Aria Bedmar and Ylenia Baglietto in Tele de Barrio
(01 - 07 - 2021)
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Aria Bedmar and Ylenia Baglietto in Tele de Barrio
(01 - 07 - 2021)
Come immagino si capisca, io disprezzo il pensiero scientifico. Il che è diverso dal disprezzare la scienza - che è solo una collezione di metodologie - ma anche diverso dal disprezzare lo scientismo - che ugualmente disprezzo, ma non significa granché visto che il termine già implica una connotazione negativa. Disprezzo la visione della realtà come un sistema chiuso e regolare di cause ed effetti retto da relazioni interne costanti sulle quali è possibile esprimere valutazioni non soggettive. Siccome il mio disprezzo è strutturale ed indipendente dal fatto che venga scoperta la bomba atomica o la cura per il cancro, trovo futile spolverarlo quando succedono cose particolarmente sgradevoli come la clonazione delle scimmiette in Cina. L’evento, però, mi ha colpito a livello emotivo più che intellettuale. Ho ripensato a Emmanuel Levinas: Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa. Questo mutamento è possibile solo grazie all’apertura di una nuova dimensione. Infatti la resistenza alla presa non si produce come una resistenza insormontabile, come durezza della roccia contro cui è inutile lo sforzo della mano, come lontananza di una stella nell’immensità dello spazio. L’espressione che il volto introduce nel mondo non sfida la debolezza del mio potere, ma il mio potere di potere.
Sono le parole perfette: il volto di questi animali, pur nella condizione della cavia che sopprime l’alterità in funzione dell’asservimento al meccanismo autoreferenziale della sperimentazione, continua comunque a contrapporre al nostro potere di potere la propria identità e la propria unicità. In nessun modo possiamo obliare questa presenza che ci chiede silenziosamente di fermare la violenza, di non uccidere l’inerme, nonostante la moltiplicazione del nostro potere su di lui. Il volto, dell’animale, dell’uomo, di Dio, rimane unico e altro, la sua percezione è l’atto sovranamente umano del quale il pensiero scientifico non può rendere conto, e contro il quale si scaglia e infine si infrange.
È piuttosto comune, per i difensori della sperimentazione animale e del pensiero scientifico in generale, rifugiarsi dietro una cruda etica benthamiana del maggior beneficio per il maggior numero - fatto ironico, visto che Bentham ha introdotto in Occidente il dibattito sui diritti degli animali, ma nemmeno troppo, visto l’orrore intrinseco a qualsiasi etica utilitaristica e a qualsiasi discorso che, come ricorda Simone Weil, separi il diritto dal sacro. Ho sempre trovato quegli argomenti di una stupidità disarmante, nella misura in cui assumono già come premessa ciò che tentano di dimostrare.
Ovvero, un paradigma formulaico della vita umana, misurabile in salute, potenza, benessere materiale. Dalla mia centralità agnostica, però, io vedo da una parte la schiava Blandina, che nel secondo secolo va incontro al martirio cantando, e dall’altra il reparto di terapia intensiva di un ospedale. Quale di queste due immagini mi sosterrà davanti alla disperazione della morte? Non posso scegliere, perché la prima mi è stata sottratta. La vittima di quello che gli imbecilli chiamano progresso non è la tradizione: è il pensabile.
Se fossi malato vorrei essere curato, nonostante il disgusto che provo di fronte all’idea di rendermi complice del sistema. Ma solo perché ho paura. Se potessi, vorrei non aver paura. Se potessi ancora pensarlo, vorrei un mondo in cui fosse possibile non essere disperati - il disperato che non sa di essere disperato, nei termini di Kierkegaard. Ma mi è impossibile pensarlo, nel gelo del mio necessario agnosticismo. Il mondo moderno è una prigione da cui nemmeno l’immaginazione può evadere.
Credo che il concetto di professione disabilitante, usato da Ivan Illich per denunciare i pericoli di una società iperspecializzata, possa essere applicato all’intera modernità. Il “progresso” è disabilitante perché offre farmaci contro la disperazione dopo averla resa inevitabile: una medicalizzazione non solo del corpo umano, ma dell’essere umano nella sua totalità.
Le scimmiette in Cina sono state modificate geneticamente per sviluppare l’insonnia. C’è questa immagine da supplizio infernale, i loro occhi da lemure spalancati eternamente contro di noi. Il volto dell’ucciso che si muta nella condanna, il volto di Cristo giudice. L’esperimento, si legge, serve a sviluppare nuove terapie contro la depressione. Se non fossimo diventati dei mostri, forse, non ne avremmo avuto bisogno.
Ylenia Baglietto and Aria Bedmar; behind the scenes of Podcast Maitino
Siamo coscienti e battiamo le mani come scimmiette ammaestrate.. Forse. Buon wikend carusiddi !! U muluni si nun tona e vacanti !!
GS
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