Il corpo ammalato.
[questo testo nasce a margine della mia partecipazione a Cabaret Politik, per la regia e cura di Davide Morgagni, presso la Sala di Astragali Teatro, il 28 maggio 2026, dedicata a Antonin Artaud, col titolo "Serata Artaud", nella serata ho letto una versione ridotta dell'intervento, qui pubblico il testo nella sua interezza, ringraziando Davide Morgagni, ideatore del Cabaret Politik e Fabio Tolledi, direttore artistico di Astragali Teatro, per avermi invitato]
Il corpo ammalato.
Beato chi comprende La debolezza (Salmi, XLI, 1, trad. Guido Ceronetti)
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“Essere fuori. Esseri fuori.”
Archi–logo
Inizio con una domanda sul perché sia opportuno parlare di questi argomenti in teatro, rispondendo che dove, se non in teatro, oggi, si può parlare di questi argomenti(?)
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Un primo pensiero è alla grazia del corpo che accoglie l’offesa: offesa che si traduce in violazione, che non è crudeltà, ma violazione dell’aspettativa, violazione della performance, violazione dell’attesa.
I limiti della rappresentazione sono evidenti. La rappresentazione va quindi rincorsa ai suoi limiti. Uno dei limiti della rappresentazione del corpo è quello del corpo ammalato. Improvvisamente il corpo devia dalla traiettoria del performante, compare in esso qualcosa di non impersonabile, non soggettivo, che sospende per cambio di tragitto, che si prende una sosta. Il corpo ammalato prosegue in proprio.
Il corpo agisce una sostituzione, la prima importante per la sopravvivenza: io non rappresento più, Io termina la rappresentazione. Non in maniera assoluta, non come corpo estraneo. Non rappresento più, non sono più temporale. Non sono più secondo il binario, destra sinistra, uomo donna, sopra sotto, testa croce, alba tramonto, eccetera. La reazione della rappresentazione al corpo ammalato è l’allontanamento dal discorso, nell’esilio.
Un corpo che reclama la sua assenza dalle tante scene microbiche della visibilità, come l’animale ferito che si allontana dal branco. La recita testuale della realtà si gioca sui meccanismi tipici come l’Evocazione, la Mimesi, la Mistificazione. In questa grande finzione non c’è spazio per la vita, per l’irrappresentabile. Dire qualcosa a parole è la cosa meno esplicativa che ci sia. Si parla nella stessa lingua, ma in realtà ci si sta traducendo, il corpo non si traduce.
Si viene a vedere ciò che accade con la speranza di essere liberi. Ma quando si è liberi lo si è dalla parola. La parola vorrebbe eccedere il corpo, non ci riesce.
Il corpo ammalato è un corpo che si nutre di oblio. All’inizio è complesso, il corpo ammalato è posto dinanzi alle strade, la scelta di intraprendere una strada ad esempio in cui non ci sarà una sosta né un ritorno.
Il corpo ammalato vive la retrocessione di essere sostituito in anticipo da qualcosa che svolge i suoi compiti utili. Il corpo ammalato deve una ragione a tutte le sue inutilità, affermando nella mancanza di produzione la forza affermativa della sua esistenza, contro tutto ciò che è ciclo continuo, delirio della produzione, della proprietà, dell’Io proprio.
La società dello spettacolo opta quotidianamente per una selezione di messaggi capaci di creare il terrore di una nuova condizione di malattia. Un mattino ci si sveglia e tutto ruota attorno a piccoli momenti deficitari, il tuo intestino funziona così, la tua bocca cosà, i polmoni così, c’è una piccola pillola, un piccolo dentifricio, una piccola invisibile vitamina, c’è una sostanza che ti fa assorbire tutto, un’altra che ti colora l’anima. Il circuito crea un corto sul corpo che non è ammalato per rappresentare una malattia deficitaria, illusoria, così da venderci il passatempo della cura. La società dello spettacolo inventa la cura per un’assenza di malattia.
