Ad un tratto penso: E se dormissi in stazione? Vado a Bolzano, da Bolzano a Verona sto là, gironzolo, mi ficco da qualche parte e aspetto che si faccia giorno per andare a Padova. Se devo essere randagia tanto vale esserlo davvero? No, non proprio. Cioè, non è roba che fa per me ma è divertente pensarci, sento addosso uno strano friccichìo come se lo stessi per fare davvero. Domani ci sarà una festa qua, in mezzo ai monti, balleranno i tirolesi con le vacche, vorrei andarci solo per vedere cosa fanno. Quelle si son messe d'accordo, probabilmente andranno, io non sono invitata ovviamente. Ho i capelli sporchi e non ho voglia di lavarli, non ho voglia di lavarmi. Sono un tutt'uno con questa oscurità e più il buio si fa profondo più io scompaio assieme a quella flebile luce che resiste alla notte ancora per poco. Dicevo, però, domenica prossima esco e non torno qua, vado un po' a Bolzano, poi a Verona, poi lunedì vado a Padova. Non prenoto nulla, nessun alloggio, sono stufa di cambiare alloggi. Non ho più un posto mio da anni, casa mia non è più casa mia ma è casa dei miei da anni e voglio che resti così. Persino in hotel sono nella mia terza stanza. Non voglio prenotare un alloggio e dovermi adattare, poi andare via, senza neanche disfare la valigia. Sono così irrilevante. Le persone come i posti, io che scappo sempre scappo sempre. Alla fine sono solo io con la roba del momento, vorrei poter dire con la mia roba ma anche quella se non è contenuta da qualche parte non è del tutto mia. Vorrei vomitare lacrime, invece che piangere. Vado a Bolzano, a Verona e gironzolo là in giro, magari giro un po' per locali per poi tornare in stazione e aspettare là dentro che aprano i bar la mattina. Qual è in fondo la differenza con quando prenoti un alloggio? Anche là sei solo di passaggio, tanto vale esserlo senza dover far volare il centone. Farò anche il compleanno quella settimana, non faccio che ripetere che ho preso cinque giorni di ferie la settimana del mio compleanno e poi alla fine stavo per dimenticare che faccio il compleanno. Dire “faccio il compleanno” non significa nulla. Compio gli anni di Cristo, raggiungo la stessa età di quel pervertito di Portnoy. Leggere quel romanzo è così pesante e opprimente, pure se cerca di fare del sarcasmo. Forse è proprio quel sarcasmo ad appesantire tutto o è la sua disperazione, sua e quella del padre debole e stitico, un tipo anale, la madre nevrotica, Lina la prostituta romana. Sono a malapena a metà ancora. Ieri chiama la titolare, Diana mi mandi una tua donna qui al ricevimento, hanno portato dei tavoli nuovi, si deve un po' aspirare, passare lo straccio. Vado io. Ci siamo io, la titolare, il barista, la governante, i receptionist, clienti che pascolano avanti e indietro come manzi, qualche cameriere. Ci sono io in ginocchio che spolvero quei cazzo di tavolini. Vorrei scavarmi una fossa e sotterrarmi, non farmi vedere, scomparire dall'esistenza, se chiedi di Arreton nessuno ti sa rispondere perché Arreton non è mai esistita. Odio questo lavoro odio questo lavoro odio questo lavoro.
Domenica prossima, non questa ma l'altra, esco, gironzolo, non torno qua la sera per ripartire il giorno dopo, esco e faccio la vagabonda, senza meta, senza un alloggio, aspetto lunedì. Cosa ho da perdere? Mi ficco da qualche parte e aspetto che passi, come sempre d'altronde.