Madame Parking
Il Presidente Napolitano le ha conferito la medaglia di Commendatore al Merito del Lavoro, la rivista inglese Wallpaper nel 2007 l’ha incoronata come una delle 10 designer più importanti del mondo, l’ultimo numero di Elle l’ha inclusa tra le 20 donne dell’anno. L’architetto Teresa Sapey ha natali cuneesi, un passato al Politecnico di Torino, ma è in Spagna, dove è emigrata 20 anni fa, che si è fatta conoscere al mondo. Norman Foster l’ha definita Madame Parking, per i suoi apprezzati progetti del parcheggio di Plaza de Vàzquez de Mella e dell’hotel Puerta de America a Madrid, e quello più recente in plaza Canovas a Valencia. “All’inizio questa definizione mi scioccava, suona un po’ maschile e underground, poi ci ho fatto l’abitudine”. Alla base del suo lavoro c’è quella che lei stessa definisce architettura emozionale, espressa al meglio proprio nella realizzazione dei parcheggi.
Perché sono così importanti per lei?
“Non importanti, importantissimi. Il mio intento è di ridefinire quelli che Marc Augé definisce ‘non luoghi’, come ‘noi luoghi’, luoghi della vita contemporanea e tra questi i parcheggi sono certamente i più significativi”.
Negli ultimi tempi Torino si è dotata di molti parcheggi sotterranei, come le sembrano?
“Mi si passi la battuta: si vede che non li ha fatti Teresa Sapey. È un peccato, mi chiamano a lavorare in tutto il mondo, ma sembra che a Torino nessuno se ne sia accorto. È proprio vero: nessuno è profeta in patria”.
Qual è il suo rapporto con Torino?
“È la mia città, ci sono i miei amici e poi io sono molto alpina. Durante le festività natalizie sono stata come ogni anno al Sestriere, appena posso torno sulle mie montagne per sciare o passeggiare nella neve. Mi aiuta riflettere, a pensare, molte delle mie idee nascono lì, ossigenate dall’aria dei 2000 metri”.
Quali sono i luoghi di Torino che le mancano maggiormente?
“Il Po, il Po e poi ancora il Po. Taglia la città, la divide in due territori, permette letture differenti. E poi il cioccolato, adoro i Gianduiotti! Con le nuove misure di sicurezza in aeroporto, nelle mie valigie si vedranno tante noccioline e tanti cioccolatini”.
Quale opera le piacerebbe essere chiamata a realizzare a Torino?
”Mi piacerebbe lavorare su case di privati. Siamo molto forti sulle case, dicono di lusso, ma secondo me si tratta di un lusso intellettuale, non economico, mi piace lavorare per chi vuole qualcosa di più di una semplice abitazione. Mi piacerebbe lasciare un’impronta con mobili, oggetti di design. Oppure lavorare nel recupero vecchi palazzi, in uno dei tanti, bellissimi caffè o un ponte, Torino ne ha di bellissimi”.
Magari quello di cui tanto di parla di corso San Maurizio.
“Magari. Ma i concorsi rischiano di essere solo una perdita di tempo, alla fine li vincono sempre gli stessi. O mi chiamano con un incarico o non perdiamo tempo. Sarebbe interessante lavorare al parcheggio di piazza Solferino, per eliminare gli unici Gianduiotti di Torino che trovo indigesti, ma anche quello è già assegnato”.
E ritornano i parcheggi.
“Già, mi sento un po’ una talpa, ma non è una brutta sensazione. In fondo l’architettura del futuro è un’architettura senza facciata, conta solo l’interno. Gillo Dorfles sostiene che viviamo nell’epoca della pubblicità, una nuova forma d’arte. Ecco i miei parcheggi sono spazi nuovi, simpatici, freschi, colorati, parlano attraverso lo spazio, sono pubblicitari”.
Torniamo a Torino. Come giudica le tanto decantate trasformazioni post olimpiche?
“La città è come rinata, bella e interessante. Ho solo un timore: spero che non diventi un dormitorio milanese, ora che con l’alta velocità sarà più facile spostarsi da una città all’altra. Sarà importante mantenere alta l’offerta culturale, per conservare la nostra forte identità”.
Da La Stampa del 24 gennaio 2010