Il corpo ammalato è quello che si sottrae al corto circuito decidendo da sé la propria condizione di malattia. L’isolamento con cui il mondo della rappresentazione dialoga con il corpo ammalato è la conseguenza dell’accettare a malincuore l’addio di un soggetto che non potrà essere più finto paziente dei deliri politici sovranazionali. Il corpo ammalato sceglie di non aderire al copione della rappresentazione, minando alle fondamenta la messa in scena della quotidianità, del ritmo forsennato.
Quando una psiche sana alberga in un corpo ammalato questo distacco dal mondo della rappresentazione ha la densità nera di un abisso, ha pareti che distano anni luce, corridoi lunghi chilometri e che più nessuno è capace di percorrere, perché al loro termine non esiste più la pietà, non c’è comunicazione per un corpo ammalato che accetta di farsi da parte, esimere il soggetto dalla tribù dei nove miliardi di individui.
La vità è l’unica rappresentazione informata che non può essere vissuta nella scrittura o nella ripetizione, quindi la vita del corpo ammalato, del declino, dell’abbandono del mondo della rappresentazione è la sola che ha senso guardare, come si guarda uno spettacolo, l’unica che va agìta, come si agisce un atto, senza ripetizione, fuori dal testo.
L’attenzione sul corpo ammalato, sul corpo estraneo, è uno sguardo dalla natura filosofica che si apre sul diverso, su ciò che ha preso una deriva, ciò che deraglia. Il testo non scritto in un mondo che cerca una rappresentazione incessante, una descrizione, una mappa, laddove è il deserto senza fonti.
Il corpo ammalato, darsi malati, è il primo passo per una percorribilità del mondo senza indicazioni, per un mondo senza rappresentazione. Il corpo ammalato non è una metafora, un’accezione. Nella grazia che accoglie l’offesa è insita la dimensione della carità, della compassione. Di una riduzione–annientamento del performante come asservimento a un testo scritto della scena del mondo come somma di spettacoli.
Il corpo ammalato è la decisione di porre su un piano differente il proprio ruolo fra il bene e il male, l’agire e il non–agire, il corpo ammalato è ridotto alla condizione di essere fuori dal bene e dal male perché deve preoccuparsi della fame, della sete, della persecuzione. Il fatto che ammalato e malattia derivino inequivocabilmente dal “male”, prosegue la credenza che degli spiriti demoniaci si possano introdurre nel corpo prendendone la gestione e rendendolo affetto dal male. Del male emerge la funzione che nel corpo accelera gli eventi, precipita la direzione.
Antonin Artaud scrive che l’uomo oggi: «È un mostro, in cui si è sviluppata sino all’assurdo la facoltà di trarre pensieri dai nostri atti, anziché quella di identificare gli atti con i pensieri» (p. 128, Il teatro e il suo doppio; Il teatro e la cultura).
Questa è fiducia. Artaud mi è sempre sembrato ispirato da una fiducia profonda nella rivelazione, nella redenzione, nella magia.
Un’esperienza, un ragionamento sul corpo ammalato è importante perché la società in cui viviamo celebra il corpo splendente, relegando la malattia nel momento del non–performante o utilizzando lo stigma della malattia per allontanare individui o per giustificare l’oblio. La tendenza odierna è quella di sensibilizzare nei confronti delle scoperte tecnologiche che ci consentiranno di avere corpi riparabili, gestibili. Non è una novità, adesso diviene più urgente perché l’età media si allunga, il cervello deve essere tenuto in uno stato di attesa, di passaggio tra attesa e attesa, di promessa dell’avvenire. L’esperienza di Artaud è paradigmatica di come si possa descrivere, raccontare, usare il corpo ammalato con conseguenze ancora inesplorate.
«Tutte le nostre idee sulla vita devono essere riesaminate, in un’epoca in cui niente aderisce più alla vita» (Antonin Artaud).
Il corpo ammalato è un corpo che reagisce è un atto di sopravvivenza. Esaminiamo questa frase, in essa è implicito il messaggio che c’è qualcosa che non va, nel non appartenere alla massa di individui che producono sul corso splendente della vita. Ecco perché ogni secolo ha bisogno di una trasvalutazione dei valori.
Quella odierna è una delle più importanti, viviamo il declino dell’idea che esistano tre regni, umano, animale, vegetale. Quando un estratto di erbe fa guarire il corpo ammalato non è grazie a un dialogo tra due regni?
