- - - - - PORTAE NEAPOLITANAE - - - - -
VESTIGIA ARCHITETTONICHE E MEMORIA URBANA DI NAPOLI
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Il presente studio, "Napoli Gentile: Le Porte di Napoli", si propone di indagare la configurazione urbanistica della città attraverso l'analisi di quelle porte le cui strutture originali sono perite, lasciando come uniche testimonianze la loro impronta nella cartografia storica, nell'iconografia pittorica e nei registri documentali. La temporalità della nostra ricerca si circoscrive fondamentalmente ai secoli XVII e XVIII, un periodo cruciale per la metamorfosi urbana di Napoli sotto la dominazione vicereale.
Criteri Metodologici e Quadro Storico
L'approccio metodologico di questo lavoro si fonda su una rigorosa comparazione di fonti, che abbraccia dalle incisioni e pitture dell'epoca fino alle testimonianze epigrafiche e alle cronache storiche. È imperativo segnalare che, ad eccezione della Porta del Carmine, di indubbio origine aragonese, la totalità delle porte qui analizzate furono erette durante il Vicereame spagnolo, succedendo spesso a strutture più antiche che soccombettero alle dinamiche di espansione urbanistica. Un elemento di coesione iconografica di particolare interesse è costituito dalla presenza, nelle edicole votive di alcune di queste porte (Capuana, Nolana –già esaminate in uno studio precedente–, Carmine, Costantinopoli, Reale e Chiaia), di affreschi sacri attribuiti a Mattia Preti, eseguiti dopo il flagello della peste del 1656. Questa circostanza non solo rivela una dimensione votiva e apotropaica dell'architettura urbana, ma attesta anche la profonda impronta della religiosità popolare nello spazio pubblico.
Analisi Dettagliata delle Porte Scomparse Di seguito, procederemo a una disamina individuale di ciascuna delle porte in questione, confrontando i dati disponibili e contestualizzandoli nel divenire storico-artistico di Napoli.
Porta del Carmine (1484-1862) La Porta del Carmine, eretta nel 1484 come parte della cinta muraria aragonese per volere di Ferdinando I d'Aragona, fu costruita in prossimità di una porta precedente, la "porta nova" o "puerta del mercado". La testimonianza di Domenico Antonio Parrino nella sua Nuova guida di Napoli (1751) corrobora questa sovrapposizione temporale descrivendo i "segni della porta che fu portata più avanti" nelle immediate vicinanze della chiesa del Carmine. L'esistenza di una porta in questo luogo, alla foce del Lavinaio, risale almeno al XIII secolo, il che sottolinea la persistenza di un punto di accesso vitale per la città.
La porta aragonese si distingueva per la sua ornamentazione, con fregi e marmi che evocavano la vicina Porta Nolana, e un bassorilievo equestre del sovrano accompagnato dalla lapide "FERDINANDUS REX NOBILISSIMAE PATRIAE". Fiancheggiata da due torri, denominate Fedelissima e Vittoria (come evidenziano le incisioni del XIX secolo), la sua funzione difensiva era complementata da una macabra peculiarità: fino al XVIII secolo, servì come patibolo dove venivano appesi i cadaveri dei giustiziati in Piazza Mercato, a mo' di monito.
Nel nicchione votivo di questa porta, il Cavalier Calabrese (Mattia Preti) dipinse una delle sue rappresentazioni più impattanti e cruente: San Gennaro e San Gaetano che pregano la Vergine, con uno sfondo di una moltitudine di cadaveri decomposti dalla peste, alcuni abbandonati, altri preda di animali. Questo memento mori, di inusuale crudezza, era accompagnato da un'iscrizione latina di grande valore documentale: "D(EO) O(PTIMO) M(AXIMO)/B(EATO) CAIETANO CLER(I) REG(ULARIS) FUNDATORI/PUBLICAE SOPITATIS VINDICI/CIVITAS NEAPOLITANA/AD GRATI ANIMI INCITAMENTUM /SIMULACRUM HOC POSUIT DICAVIT/ANNO CHRISTI MDCL VIII." Questa epigrafe, datata 1658, non solo celebra l'intercessione di San Gaetano nel contenimento della peste, ma offre anche una datazione precisa dell'affresco pretiano.
