Il toponimo Pausilypon («tregua dal dolore»), attribuito a Publio Vedio Pollione nel I secolo a.C., è stato interpretato non soltanto come designazione geografica, ma come costruzione culturale che articola valori simbolici e pratiche di occupazione territoriale (Céspedes, 1998: 45). Posillipo si configura come un palinsesto geologico e storico: gli strati vulcanici, i resti archeologici della villa Pausilypon e della Grotta di Seiano, così come le sedimentazioni medievali e moderne, costituiscono un continuum in cui natura e intervento umano risultano inseparabili (De Caro, 2003: 112).
Il promontorio si impone come locus in cui mito, topografia e memoria letteraria confluiscono. La leggenda romantica di Posillipo e Nisida, rielaborata nel XIX secolo (Serao, 1895: 203), le evocazioni virgiliane (Verg. Georg. IV, 563-564) e le descrizioni dei viaggiatori del Grand Tour — Goethe (Italienische Reise, 1816), Stendhal (1826) e Chateaubriand (1827) — testimoniano la persistenza di un immaginario che trasforma il dolore in forma e il paesaggio in testo (Calvino, 1983: 77).
In questo senso, Posillipo non va inteso come semplice scenario panoramico, ma come archivio stratigrafico e semantico, in cui la bellezza opera come antidoto e la geografia stessa acquisisce valore ermeneutico (Agamben, 2007: 19).