Uno dei presupposti perché ciò che si sviluppa tra composti chimici somigli alla vita è una resistenza che si accompagna allo spreco di energia. La vita per proseguire nel suo percorso ha bisogno di assumere e metabolizzare, quindi sprecare. Un’altra caratteristica è la capacità di strutturarsi all’interno di una membrana. La vita è uno spreco di energia che si sviluppa all’interno di un recinto. Un teatro. Il corpo ammalato viene espulso dal recinto fino a che non ci fa ritorno da soggetto, metabolizzato, oppure non viene coperto di un discorso simbolico. Il simbolo non nutre chi ha fame e allontana dall’urgenza di sopperire alla propria fame.
Dobbiamo ritenerci fortunati, forse, dall’avere una possibilità di restare a distanza dai fenomeni della vita sociale. Per non tacere il fatto che è possibile ammalarsi a causa della troppa sanità, contagiati da ambienti che ci sono così estranei, al punto da suscitare in noi una reazione. Una delle malattie di cui il corpo può cadere peggiormente ammalato è la cultura.
Come la peste scampata a Cagliari e dirottata a Marsiglia di cui racconta Artaud, il corpo ammalato è il motore delle narrazioni mitiche, ancestrali, poematiche. Il corpo ammalato su diversi livelli e piano di intendimento. Si dovrebbe risalire a ritroso la genesi del corpo ammalato fino a trovarne le prime tracce correnti, più vicine a noi, nel corpo ammalato di Ulisse, ammalato della nostalgia di casa che gli dà la possibilità di placare il suo malanno, dopo dieci anni. La malattia tuttavia non è ancora una metafora. Il corpo ammalato consuma sé stesso dal giorno della nascita.
Artaud collega la peste ai rivolgimenti politici, il corpo ammalato potrebbe essere un’alternativa al corpo in rivolta. Il corpo ammalato inceppa il sistema. Il corpo ammalato non è lo stesso del corpo che viene medicalizzato? Non è il corpo malato?
«Credo si possa concordare su un concetto di malattia che rappresenterebbe una sorta di entità psichica e che non sarebbe provocata da un virus?» (Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, p. 137).
Il corpo ammalato può decidere di essere tale a prescindere da qualsivoglia malattia.
«Quando in una città prende dimora la peste, le forme di vita normale crollano: non esistono più né servizi pubblici, né esercito, né polizia, né amministrazione municipale» (Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, p. 141).
Il corpo ammalato non ha niente a che fare con tutto ciò. Il corpo ammalato si offre a un pudore smascherato, che accomuna, nei pressi del corpo ammalato, persone differenti.
«Il teatro, vale a dire una gratuità immediata che induce ad atti inutili e privi di benefici nel presente» (Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, p. 142)
Se nella peste compare il teatro, come sovversione dell’ordine, ecco che il corpo ammalato evoca da parte dell’istituto sociale il pericolo di una deriva.
Il Cristo è un sovversivo perché durante la sua esistenza terrena elimina la malattia, risorge i cadaveri, cancella la penuria del cibo dando da mangiare agli affamati, non sovverte solamente la legge, impedendo di applicare la legge, quando ad esempio salva la donna dalla lapidazione, ma guarisce le sofferenze del corpo ammalato.
È il corpo ammalato lo spettro della nostra contemporaneità.
Il corpo ammalato, come il teatro, come la vita, non deve essere una bella esperienza, una foto carina, una vacanza dell’animo, un delirio, il corpo ammalato è quel che resta da fare per opporsi all’idiozia del mondo.
Il corpo ammalato continua a esistere nella società senza dover rispondere ai suoi obblighi, ai suoi ritmi, potendo alterare gli equilibri, permettendosi comportamenti incoerenti, inattesi. Non si può offendere e mortificare, si può compatire anche se la compassione il corpo ammalato la accetta quando vuole un respiro nella tregua.
«Il teatro, come la peste, è una crisi che si risolve con la morte e con la guarigione» (Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, p. 148).
«La peste una malattia superiore perché è crisi totale».
Il corpo ammalato sarebbe capace di gettare in crisi l’intero sistema sociale.
