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Roberto Roversi, Giovanni Raboni, due raccolte di versi per raccontare la Storia.
«Versi guerrieri e amorosi» (Einaudi, 1990) di Giovanni Raboni, e «Dopo Campoformio» (Einaudi, 1965) di Roberto Roversi, sono due raccolte che in modo diverso si rapportano alla storia, trasfigurando – la prima – episodi personali, e utilizzando un approccio materialista per evocare episodi collettivi – la seconda.
«Dopo Campoformio» (scritto tra il 1955-1960 a eccezione della poesia dedicata al Vajont) è un racconto in versi dalla pianura del Po, tra il Dopoguerra e gli anni Sessanta. È il paesaggio, con la natura, il duro lavoro dei campi, l’argomento principale. Le specie vegetali, le specie animali della vita campagnola, il cane, l’asino. La durezza della vita nei campi. L’inizio di un sottile cambiamento sociale, con un passaggio di testimone tra generazioni. L’anelito è storico, Treblinka, Hiroshima. Roberto Roversi scrive da un paesaggio, il suo, emiliano, degli anni Sessanta, di coloro che durante la seconda guerra mondiale erano bambini e adesso hanno venti anni, e hanno vissuto da vicino l’atrocità della guerra.
«Dopo Campoformio» è la cifra stilistica (Stefano Giovanardi) più equilibrata e riuscita, nell’arco spazio-temporale, almeno fino a metà anni Novanta, di Roberto Roversi.
L’autore in «Dopo Campoformio» segue tre attitudini che mutano nel corso della lettura, in una raccolta dall’ideale andatura poematica. La prima parte è storica, più storica e meno cronachistica, il linguaggio è più aderente alla visione e meno alla poesia. Nella parte centrale (sia per le assonanze interne, che per il metro, spesso tradizionale) è come se Roversi prendesse consapevolezza del discorso poetico entro il quale ci si deve muovere, pur raccontando la storia recente: è come se nella parte centrale della raccolta la poesia sia preponderante. La parte conclusiva, appena prima di «La bomba di Hiroshima», si avvia verso un finale di cronaca, dedicato al Vajont, volutamente confuso, «Iconografia ufficiale» perché riprende, trasmettendo la concitazione del momento e il susseguirsi di notizie, il narrato giornalistico dei fatti del 9 ottobre 1963. A una partenza, un abbrivio quasi epico e evocativo del passaggio dalla fine della guerra all’epoca contemporanea, segue una parte più didascalica, anche se questo aggettivo in poesia ha un’accezione così negativa che andrebbe revisionata, più che di “didascalia” si potrebbe parlare di “racconto in versi”. La parte finale si trasforma lentamente in una presa d’atto fotografica del reale. Gli echi poetici colgono nel Novecento storico, con “terre desolate”, “bosco sacro”, “lume spento”, facendo pensare che sull’asse Eliot-Pound si possa cogliere anche quell’ispirazione al «montaggio» della fabbrica poetica; d’altro canto “lo spedale”, “gli unguenti”, “le umane genti dissidenti”, sono piccole forme di resistenza a un lessico, che lascia poi il passo alla sperimentazione, con riferimenti, citazioni nascoste, passaggi anche metricamente e consapevolmente tradizionali.
Ci si può costruire un epos della terra, un nostos? I titoli delle sezioni dedicate al paesaggio sono per l’appunto «Una terra», «La raccolta del fieno», «Pianura padana», vicini come sensibilità alla poetica di Attilio Bertolucci, per citare un esempio analogo per longitudini e latitudini, anche se qui si tratta del vero e proprio romanzo in versi, «La camera da letto» dove Bertolucci mette il luogo e la storia individuali al centro, mentre «Dopo Campoformio» mette la Storia al centro, in un luogo meta-storico che viene creato per farvi agire la scrittura. Dopo sessanta anni il risultato, che conserva uno sperimentalismo vivido, non proviene da una tradizione, né la crea, essendo debitore di un’atmosfera da messa in discussione della storia, cantiere aperto, tipica del periodo a ridosso e finalmente fuori dal secondo conflitto mondiale. Gli anni Sessanta con gli ex-fascisti scampati all’epurazione post-bellica che erano stati reinseriti nell’Italia Repubblicana, doveva essere difficile da esperire e digerire.
