Il ronzio della ventolina del portatile è l'unico rumore che si sente.
Il bagliore dello schermo, l'unica luce nella stanza buia.
Fuori della finestra un silenzio ancora più cupo.
Venerdì alle quattro del mattino in una situazione normale sarei stato in un locale a bere litrate di Negroni.
Sarei arrivato subito dopo aver finito di lavorare, avrei salutato tutti, abbracci e baci e mentre parlavo con qualcuno avrei allungato la mano sul bancone e avrei preso il mio drink senza neanche doverlo ordinare.
Come a casa.
Proprio a casa.
Intorno ci sarebbe stata la musica a palla.
Intorno tutte facce amiche.
Davanti e dietro il bancone.
Le battute, le sigarette, i cicchetti, le luci arancioni del centro, il biliardino, le freccette, "chi perde paga da bere", gli aneddoti, "che hai una sigaretta?", la ragazza che ti piace, gli sguardi, le intese, i cacacazz, il pezzo da cantare a squarciagola, "questo lo offro io", "sto giro tocca a te", il campanile che sembra che guardi te, le prese per il culo, "spostati, la macchina", le risate, i discorsi seri, i discorsi del cazzo, "mi fai un...", "va e fattatill", la politica, la religione, le scommesse, i joint, i Simpson, i film, i libri, le citazioni, vite e opere di scrittori, cantanti, attori e registi, gli appuntamenti, "che or so'?", le frasi non dette, i baci non dati, gli odori, i sapori, gli abbracci, le bestemmie, le urla, le serie tv, i "come va?", i "tuttappò!", gli sgabelli, i banconi, i consigli, le bugie, i tradimenti, le delusioni, le conferme, le liti, le paci, troppa gente, poca gente, davanti, dietro, fuori e dentro i locali, i brindisi, la fame chimica, "ragà, una cartina?", sconosciuti, conoscenti, clienti, amici, nemici, compagni, conosciuti, visti, persi, ritrovati, la solitudine in mezzo alla folla, la folla dentro e fuori da te, i cazzi per la testa, la canzone trash, le mani al cielo, i balli stupidi, le strette di mano, i selfie, le presentazioni, "non mi ricordo come ti chiami", le figure di merda, il freddo, la pioggia, i rut'llon, i drogati, i morti di fica, i "permesso" gridati nelle orecchie, n sim assà, i sepolcri alcolici, i giochi, le carte, le cartine, due piccole vanno bene, birra, vino, gin tonic, whiskey, rum, un bicchiere d'acqua, poca che mi fa male, facciamo un giro, a dopo, "ma ch cazz d'or so'?", i saluti, a domani, vecchi amici, facce nuove, coppie scoppiate, scopamici, bicchieri rotti, quelli rubati, tutto d'un fiato, fino a chiusura ed oltre.
Sarei rimasto per ultimo.
Fino a chiusura ed oltre.
Magari non mi sarei fatto accompagnare a casa in macchina.
Magari me ne sarei andato a piedi mentre il cielo cambia colore, il silenzio è rotto dal cinguettio degli uccelli e dalle macchine che cominciano ad affollare le strade.
Si sveglia la città mentre sto andando a letto.
Con passo lento, piano verso casa, finisco il venerdì incrociando chi piano alla stessa maniera sta cominciando il sabato.
Con il mio passo verso il portone, con il sole che sorge dietro casa, respirando l'aria fresca e frizzante della mattina.
Non vedendo l'ora che sia domani notte.
Sabato notte.
Sono vent'anni che sto davanti o dietro un bancone.
Sembra impossibile che alle quattro sia qui a scrivere.
Con il ronzio della ventolina del portatile e il bagliore dello schermo a farmi compagnia.
Sembra impossibile che ci sia là fuori un virus che si nutre della stessa cosa di cui mi sazio io, della socialità.
Dello stare insieme, dell'affetto, della vicinanza, delle persone.
Eppure l'unica maniera per sconfiggerlo è stare qui a casa a scrivere piuttosto che fare la vita di sempre.
L'unica maniera per tornare presto a tutto questo è privarsene ora.
Anche a Bergamo, a Brescia, in Lombardia e in Veneto il venerdì era questo e tanto di più.
Ora contano le bare anziché i cicchetti.
Starò a casa altri cento venerdì se servirà ad arginare questo male.
E quando tutto sarà finito starò in giro cento giorni di fila e saranno cento venerdì di fila.
Torneremo per le strade a ridere così forte da svegliare tutti.
E ci saranno le grigliate, gli aperitivi, le feste, la musica, il casino come mai prima.
Me lo sono giurato.
E non sarà certo un virus del cazzo a farmi disattendere ad una promessa.
Abbiamo tempo.
Lui prima o poi si arrenderà, noi no.