«[...] vedrete il mio corpo attuale / andare in frantumi / e ricomporsi / sotto diecimila aspetti / notori / un corpo nuovo / e non potrete dimenticarmi / mai più» (Per farla finita col giudizio di Dio, p. 77).
«La vera opera d’arte è il corpo infinito dell’uomo che si muove attraverso i mutamenti incredibili dell’esistenza particolare» (Milioni e milioni di Alice in potenza, Félix Guattari, La rivoluzione molecolare, p. 242).
Il corpo ammalato è il punto debole, la definizione dell’altro come ammalato, con l’obiettivo della guarigione coercitiva della società che lo espelle, con l’allontanamento, l’isolamento. Quando si palesa come punto debole, il corpo ammalato diviene punto di forza, si moltiplica, diviene moltitudine.
«La pratica della felicità diventa sovversiva quando è collettiva» (Guattari, p. 243).
«Farla finita con il ricatto della miseria, con la disciplina del lavoro, l’ordine gerarchico, il sacrificio, la patria, gli interessi generali. Tutto ciò ha fatto tacere la voce del corpo. Tutto il vostro tempo, da sempre, è dedicato al lavoro, otto ore di lavoro, due ore di trasporto, e poi riposo, televisione, cena in famiglia. Tutto ciò che non sta all’interno di questo ordine è osceno per la polizia e i magistrati» (Guattari, p. 243).
La lingua del corpo ammalato è la lingua di Antonin Artaud.
«A differenza del fascismo, le macchine totalitarie capitalistiche, pur captando l’energia del desiderio dei lavoratori, si sforzeranno di dividerli, di particolarizzarli, di molecolarizzarli, infintrandosi nelle loro file, nelle loro famiglie, nelle loro coppie, nella loro infanzia, e stabilendosi al centro stesso della loro soggettività e della loro visione del mondo. Il capitalismo teme i grandi movimenti di massa: cerca di reggersi ricorrendo a sistemi automatici di regolazione» (p. 23, La fine dei feticismi, in «La rivoluziona molecolare», Guattari).
Il corpo ammalato è il nuovo corpo in rivolta, che è un corpo antico, il corpo non reattivo, silenzioso, reagente, che ha scoperto una cosa vecchia facendola nuova. È il corpo che devia dall’automatismo. Artaud chiamava col nome di Dio tutto questo. Farla finita, da Artaud a Guattari. Sono trascorsi cinquanta anni per aver avuto la grande occasione di sperimentare una peste come avvenimento storico che invece di generare un teatro, come scriveva Artaud, nelle strade, ha generato una, cento, mille mistificazioni di lontananza. Al contrario della peste che è causa, la pandemia diviene effetto, condizione permanente, corto circuito del capitale.
In «Farla finita col giudizio di Dio» Artaud raccontava degli americani fecondatori di generazioni di soldati per scopi bellici futuri.
Il corpo ammalato, per fare esempi letterari nel secolo scorso, è ad esempio il Narratore di Marcel Proust nella «Recherche», corpo ammalato che sfrutta l’eccezionalità della sua debolezza di nervi per attraversare le età della vita, dalla fanciullezza alle soglie della fine, al riparo dagli obblighi, comportandosi come un osservatore, una delle immagini che compare quando il Narratore è in un ristorante a Balbec, in villeggiatura, è proprio quella dei passanti che osservano i rampolli dell’alta società a pranzo, come si osservano pesci in un acquario.
Il corpo ammalato è quello di Hans Castorp nella Montagna magica di Thomas Mann, dove la sospensione spazio–temporale del corpo ammalato è emblematica della sospensione storica. Una società di corpi ammalati che vivono sospesi, al margine del circuito economico.
Il corpo ammalato che più di tutti estenua questo limite è forse quello del Virgilio di Hermann Broch, nella Morte di Virgilio. Come accade in Proust anche in Broch il corpo ammalato è legato in modo indissolubile alla scrittura di un’opera incompiuta, lo è la Recherche, lo è l’Eneide, postuma e incompiuta. E per concludere questa traiettoria in una catabasi del corpo ammalato letterario non può mancare il corpo ammalato di Franz Kafka, autore che a dispetto della sua disperata vitalità e ironia, ci viene tramandato come autore del simbolico, del male nascosto e occulto, del segreto velato. Proust, Mann, Broch, Kafka, ai quali si può aggiungere Elias Canetti, che con il suo unico romanzo, «Auto da fé», realizza un’intera serie di personaggi che sono corpi ammalati, deliri bipedi.