Roberto Roversi, nella nota che accompagna i testi in coda al volume, cita il preciso momento storico in cui sono nate queste poesie: «Scritte tra il 1955 e il 1960 (tranne l’ultima che è un montaggio), le composizioni che qui si ripresentano, dopo una diversa edizione, hanno una collocazione dentro a un tempo ben preciso in cui vogliono e devono confondersi e riconoscersi (dai fatti d’Ungheria all’esplosione di Krusciov); e in cui trovano i rimandi e i riscontri necessari per l’intelligenza delle cose dette o solamente accennate con arguzia (spesso con un autentico dolore intellettuale). In quel tempo imprevedibile e caotico nel senso del nuovo che cominciava, si collocano; e con questo tempo affatto remoto (e i suoi atti e i suoi fatti) amano misurarsi e scontrarsi».
«Dopo Campoformio», cioè, nasce da una frattura storica, da un dialogo col presente, da una critica sia costruttiva che decostruttiva dei fatti, da una presa di posizione con la politica. Sta qui il senso del rapporto tra il poeta e la realtà, un senso che oggi sarebbe sempre più auspicabile in poesia.
«Versi guerrieri e amorosi» di Giovanni Raboni, contiene, nella sua prima sezione, poesie in cui viene evocata con realismo e crudezza l’atmosfera quotidiana in cui si viveva durante la seconda guerra mondiale. Raboni allora aveva tra gli otto e i dodici/tredici anni, mescola i ricordi personali a quelli di chi viveva la stessa situazione. Sono poesie che aspirano visivamente a una forma chiusa, scritte da un uomo che ha superato i cinquanta anni, e che si confronta con una lingua “altra” (solo con due ‘incursioni’ esterne, “audio”, “superfuturo”), un gergo proveniente dal passato. La guerra è tutta qui, nel suo orrore, nella spietatezza che viene trasfigurata dallo sguardo poetico «Non stava a noi risolvere / il rebus della cena / scaraventando in scena / le sostitute povere // delle pietanze a poca / luce d’acetilene / o abbreviando le pene / gutturali dell’oca // ma essere personaggi / di quella storia, perdere / proprio quella partita // quando per contumacia / di te s’era smarrita / in un forno la vita».
Se l’atteggiamento di Roversi nei confronti della storia è quello del cronista, il Raboni dei «versi guerrieri» si fa reduce e sopravvissuto, e descrive in prima persona gli stati d’animo e gli episodi della quotidianità in guerra. La trasfigurazione che realizza grazie all’utilizzo di una forma tradizionale affida la storia alla poesia e, a distanza di trentacinque anni leggiamo un diario poetico che però non ha nessuno dei difetti stilistici e delle scadenze (non “scansioni”) temporali del diarismo. All’inizio della raccolta una citazione di Goethe: «Bisogna confessare che ogni poesia converte i soggetti che tratta in anacronismi» – non in “astoricismi” – ci mette in guardia sul fatto che il lirismo è la chiave d’accesso per una realtà che, descritta, cessa di essere immediatamente sé stessa per divenire simbolo, di tutte le guerre, di tutti gli amori, di tutte le persecuzioni, in un anelito del quale l’individuo non cessa di importare alla storia bensì termina nella poesia una parabola egoica e si abbandona a un flusso di fatti. Una poesia che ci racconta di tutti, ma che sarebbe impossibilitata a farlo se non fosse racconto di uno; non si tratta comunque di cronaca ed è molto più “dantesca” rispetto alla “storiografia poetica” di «Dopo Campoformio».
Quello che emerge dai «Versi guerrieri e amorosi» di Giovanni Raboni è un sentimento che la forma rigorosa non trattiene né nasconde, anzi, sembra quasi che il rigore formale coincida con l’umana dignità, e sia l’unica cosa capace di trattenerci dal pianto.
Luciano Pagano
(in foto Giovanni Raboni, Roberto Roversi, fonte Wikipedia)
Quando muore un poeta il male sorride, felice di aver perso un avversario.
Alda Merini