La Porta del Carmine fu infine demolita nel 1862, nel contesto dei lavori di ampliamento stradale. Una targa commemorativa, oggi perduta a causa della demolizione del vicino castello del Carmine nel 1906, attestava la sua costruzione da parte di Ferdinando I d'Aragona nel 1484, quattro secoli prima della sua stessa scomparsa.
Porta di Costantinopoli (1535-1853) Eretta nel 1535 dal viceré Don Pietro di Toledo nel tratto di mura che collegava Porta San Gennaro con la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, questa porta sostituì l'antica Porta Donnorsa, situata più all'interno dell'urbe, dietro l'attuale Piazza Bellini.
Analogamente alla Porta del Carmine, Mattia Preti decorò la Porta di Costantinopoli con un affresco che rappresentava i Santi Gennaro e Gaetano che ricevono l'apparizione dell'Immacolata Concezione con il Bambino Gesù. Questo affresco, situato sulla facciata esterna della porta e descritto da Giuseppe Sigismondo nel 1788 come già molto rovinato, era accompagnato da un'iscrizione, allora appena leggibile: "VIRGINI CONCETE PRIMIGENIA LABIS IMMUNI FOLLOW SUOSQUE PARTENOPE".
La demolizione di questa porta avvenne nel 1853, nell'ambito dei lavori di modernizzazione e ampliamento di Via Costantinopoli, voluti da Ferdinando II di Borbone e diretti dall'ingegnere Gaetano Genovese. Una lapide commemorativa, oggi irrimediabilmente perduta a causa della costruzione della Galleria Principe Umberto (iniziata nel 1870 e terminata nel 1883), recitava: "QUI FU COSTRUITA / LA PORTA DI COSTANTINOPOLI / DA PIETRO DA TOLEDO / NEL XVI SECOLO / POI PER EURITMIA / DEMOLITA NELL’ANNO MDCCCLII". La discrepanza tra la data incisa (1852) e la data reale di demolizione (1853, secondo gli archivi comunali) costituisce un dettaglio filologico degno di nota, che sottolinea la necessità di confrontare le fonti epigrafiche con la documentazione amministrativa.
Porta Medina (1640-1873) Conosciuta anticamente come "porta pertugio", questo ingresso urbano ricevette la sua denominazione ufficiale dal viceré Duca di Medina de las Torres, che ne ordinò la costruzione formale. Una lapide commemorativa, il cui testo fu dettato da Giulio Minervini e che si trova in un palazzo di Montesanto, ne sintetizza la storia: "FU IN QUESTO LUOGO PORTA MEDINA COSTRUITA DAL VICERÈ DI QUEL NOME NELL’ANNO MDCXL DISTRUTTA PER PUBBLICA UTILITÀ NELL’ANNO MDCCCLXXIII".
La porta sorgeva vicino a Piazza Montesanto e ebbe un'origine peculiare: nel 1597, durante il vicereame del conte Olivares, Enrique de Guzmán, fu aperto in modo irregolare un "pertuso" (buco) nelle mura per facilitare il transito degli abitanti delle zone circostanti. Solo cinquant'anni dopo, nel 1640, sotto il regno di Filippo IV, la porta fu edificata formalmente. Gli incaricati della sua costruzione furono due figure di spicco del Barocco Napoletano: l'architetto Cosimo Fanzago e l'ingegnere Bartolomeo Picchiatti. Nonostante questa edificazione formale, la toponomastica popolare mantenne la denominazione di "porta Pertuso".