Il corpo ammalato ha occupato come una traiettoria narrazioni come collezione di sintomi derivati dalla condizione politica del mondo europeo. Una risposta alla crisi per esprimere la malattia del secolo, la guerra, con la sua novità e dirompenza, con la sua mondialità, era la rappresentazione di personaggi che assumevano su sé la malattia del mondo.
Come nota Žižek in Deleuze il cinema neorealista nacque dal contesto della seconda guerra mondiale ma l’Evento legato al Neorealismo non si esaurì in esso, così la letteratura del corpo ammalato non ha più a che vedere con l’esperienza del periodo delle guerre, tra l’inizio e la metà del secolo scorso, perché è un evento autonomo dalla necessità di osservare il corpo ammalato. (Organi senza corpi, Slavoj Žižek).
Il corpo ammalato non è quindi il corpo che si ammala, il corpo che cade malato, ma il corpo che si segrega e disgrega per sua volontà, residuo ultimo della stessa volontà, l’alienazione, la scrittura, la segregazione, la droga, l’emarginazione, il non–contribuire più a un discorso complessivo, neppure da ammalato, senza corpo, come categoria che viene presa nel gioco sociale, politico, economico. Il corpo ammalato rifiuta le intenzioni promosse a suo discapito, per riportarlo alla norma dei corpi–ingranaggi.
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Così ho immaginato una visione di raccolta dei pezzi del corpo ammalato, che come accade alle visioni è composta chimicamente da parti di verità e parti di dubbio, mescolate a parti di delirio e parti di ricordo.
Il fatto di individuare riferimenti al corpo drogato, al corpo alienato e meno al corpo ammalato, fa pensare che il corpo ammalato non possa essere concepito come condizione persistente della propria percezione del corpo. Mentre accade al contrario che un’azione o una somministrazione, alterino la condizione del corpo. Mentre il corpo ammalato è anche decisione.
Un percorso parallelo fa procedere per un versante il corpo ammalato e per un altro versante il corpo drogato, in un interessante saggio–intervista di Jacques Derrida, intitolato “Retorica della droga”, dal quale assorbo due spunti, si tratta di un testo pubblicato trentatré anni fa. Lo spunto è quello che un corpo drogato non si può tecnicamente opporre a un corpo non–drogato, perché in natura non esiste, nella fattispecie, un corpo che sia totalmente puro. Derrida chiama questa ipotesi di corpo puro: un “corpo anteriore”. Il secondo spunto è nell’esempio di diversi letterati «sani», di mente e di corpo. Derrida cita Valery, che componeva a seguito di rituali laici a base di caffè e sigarette, o Sartre che per un certo periodo avrebbe fatto uso di farmaci, droghe farmaceutiche non classificate come tali.
Il governo americano autorizza studi sugli allucinogeni usati come sostanze per contrastare lo stress post-traumatico. Un’estensione della percezione e una diversificazione della coscienza vengono prima di una cyborgizzazione dell’individuo.
L’equazione del corpo drogato è un’equazione che non trova mai soluzione. Da un lato il corpo drogato è non incorporabile alla società, mina l’istituto sociale, ma allo stesso tempo, su un livello di consapevolezza superiore, la droga che viene prima del corpo drogato è introdotta nel corpo sociale perché esso non si destabilizzi troppo. Se il corpo ammalato avesse accesso al godimento e alla piena realizzazione, improvvisamente, i trucchi che la tecnica dispensa nella società dello spettacolo, cadrebbero come un velo di Maya e il corpo ammalato, dopo avere percorso questo binario comune al corpo drogato, giungerebbe al binario morto del corpo svelato.
