Il falò in piazza è spento da ieri notte, ma la brace emana calore quanto basta per attrarre viavai attorno agli ultimi aliti di fumo, in un brevissimo pomeriggio di dicembre. Questo timido riunirsi di persone a fiamme spente, alla luce delle nubi e degli addobbi natalizi, alimenta la mia curiosità da ultimo arrivato. Facile avvicinarsi al fuoco per scaldarsi le mani, difficile lanciare domande. Meglio farsele fare, meglio che i racconti escano da sé, da bocche che non aspettano altro che raccontarlo ad orecchie che non l'abbiano ancora sentito.
- Te lo dico io come funziona. Questo posto è come questo enorme fuoco. Ognuno butta le cose che butta. E il paese si alimenta di quello. Per la città è uguale, tu che vivi in città. Pensaci.
Chi ci butta la carta, si accende in fretta, fa grandi fiammate che non durano, non ci puoi fare grande affidamento.
Chi butta la legna, quella buona da ardere: si consuma gradualmente, producendo luce e calore duraturo. E quando si spegnerà, rimarrà comunque la brace a conservare un po' del suo calore, del suo ricordo.
Chi ci butta la monnezza. Cicche, bucce d'arancia, plastichine dei pacchetti di sigarette, eccetera. Una pattumiera dove sbarazzarsi le tasche, insomma, un inceneritore. E pensa: che sarà mai, tanto brucia.
Chi si scalda le mani, chi resta incantato, o ipnotizzato dai fili di fumo che deformano la vista. Chi gli piace annusarsi il giorno dopo sui vestiti l'odore del fuoco.
E poi c'è sempre quello che gli piace fare la figura del più furbo, e ci piscia sopra. E il fuoco si spegne e rimane solo la puzza.