OBBEDIENZA Vs AUTOCONTROLLO
(una manciata di Salfadogs a caso)
Ovvero addestramento Vs educazione
Come si fa in questi casi partiamo dall'etimologia delle due parole: addestrare ovvero rendere abili (di fare qualcosa) ed educare, tirare fuori (le competenze). Faccio sempre un paragone sull'efficacia degli obiettivi perseguibili con le due metodologie. Attualmente i due termini in cinofilia sono intesi come segue:
Un soggetto addestrato diventerà obbediente ai nostri comandi segnali (spesso mi chiedo fino a che punto... o a quale prezzo).
Un soggetto educato non avrà bisogno di informazioni da parte nostra per scegliere il comportamento più adeguato al contesto di riferimento.
Se passiamo un attimo dalla cinofilia alla pedagogia -non ci sono differenze di ordine qualitativo, solo quantitative- ci accorgiamo subito di un grande limite: se rendo mio figlio ubbidiente avrò sempre bisogno di fornirgli, in ogni contesto, le istruzioni necessarie per farlo “muovere” adeguatamente. Se rendo mio figlio educato, potrà girare il mondo senza che io debba preoccuparmi delle sue competenze in autonomia decisionale. Non voglio che figlia numero unico non si sporga dal terrazzo perché mi ubbidisce, spero che non lo faccia perché sa che è rischioso.
Saranno quindi gli autocontrolli di figlia numero unico a consentirle di contenere i comportamenti disfunzionali in modo efficace, senza subire pressioni esterne che sarebbero meno efficaci e molto più difficili da gestire a livello emotivo.
Riportando questo ragionamento sui cani la situazione diventa ancora più complessa per via delle differenze comunicative tra le due specie, tanto che ubbidienza si limita spesso a FERMO QUI! SEDUTO! AL PIEDE!.
Provate ad addestrare un cane ad essere socievole con i suoi simili se soffre di aggressività intraspecifica; al limite riusciremo a renderlo “inoffensivo” ma non sposteremo di una virgola la sua difficoltà, semplicemente inibiremo la sua risposta aggressiva. Come una pentola a pressione emotiva: inibire il comportamento inadeguato senza sviluppare le relative competenze sociali rende il soggetto ancora più carente nel suo repertorio di comunicazione con il rischio di farlo “esplodere” o “implodere” quando non riesce a gestire in modo efficace le forti emozioni contrastanti.
Questa visione spesso parte dal presupposto che il cane sia solo un animale -come se noi fossimo chissà cosa- e quindi incapace di gestire i propri istinti bestiali o di apprendere nuovi schemi di comportamento sociale. Da sempre infatti i lupi spiano i villaggi degli umani per imparare quali sono le regole sociali
Nel mondo reale però vediamo cani (apparentemente) incapaci di comunicare senza aggressività con i propri simili. Di certo queste problematiche esistono e sono complesse; in breve un canide passerebbe tutta la sua vita con i propri conspecifici, affinando continuamente capacità comunicative eccezionali che possiamo vedere raramente nei cani di casa (Salfadogs compresi). Invece nei cani randagi catturati in età adulta - che spesso però presentano una sana diffidenza verso gli esseri umani- notiamo una capacità impressionante di mettere a proprio agio i propri simili.
Senza considerare che una comunicazione adeguata tra due predatori può comportare anche una certa dose di “sana aggressività” ritualizzata alla quale noi primati civilizzati non siamo più abituati.
Il ringhio alla ciotola mentre mangiano, rivolto a un questuante alle loro spalle è un comportamento assolutamente adeguato, tanto quanto ricordare la fila a chi cerca di passarci davanti. Detto questo abbiamo bisogno che il cane, ad esempio, si lasci togliere il cibo di bocca, ma questo processo si costruisce con la fiducia reciproca, non con la prevaricazione.
Due cani competenti nella comunicazione che si confrontano in modo agonistico non dovrebbero preoccuparci più di due esseri umani che stanno litigando di calcio o politica; la situazione può farsi anche pesante ma un esito infausto attiene più ad un lato “patologico”, di carenza di regolazione, che a un normale epilogo dello scontro.
Tutti gli animali sociali hanno subito una forte pressione selettiva per attenuare i danni fisici e psicologici da scontri tra conspecifici; il branco funziona bene in caccia se affiatato, come una squadra sportiva.
E se non mi ascolta quando lo chiamo e non viene?
Non è un problema di ubbidienza, bensì di relazione, di capacità di ascoltare ed essere ascoltati. Di fiducia e affidabilità reciproca. Con un’apparente eccezione per i cani da caccia che chiamo fire and forget, non ho ancora trovato un cane, anche solo vagamente equilibrato, che non seguisse il suo pard umano una volta che avesse capito il significato del segnale in modo appropriato.
Un cane che non ascolta è un cane che non è ascoltato
(Cit. A. Vaira)
Ma chissà quanto ci vuole a rendere un cane educato!
Stiamo parlando di apprendimento in entrambi i casi, con la sostanziale differenza che un cane educato ci chiederà uno sforzo sì di attenzione, coerenza, pazienza e costanza ma potremo contare sulle sue capacità e desiderio di collaborare per renderlo velocemente competente. Dopo il periodo iniziale infatti, sarà proprio il cane stesso che comincerà a collegare le varie competenze acquisite con una raffinatezza paragonabile -mi verrebbe da dire superiore visti i tempi di recupero della psicoterapia umana- alla nostra.
L’aver sviluppato e sperimentato varie situazioni in “autonomia” (mi raccomando la sicurezza!!!) gli consentirà anche di diventare estremamente consapevole dei propri limiti e punti di forza, sviluppando i necessari autocontrolli che lo renderanno in grado di non fare il passo più lungo della gamba e controllarsi per valutare nuove situazioni e le potenziali conseguenze.
Per tacer del fatto che diventeremo per lui un punto di riferimento affidabile, una base sicura per dirla alla Bowlby, sul quale contare e al quale chiedere in caso di necessità.