La Porta Medina subì importanti danni durante la Repubblica Napoletana del 1799. Fu infine demolita nel 1873, con l'obiettivo di trasformare la zona in uno spazio dedicato al mercato urbano, funzione che conserva fino ai giorni nostri. Lo stemma reale, che coronava la porta insieme ai blasoni vicereali e della città, fu gravemente danneggiato durante gli scontri tra sanfedisti e repubblicani, così come le strutture ornamentali in marmo. Dopo la demolizione definitiva, gli stemmi e l'epigrafe furono restaurati e conservati, prima nel Museo Archeologico e, a partire dal 1889, nel Museo di San Martino. Il busto di San Gaetano Thiene e l'iscrizione che commemorava il suo intervento salvifico durante la peste del 1656, situati nella parte posteriore della porta, furono trasferiti nella sagrestia della chiesa di Santa Maria delle Grazie in Montesanto, vicina all'antico sito della porta.
Porta dello Spirito Santo (1602-1775) Conosciuta anche come Porta Reale, questa porta fu oggetto di un affresco di Mattia Preti che rappresentava la Beata Vergine con San Gennaro e altri Santi che implorano la misericordia divina, mentre un Angelo ripone la spada nel fodero. La porta ospitava anche una statua in bronzo di San Gaetano, che dopo la sua demolizione fu trasferita a Port'Alba.
Due lapidi commemorative furono erette vicino al luogo originale della porta. La prima, che ne ricorda la costruzione, cita: "PIETRO TOLEDO VILLAE FRANCHAE MARCHIONI….ETC ETC" (Traduzione: "Pietro Toledo Marchese di Villafranca, viceré dell'imperatore Carlo V di questa illustre città, ampliamento delle mura, trasferita qui Porta Reale dalla regione del Nilo, spostata più tardi a Porta Donnorso, costruita Via Toledo, da qui alla vista del mare, restituita la grotta Puteolana a un aspetto più decoroso, costruita l'aula per i Viceré e il pretorio per i magistrati per la tutela dei cittadini sulla somma vetta del colle, trascorsi 22 anni nel vicereame. Ad Antonio Toledo duca d'Alba viceré del re Filippo IV emulo delle virtù del grande zio paterno, gli edili, in memoria di così grandi sacrifici la posero nell'anno 1628"). Questa epigrafe, di notevole estensione e ricca di allusioni storiche, offre una preziosa prospettiva sulle opere urbanistiche del viceré Pedro de Toledo.
Una seconda lapide, che registra la sua demolizione, recita: "FERDINANDO IV REGE OPTIMO AC PROVVIDENTISSIMO PARTAM REGALEM…….ETC.ETC." (Traduzione: "Sotto Ferdinando IV, re ottimo e provvidentissimo, i sette uomini preposti alle mura e agli acquedotti stabilirono di abbattere la Porta Reale, angusta e quasi inopportuna per gli ampliati spazi della città che allora impediva la vista della Via Toledo, e acquisiti e rasi al suolo gli edifici vicini per rendere più ampia la via. Anno 1775"). Entrambe le iscrizioni, offrendo una cronologia precisa e le motivazioni sottostanti alla costruzione e demolizione, costituiscono fonti primarie di inestimabile valore per lo studio dell'ingegneria urbana napoletana.
La costruzione della nuova porta, denominata anche dello Spirito Santo per una chiesa vicina, impiegò alcuni ruderi della vecchia Porta Reale, come conferma Florio scrivendo: "gli ornamenti di statue e marmi che stavano situati nella facciata dell'antica porta Reale". La nuova Porta Reale, larga 16 palmi, presentava una similitudine architettonica con la Porta San Gennaro.
Porta di Chiaia (1563-1782) La Porta di Chiaia fu eretta dopo la demolizione della Porta Santo Spirito (da non confondere con la Porta dello Spirito Santo), che si trovava vicino al Palazzo Santo Spirito (prossimo agli attuali giardini del Palazzo Reale) e che, a sua volta, aveva sostituito la ancora più antica Porta Petruccia, vicino a Santa Maria La Nova. Nel 1563, il viceré Parafan de Ribera, Duca di Alcalá, con l'intenzione di includere Santa Lucia, il Chiatamone e Santa Maria a Cappella (l'attuale Piazza dei Martiri) all'interno del perimetro murario, avanzò la linea di mura e fece erigere la Porta di Chiaia. La sua ubicazione, addossata al Palazzo Cellammare (come si apprezza in un quadro di Gaspar Van Wittel e conferma Fabio Colonna di Stigliano ne La strada di Chiaia in Napoli nobilissima), si trovava in quello che oggi è l'incrocio di Via Chiaia con Via Filangieri.
