Ricordare Max Payne 3
‘Per come la vedo io esistono due generi di persone: quelli che passano la vita a costruirsi un futuro e quelli che la trascorrono a ricostruire un passato. Per troppo tempo io ero rimasto nel mezzo, nascosto nell'ombra.’
2001. Ho quindici anni e tutto quello che voglio è giocare a Max Payne fino a farmi sanguinare gli occhi. Perché una cosa così non si era mai vista. Molto più di un semplice videogioco: adulto, cupo, drammatico, cinico. NOIR.
Dimenticatevi pure tutte quelle cose che oggi appaiono scontate come le coperture o la rigenerazione automatica della salute. Tutto ciò nel 2001 non era ancora stato minimamente concepito.
C’eri tu, la tua arma, i tuoi antidolorifici e un’orda di gente da ammazzare. Era bellissimo.
Il lavoro messo in piedi da Remedy -superlativo- aveva un unico difetto: Max Payne e Max Payne 2 erano dannatamente brevi. Brevissimi. Erano un assaggio di perfezione per un ragazzo cresciuto a pane, action movies ed eroi solitari. Il primo Max ti trascina dentro la storia, ti rapisce, perché c’è la volontà di scoprire cosa diavolo è accaduto alla propria famiglia, alla propria bambina, al sogno americano andato in fumo. E in men che non si dica è finito.
Ma come? Serviva un seguito, che arriva. Impiega anche poco. Due anni, ma il problema si ripete. Storia appassionante, personaggi immortali ma la durata è di nuovo troppo breve. La sensazione è quella di soddisfazione misto frustrazione, perché si ha tra le mani un capolavoro, un qualcosa che mai nessuno era riuscito a mettere in piedi fino a quel momento e cazzo finisce subito. Come le cose più belle. Poi il vuoto.
Quasi dieci anni dopo iniziano a circolare voci. Rockstar metterà in piedi Max Payne 3, Remedy ha ceduto la licenza.
Ho paura. Quando escono, le prime immagini mi lasciano interdetto. Abbandonati i toni grigi di New York per passare ai colori caldi del Brasile, abbandonata la giacca di pelle per le canottiere. Pelato, stanco, appesantito, Max Payne è tornato e i dieci anni si fanno tremendamente sentire. Ma stiamo parlando di Rockstar dannazione, non può affondare uno dei suoi cavalli di battaglia, l’antieroe per eccellenza. Devo fidarmi.
E infatti. Max Payne 3 esce il 18 Maggio 2012, il 18 sera io sono attaccato alla mia console- altro salto incredibile rispetto ai primi due giocati sul computer- e ho una paura maledetta di non riuscire a gestire al meglio il mio alter-ego preferito.
Oggi, due mesi dopo, si conclude la storia.
Grazie Rockstar.
Perché in quattro anni di X-Box 360 non ho mai affrontato niente di simile.
Max Payne 3 è tutto quello che chi ha amato alla follia i primi due capitoli vuole avere tra le mani. Gli anni passano, le tecniche si aggiornano, le coperture finiscono inevitabilmente dentro al gioco, ma non si rivelano elementi fondamentali e lo spirito originario rimane intatto.
Io le chiamavo ‘Azioni alla Max Payne’: insensato senso del coraggio, schiena dritta e tuffi a viso aperto in bocca a una tonnellata di stronzi da ammazzare. Ci sono ancora e sono fondamentali durante l’avanzamento del gioco, come è fondamentale il bullet-time, allora autentica rivoluzione, oggi graditissimo ritorno. Torna pure l’eterna sfiga di Max, il classico ‘uomo giusto, nel posto sbagliato, al momento sbagliato’ e soprattutto quello che nei primi due capitoli ha caratterizzato così tanto il prodotto Rockstar: la storia appassionante, densa di contenuti, di intrecci, finalmente profonda al punto giusto, lunga al punto giusto. Dio, la lunghezza di questa storia è la bellezza, è il vero valore aggiunto, è quel momento in cui alla fine di una sezione preghi ce ne sia un’altra e scopri che non sei nemmeno a metà. E godi. Un sacco.
Una cosa che Rockstar ha tenuto nascosto ai fan accaniti per farli scoppiare a piangere una volta svelata. Il Brasile è il centro della scena ma ci sono dei flashback, a New York, in cui rivediamo quello che era il vecchio Max, come sarebbe stato allora con le tecnologie di oggi. Ed è una cosa per cui si perde letteralmente la testa.
Lati negativi di questo capitolo? Rockstar non ha tradotto il gioco in italiano. La traduzione dei primi due capitoli era fatta a regola d’arte e ammetto che sentire una voce diversa da quella di Giorgio Melazzi potrebbe far storcere il naso più di un giocatore. Ma i doppiatori originali fanno un lavoro eccellente e la differenza non si nota più di tanto una volta intrapresi i primi capitoli. Se masticate piuttosto bene l’inglese fate a meno dei sottotitoli. In caso contrario, beh, la speranza è quella di non avere problemi di vista. Dimensioni ridotte e colore che si amalgama fin troppo bene con l’ambiente circostante.
Per il resto il gioco è un enorme Must-Have. Se non avete mai giocato a Max Payne, oltre ad essere delle persone orribili, fate ancora tempo a recuperare i primi due capitoli, dopodiché correte in negozio e arraffatevi questo ultimo capitolo. E tornate a farvi sanguinare gli occhi.













