alla prima parte degli anni Zero, credo gli ultimi degni di memoria siano del 2OO2 a opera del solito britannico NME, le riviste con una certa tiratura erano in grado di fornire ai lettori servizi fotografici inediti da affiancare agli articoli. Entrambi erano solitamente a firma di gente coi controcazzi con un qualcosa da dire o mostrare e che attualmente scrive libri di un certo spessore (anche solo in senso fisico) o colleziona numeri assurdi con personali in giro per mezzo mondo. Gente come Nick Kent e Anton Corbijn. Poi ha spopolato internet e tutto ciò che già sapete. Così, a meno di non essere Madonna e di festeggiare 6O anni con uno shooting di Steven Klein per Vogue, state certi che il massimo della foto che vi potranno fare o propinare sarà con un iPhone. Magari ogni tanto qualcuno spaccia qualcosa per simile ma si tratta di solito di versioni discount con arrivisti fotografati in digitale da un pirla della redazione. Succede, pure nelle rivste più patinate. Un tempo, però, l’idea di un servizio fotografico era l’idea stessa di aver toccato un apice della carriera. Non era solo la seduzione per noti edonisti ma anche motivo d’orgoglio per quanti credevano (veramente) al connubio tra musica e immagini e all’utopia dell’arte totale. Gente tipo Bowie, e alle nostre latitudini Mina - e la lista potrebbe durare pagine. Poi c’era chi se ne fregava alla grande. Pochissimi in vero, e nemmeno così scontati, che per ragioni disparate, si limitavano a fornire al giornale una serie di scatti promozionali per un articolo interno o persino per la copertina. Ecco, Battiato è di questa categoria. Le uniche eccezioni di pregio sono degli scatti dei primi anni 7O di Gianni Sassi, e comunque mai per compiacere l’ego dei giornali - se mai come gesto performativo/provocatorio rivolto direttamente alle masse. Se infatti ora cercate su Google sono più facili da trovare immagini dei suoi quadri che sue, costringendo tutti a metterne di veramente oscene. D’altro canto, a quelli a cui piace essere fotografati in ogni salsa, poi accade che con gli stessi scatti ci riempiono (loro, o chi per loro) anche t-shirt e felpe, anche se alla prima impressione non avreste mai detto che quello fosse il fine ultimo; e invece: un bel giorno te li trovi da OVS col viso spalmato su tutto il torso come Justin Bieber e Vasco (spesso immortalati dagli stessi fotografi che hanno solo cambiato target decuplicando i diritti del proprio copyright). Allora comprendi il genio di chi si è defilato. Prima, quando sommergi la stanzetta di poster, ti sembra una cosa ridicola e non comprendi se un tuo idolo non si concede all’obiettivo di qualche fotografo cazzuto, limitandosi a foto di posa, di circostanza, basiche o fatte direttamete a cazzo. Poi il discorso cambia. Quando una foto viene riciclata o abusata, fino a renderla insopportabile, fino a perdere tutto il suo senso - artistico, musicale o quello che era. A un certo punto succede e a quel certo punto ti vengono alla mente gli altri. Quelli che sono rimasti fuori. Quelli che per trovare qualche immagine devi magari affidarti a qualche fissato ne ha estratte due da qualche videoclip. Quando succede è in genere con gente della madonna. Tipo i Wipers o i Disciplinatha e insomma, ora sono convinto che sia la scelta migliore. Magari sembra una stronzata. Qualcuno può ironizzare sulla bruttezza dei soggetti immortalati. Per qualcuno è persino una prova provata del loro stato di salute (anche mentale). Ma credo, almeno in questi casi, che non essendoci consepevolezza, non c’è rappresentazione: in tutti gli altri invece si, dalle foto di Beyoncé col pancione a quelle di Dave Grohl con il gesso, passando per quelle durante i matrimoni, i funerali e la caterva di scatti ospedalieri, da Rihanna a Jovanotti, tutti figli della foto a Kurt Cobain a terra con la testa tra le mani (fatta a Seattle nel 199O, quando di accopparsi non ci pensava affatto ovviamente). Tutti ricchi di spunti, il più spettacolare dei quali è senza ombra di dubbio la drammaturgia. Viene per seconda l’ambientazione psicologica; non sono tizi qualunque ma cantanti, con tutto quello che comporta: sensibilità, forza d’animo, ardimento, passione, sentimento, struggimento emotivo. E’ ovvio, almeno a me, che dietro qualsiasi scatto si contruisce l’articolo, una storia da tramandare ai posteri, da usare alla bisogna su Mojo o Cronaca Vera, creando una sorta di bio-film in tempo reale (”Si capiva che stava male”, si dice). Gliene faccio una colpa? Affatto, sono tempi difficili per tutti e scelte personali nella carriera di un artista che oramai sembrano di norma e giustificabilissime. Allo stesso modo, però, sono felice che gli sciacalli che in queste ore stanno cercando una foto “consona” di Battiato a commento dei loro trafiletti dimmerda non ne trovino nemmeno una. Queste notizie dovrebbero uscire (se gli va) dalla famiglia e non dalle poesie inedite messe sui social non si sa perché o dalle congetture di giornalisti sul vociare per le vie di Catania. Immaginate: se fosse vero, e la famiglia voleva segretezza, ora si trova gente a caso che ne piange una malattia di cui, a conti fatti, non cambia nulla; se è un falso, si trova gente a caso che ne piange una malattia inventata; su una foto presa per circostanza. Allora vedo il susseguirsi di queste ipotesi e supposizioni contornate da foto scarne, asettiche, per certi versi beffarde nella loro inespressività formale, che sottolineano il proprio diritto a una privatezza e, non mi chiedete perché, sono convinto che Battiato stia benissimo e si stia solo facendo, come sempre, i grandissimi cazzi suoi.