«Un ragazzo schizofrenico mi chiedeva, alla fine di ogni seduta, prima di congedarsi, uno specchio in cui poter riflettere il suo volto. Trovava in quel modo un certo sollievo all’angoscia della separazione che si rinnovava a ogni fine seduta; doveva rintracciare la sua immagine allo specchio affinché non fosse trascinata via. La sua storia era caratterizzata da una famiglia inesistente, da una madre e da un padre che non hanno mai smesso di litigare furiosamente, incuranti della presenza del figlio, il quale viveva i loro accesi e violentissimi scontri con grande angoscia. Temeva che i genitori potessero distruggersi reciprocamente e che lui dovesse rimanere solo al mondo. Il suo volto non ha potuto specchiarsi in alcun altro volto; il suo corpo si è frammentato in un caos pulsionale che lui viveva in modo delirante: il proprio corpo era un materiale esplosivo altamente pericoloso (come lo erano le furiose liti tra i genitori). Sentiva che poteva – mi diceva fuor di metafora – “esplodere” da un momento all’altro, dove questa esplosione era, al tempo stesso, il segnale della sua frammentazione e quello del rischio di un suo passaggio all’atto violento. In questo caso l’uso dello specchio nel bagno dell’analista poteva supplire solo immaginariamente all’assenza decisiva dello specchio simbolico costituito dal volto dell’Altro.
In una logica diversa, un bambino con gravi problemi scolastici e con vissuti depressivi legati al fatto che sua madre, separatasi dal marito quasi subito dopo il parto, non gli dedicasse alcuna attenzione perché totalmente assorbita dai suoi impegni professionali, poteva restare per ore di fronte allo specchio continuando a fare smorfie anziché applicarsi ai suoi studi. Indugiare sulla propria immagine, dilatarla, modificarla, era un modo per provare a recuperare una certa quota di narcisismo ferito a morte dall’assoluta mancanza di interesse mostratagli dai suoi genitori.
Il punto chiave è che i disturbi della relazione primaria con la madre coincidono sempre, non casualmente, con la possibilità per il bambino di abitare creativamente l’apertura del mondo. Quando il bambino non è accolto dallo sguardo materno, questa apertura – l’apertura del mondo – si sottrae e non si rende disponibile. Lo sguardo del bambino non ritorna a se stesso nella forma di un riconoscimento che consolida l’identità – “Tu sei questo!” –, ma si perde nel vuoto.»