«Non dovevi dirmi qualcosa?» e in effetti qualcosa c’era. L’avevo messo insieme ai pelati nella busta gialla dell’esselunga però poi è andata a finire che la busta si è rotta sotto e tutto quello che avevo da dirti è rotolato in fondo alle scale. Mi è rimasto un dolore tra i denti, un dolore verde prezzemolo. Lo tocco con la lingua per tentare un’ablazione, mi si nota quando rido: c’è come un’orma – come un’ombra – e mai nessuno che me lo viene a dire, che poi mi offre uno stuzzicadenti. Mi piace fingermi morta, restare nel letto, le mani sul petto, sentire gli altri che ridono al piano di sotto. Delle volte apro l’armadio, metto un vecchio maglione tuo, piango forte come quando ero piccola e volevo tanto un cane. Allora prendevo la bici, andavo nell’orto vicino casa, tenevo in braccio le galline, le accarezzavo. Somigliare è discreto rubare e non si sospetta nemmeno che si debba chiedere permesso per certe cose. Si dice gli occhi da chi li ha presi? la bocca, di chi è la bocca? e da sempre la vita si tramanda per furti. Così confesso che ho qualcosa di tuo: te lo ricordi l’ultimo litigio? Ti sei voltata, mi hai dato le spalle e io non te le ho più restituite.
Irene Paganucci, Rovinosamente