In “Organi senza corpi” Slavoj Žižek scrive così: «Davvero è successo per caso che, ogni volta che compariva un forte collettivo auto-organizzato di chi stava al di fuori della legge, veniva subito corrotto dalle droghe pesanti – dai ghetti afroamericani dopo le ribellioni degli anni Sessanta e le città italiane dopo le proteste operaie degli anni Settanta fino alle favelas di oggi? E lo stesso vale persino per la Polonia dopo il colpo di stato di Jaruzelski del 1980. D’un tratto le droghe erano diventate facilmente reperibili, così come la pornografia, l’alcool, e i manuali di Saggezza Orientale, così da poter rovinare la società civile auto-organizzatasi. Chi stava al potere sapeva benissimo quando usare la droga come arma contro la resistenza auto-organizzata» (Organi senza corpi, Slavoj Žižek, p. 349).
Derrida nella Retorica della droga cita due volte l’Artaud del Farla finita col giudizio di Dio, in particolare quando dice «alla droga messicana egli chiedeva anche il potere di emancipare il soggetto, di deassoggettarlo da ciò che in qualche maniera fin dalla nascita l ’aveva espropriato, e innanzitutto dal concetto stesso di soggetto. Fin dalla nascita, Dio gli aveva rubato il suo corpo e il suo nome.
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L’ultimo passo è il corpo svelato, il corpo senza veli, il corpo nudo, senza inconscio né territorio, né Reale, né oggetto, il corpo animale. È quello raccontato da Jean Baudrillard in «Simulacri e impostura», nella sezione intitolata «Territorio e metamorfosi». Il modo con cui trattiamo gli animali è lo stesso con cui venivano trattati gli accusati di eresia, dall’Inquisizione. Gli animali hanno una psiche, la follia degli uomini ci ha svelato l’inconscio, e i folli ci sono stati relegati dentro. Gli animali che un tempo erano sacri, simboli di congiunzione tra l’umano e il divino, non lo sono più, non sono più a noi domestici, vicini di casa, ma addomesticati.
«L’inconscio è il luogo della ripetizione indefinita della rimozione e dei fantasmi del soggetto» (Simulacri e impostura, Jean Baudrillard, p. 109).
C’è sempre un ordine, una struttura, una griglia per il corpo che non può essere altro che corpo alla griglia, al di sopra e al di là della coscienza animale, al di sopra e al di là dell’ammalarsi, dell’assumere il male che esclude dalla società delle regole, che oggi sono le regole dello spettacolo imperante, c’è un ordine, una struttura che conduce a una consapevolezza sempre maggiore, una rottura, una rivolta, una trasvalutazione di tutti i valori, che ha come centro di irradiazione, sempre e comunque, un corpo ammalato, un corpo che è il corpo del male.
«[...] un male cancellato nella sua forma di malattia, ma irriducibile come dolore» (Storia della follia nell’età classica, Michel Foucault, p. 628)
Un governo permette un controllo capillare, quando le disattenzioni del governato eccedono, bisogna tornare a un controllo più capillare, più interiore, quale si è perso per via delle molte scappatoie che si danno alla coscienze. Un tempo la follia poteva essere il problema, un tempo la psiche andava controllata, se mediante la ragione dispiegata ai margini della follia e della sessualità si teneva a bada l’individuo, oggi il modo migliore è saltare la psiche, saltare e dribblare tutto ciò che riguarda la possibilità che esista un’interiorità, tutta questa attenzione nei confronti dell’interiorità, dell’empatia, dell’esserci qui–e–ora, è un’attenzione per il controllo etichettato di ogni tipo di interiorità, un etichettamento superficiale, dato che non dà soddisfazione, ma soddisfacimento della rappresentazione di una soddisfazione simulata.
Soltanto il corpo ammalato, non folle, non assoggettato, non controllato, sfugge alla logica della scatola nera. Non c’è orizzonte per un neo–luddismo, perché il controllo è attuato anche su chi si allontana dal controllo, tollerato da chi fugge.
Quindi il corpo ammalato è il corpo che decide per sé di essere straniero a sé stesso, alla propria famiglia, al proprio quartiere, al proprio stato. Il corpo ammalato decide che la normalità delle somministrazioni sociali e culturali porta con sé una carica tale di dissennatezza da non poter essere messa in discussione se non con il divenire corpo ammalato, che non è una reazione, né una rivolta, né una rivoluzione, tutte e tre cose che prontamente verrebbero metabolizzate e aggregate in un processo di comprensione e isolamento, quindi oblio. Il corpo ammalato, più o meno in silenzio, più o meno nell’azione, massimamente o meno nel rumore, massimamente o meno nella non–azione, deve esserci, occupare il posto, scaldare la sedia, l’aria, l’atmosfera.