La porta, a volte impropriamente denominata "porta romana", fu completamente rifatta nel 1608 dal viceré Conte di Benevente, Juan Alfonso Pimentel de Herrera, e ulteriormente abbellita con marmi e stemmi reali dallo scultore Girolamo D'Auria. Dopo questo intervento del XVII secolo, si consolidò come una delle porte più eleganti della città. Subì danni durante la rivolta di Masaniello nel 1647, come risulta dal verbale di abbattimento del 1782.
Costruita con grandi blocchi di piperno, la facciata principale della Porta di Chiaia era orientata a sud ed era riccamente ornata con marmi, mensole e cornicioni. Anche qui si trovava un affresco votivo di Mattia Preti. Sulla parte superiore della facciata esterna si ergeva una statua di San Michele Arcangelo, mentre sulla facciata interna si trovava quella di San Gaetano Thiene. Secondo Parrino, la denominazione esatta della porta era "Pimentella", in onore del viceré che l'aveva edificata, sebbene per il popolo sia sempre stata la Porta di Chiaia.
Durante il regno di Ferdinando IV di Borbone, si decise la sua demolizione, poiché lo sviluppo urbano verso la Riviera di Chiaia aveva privato la porta della sua funzione difensiva. Nonostante i consigli di architetti come Pasquale De Simone e Gaetano Barba, che ne propugnavano il restauro come testimonianza storica, gli architetti Luigi e Carlo Vanvitelli insieme all'ingegnere Nicola Schioppa riuscirono a convincere il "Tribunale di Fortificazione" della sua inutilità come ostacolo alla mobilità cittadina. Un dispaccio reale ne decretò la demolizione. Pochi anni dopo, nel 1784, liberato il terreno, lo stesso Vanvitelli edificò un palazzo nobiliare noto inizialmente come d'Ottaiano e successivamente come Miranda, per la famiglia che lo acquistò, un esempio precoce di quella che oggi definiremmo "speculazione immobiliare". Una lapide nel Palazzo Miranda commemora l'esistenza della porta.
L'epigrafe di questa lapide recita: "FERDINANDUS IV PIUS FELIX AGUS PORTAM MAJORIBUS NOSTRIS ROMANAM DICTATUM NE SAXA IN EIUS FORNICE MINUS APTE FERRUMINATA CERVICIBUS COMMEANTIUM ULTRA MINITARENTUR AC PERTERREFACERENT SIMILIQUO LATIOR UT ADITUS PATERET AD HANC ORAM OLLYMPIAM SOLO AEQUARI IUSSIT QUOD PROVVIDENTISSUMUM REGI NOSTRI MANDATUM VII VIRI ANNI CICDCCLXXXII MUR:AQU. VIIS CURANDIS EXECUTI SUNT." Questo testo latino, che invoca Ferdinando IV e i "sette uomini" incaricati delle mura, degli acquedotti e delle vie, giustifica la demolizione in nome della sicurezza e dell'ampliamento dell'accesso alla "ora Olympica" (la costa di Chiaia), offrendo una preziosa prospettiva sulla razionalità urbanistica dell'epoca.
Conclusioni e Proiezioni di Ricerca
Questa analisi delle porte scomparse di Napoli non solo ricostruisce la fisionomia di un'urbe in costante trasformazione, ma rivela anche l'intricata relazione tra l'architettura difensiva, la pianificazione urbana, la devozione popolare e il potere politico. La presenza dell'iconografia di Mattia Preti in diverse di queste porte, così come la profusione di epigrafi e blasoni, sottolinea come questi elementi architettonici non fossero meri punti di transito, ma veri e propri capisaldi dell'identità civica e religiosa.
