Un’altra piccola ricostruzione in cui mi sono cimentata, questa volta è una piccola testa attribuita a Tutankhamon (XVIII dinastia) che si trova al Metropolitan Museum of Art di New York.
Possiamo narrarvi perciò un pezzo della sua vita, in un momento che pensiamo possa essere stato sconvolgente quando era solo un fanciullino. Pensiamo, infatti, che avesse solo 9 anni- o poco più- quei suoi stessi giovani e morbidi tratti furono segnati per l’eternità dall’artista che lo scolpì in questo gruppo statuario . Fu ripresa quella sacrale scena della sua incoronazione nel tempio di Amon, questo lo presupponiamo dalla presenza del copricapo blu del re-guerriero, il Kheperesh, che doveva essere stato posto (secondo una prima ricostruzione della statua) dalle mani del dio Amon che doveva essere poco più grande del corpo del re; parte delle sue mani sono infatti ancora rimaste dietro il copricapo. Questi elementi erano connotazioni tali da identificare un passaggio, o un momento di tale importanza: la divenuta di un figlio di Amon, un re, un guerriero protettore e stabilizzatore della maat, così come era chiaro nel mio Osiriaco in cui Horus incarnava i pieni titoli della regalità. Anche se questa volta il predominio del clero Tebano, invertì ben pochi elementi del rito.
La restaurazione del culto- da quello Atoniano a quello Amoniano- era quasi compiuto, era il passo decisivo una nuova incoronazione per poter iniziare l’abbandono totale della capitale eretica. Iniziava così un nuovo rito che sanciva una rottura definitiva col passato: dopo una serie di purificazioni vari, Tut, senza ornamento alcuno, e scoperto, raggiunge il pilone del grande tempio di Karnak (Ipet-sut) seguito dai suoi più fedeli consiglieri e da una schiera di sacerdoti con indosso maschere rituali a segnare il divino cammino di un re che regnerà anche in terra. Uno di questi, sotto le vestigia di Horus- col volto coperto da una maschera di falco- prese il bambino per mano continuando il cammino verso una sala del tempio che doveva trovarsi verso l’attuale quarto pilone- costruito da Thutmosi I-. Posto di fronte un’imponente vasca, il nuovo giovane sovrano avrebbe visto una sequenza di gesti, movimenti, riti purificatori che avrebbero dato l’avvio a una successione di elementi consacratori: quattro officianti stavano in piedi di fronte ed essi ponevano allo stesso modo dei quattro punti cardinali, per ricordare l’antica liturgia di Eliopoli. Passa poi nella più ancestrale dimora del tempio la Per Neser o -casa della fiamma- e lì ,dopo l’adorazione agli dei dell’Enneide, l’esaltazione del rito si concludeva con i passaggi delle corone sul capo del principe e l’assegnazione dei nomi e vari titoli (erano cinque, ma variavano a seconda del re) a sancire, definitivamente le manifestazioni divine che avrebbero dato inizio al suo regno. Tra le sue piccole mani spiccavano i due ricchi scettri: l’heka, il dominio del sud; e il nekhekh, il flagello del dominio del nord.
La corona blu Kheperesh è forse una delle più interessanti- realizzata in pelle-, non solo simboleggiava la discesa del principe al trono, facendogli incarnare perciò quelle caratteristiche da sovrano- guerriero che la corona aveva assimilato per il suo durevole uso in battaglia durante le guerre per liberare il regno dagli invasori;ma era di motivi molto più ancestrali quasi risalente ai capi delle prime tribù che formarono lentamente l’Egitto. Era l’unica corona con la quale usciva realmente dal tempio al fine delle funzioni, e restava fino alla morte al re e poteva portarla nel suo corredo funerario anche se non è mai stato attestato questo ritrovamento ancora in nessuna tomba reale.