«La rivoluzione non è l’affermazione della spontaneità e il rifiuto di ogni disciplina, ma la ridefinizione radicale di ciò che vale come vera spontaneità e ciò che vale come disciplina» (Organi senza corpi, Slavoj Žižek, p. 155)
Un uomo decide di raggiungere il cugino a Davos, dove è ricoverato, ci rimarrà anni. Un altro fa il suo ingresso a Brindisi, su una nave che giunge in porto appena dietro la nave di Augusto Imperatore. I loro corpi ammalati sono corpi abbaglianti. Il corpo abbagliato di Peter Kien, in Auto da fé, abbaglia fino all’ultimo.
Così per concludere il corpo ammalato ritrova la sua interezza, in un mondo fatto di corpi spezzettati e esistenze deflagrate, dove le nazioni si possono dividere in quattro categorie.
La nazione dei Sistemi Nervosi Centrali, quella dei Tubi Digerenti, quella degli Apparati Respiratori, quella degli Organi Riproduttori.
Epi–logo
Concludo con una domanda, sul perché sia opportuno parlare di questi argomenti in teatro, rispondendo che dove, se non in teatro, oggi, si può parlare di questi argomenti.
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Letture | Rimandi | Attraversamenti
[1] Guy Debord – Commentari sulla società dello spettacolo e La società dello spettacolo, con una nota di Giorgio Agamben, Sugarco Edizioni, Immaginari, Collana diretta da Nanni Balestrini, Milano, 1990
[2] a cura di Claudio Vicentini – Testi di Richard Schechner, Gianfranco Bettenini, Mario Verdone, Cesare Molinari, Michele Cometa, Renato Barilli, Bernard Dort, Clive Barker, Franco Quadri, Mario Prosperi, Franco Fanizza, Claudio Vicentini - Il teatro nella società dello spettacolo, Società editrice il Mulino, Bologna, 1983, Collana Aesthetica, collana ufficiale del Centro internazionale di studi di estetica
[3] Serge Margel - Alienazione, Antonin Artaud. Le genealogie ibride, Astragali Edizioni, Lecce 2023
[4] Jacques Derrida – L’animale che dunque sono, Rusconi Libri, edizione italiana a cura di Gianfranco Dalmasso, testo stabilito da Marie-Louis Mallet, Santarcangelo in Romagna 2020 (su concessione Editoriale Jaca Book, Milano 2006, per l’edizione italiana)
[5] Antonin Artaud – Il teatro e il suo doppio con altri scritti teatrali (Einaudi, Torino 1968, A cura di Gian Renzo Morteo e Guido Neri, prefazione di Jacques Derrida)
[6] Antonin Artaud – Per farla finita col giudizio di Dio, a cura e traduzione di Marco Dotti, Stampa Alternativa, Nuovi Equilibri, speciale eretica, Roma 2000
[7] Félix Guattari – La rivoluzione molecolare, Einaudi, Torino 1978
[8] Slavoj Žižek – Organi senza corpi. Deleuze e le sue implicazioni, La scuola di Pitagora editrice, traduzione a cura di Marco Grosoli, Napoli 2012
[9] Jacques Derrida – Retorica della droga, con un saggio di Marco Taradash, Theoria, Roma-Napoli 1993
[10] Jean Baudrillard – Simulacri e impostura, bestie, Beauborg, apparenze e altri oggetti con un saggio di Furio di Paola, Cappelli editore, Bologna 1980
[11] Michel Foucault – Biopolitica e territorio. I rapporti di potere passano attraverso i corpi, Millepiani 9, Associazione Culturale Mimesis, Milano 1996
[12] Michel Foucault – Storia della follia nell’età classica, BUR, Rizzoli, Milano 1976
[13] George Steiner - Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione, Garzanti, Milano 2019