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Bibliografia Suggerita e Commenti Metodologici
La ricostruzione della storia urbana attraverso elementi architettonici scomparsi, come le porte di una città, richiede un approccio multidisciplinare che comprenda la storia dell'arte, la storiografia urbana, l'archeologia e l'epigrafia. I seguenti riferimenti sono fondamentali per qualsiasi studio che desideri approfondire il contesto napoletano dei secoli d'oro e dell'età moderna, fornendo un quadro teorico ed empirico solido per la comprensione delle Portae Neapolitanae.
Fonti Primarie e Collezioni Documentali Archivi Storici di Napoli: Indispensabili per la consultazione di atti di demolizione, editti vicereali, piani urbanistici e registri amministrativi che documentino la costruzione, modifica e scomparsa delle porte. Si suggerisce la consultazione specifica dell'Archivio di Stato di Napoli e dell'Archivio Storico Comunale di Napoli.
Cronache e Guide Storiche di Napoli:
Parrino, Domenico Antonio. Nuova guida di Napoli. Napoli: Michele Luigi Mutio, 1751. (Una fonte cruciale per la topografia della Napoli del XVIII secolo e la descrizione delle porte esistenti nel suo periodo).
Sigismondo, Giuseppe. Descrizione della città di Napoli e suoi contorni divisa in tre parti. Napoli: Presso i Fratelli Terres, 1788. (Offre preziose descrizioni dell'iconografia delle porte e del loro stato di conservazione).
Colonna di Stigliano, Fabio. La strada di Chiaia in Napoli nobilissima. Napoli: [Editore non specificato], [Data non specificata, ma riferibile al periodo]. (Utile per dettagli topografici e la storia di Porta di Chiaia).
Iconografia Storica:
Incisioni e stampe dei secoli XVII e XVIII: Collezioni come quelle di Aloja, Lafrery, o le Vedute di Napoli di Antonio Joli.
Pitture di vedutisti: Opere di Gaspar van Wittel, Pietro Fabris, tra gli altri, che spesso documentano il paesaggio urbano con le sue porte.
Disegni e progetti architettonici: Materiale conservato in collezioni di musei e biblioteche, come il Museo di Capodimonte o la Biblioteca Nazionale di Napoli.
Corpus di Iscrizioni Latine: Per le epigrafi, sebbene l'articolo le traduca, la consultazione di un Corpus epigrafico, se disponibile per la regione Campania, sarebbe l'ideale per verificare trascrizioni e contesti.
Studi Secondari e Opere di Riferimento De Seta, Cesare. Le città nella storia d'Italia. Napoli. Bari: Laterza, 1981. (Un'opera fondamentale per comprendere l'evoluzione urbanistica di Napoli nel corso dei secoli, con capitoli dedicati alle mura e alle porte).
Strazzullo, Franco. La Napoli di Masaniello. Napoli: Fiorentino, 1989. (Essenziale per il contesto delle rivolte e i loro effetti sull'architettura urbana, come nel caso di Porta Medina e Porta di Chiaia).
Pane, Andrea. Napoli: La città e le sue trasformazioni. Napoli: Electa Napoli, 1999. (Offre una visione generale degli interventi urbanistici, inclusa la demolizione di porte nel contesto della modernizzazione).
Donzelli, Carla. Contributi per la storia dell'urbanistica napoletana. Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 1968. (Una fonte specializzata nella storia della pianificazione urbana a Napoli).
Di Domenico, Rosanna. Mattia Preti: L'opera completa. Milano: Mondadori Electa, 2013. (Per un approfondimento sugli affreschi votivi di Preti e il suo contesto artistico).
Spinosa, Nicola. Napoli Barocca. Napoli: Arte'm, 2013. (Contestualizza il lavoro di architetti come Fanzago e Picchiatti nella costruzione di Porta Medina).
Perriccioli, Luigi. Le mura e le porte di Napoli. Napoli: [Editore non specificato], [Data non specificata]. (Uno studio monografico, se esiste, sulla storia delle fortificazioni napoletane).
Guida, Alfonso. Le strade di Napoli. Napoli: Arturo Berisio Editore, [Data non specificata]. (Utile per l'evoluzione della toponomastica e delle vie urbane).













