Fattore FREAK (da 1 a 10): 4
Nome in codice: La Piattola
In una frase: La spazzatura è un concetto relativo
Ci sono volte in cui l’incontro con un freak mi tranquillizza. Capisco che il mio fattore freak è bel più alto di quanto io possa pensare, di essere lontana da quella sensazione di “normalità” in cui ho paura di sprofondare, prima o poi.
Domanda: avete mai notato che quando concoscete un “paisà“ all’estero o in un’altra città sembra sempre che vi siate beccati in un angolo lontano dell’iperspazio, in una situazione in cui ci sarebbe solo 1 probabilità su 5.987.903.564 di incontrarsi?
La Scena: “Ma…. incredibile… anche tu sei di (capitale o altra città con popolazione superiore al milione di abitanti)? Non ci posso credere! Allora conosci X o Y (e quasi sempre in un modo o nell’altro conosciamo X o Y o il fratello/cugino/migliore amico)?”. E scatta subito la solidarietà: si divide il pane e il vino, si fuma insieme; ci si stringe in abbracci, si riprende a parlare in dialetto. E questo non accade solo all’estero, ma anche in Italia: magari sei un romano che incontra un altro romano a Torino.
Ovviamente lo faccio anche io: è una pantomima istintiva che si verifica con uomini e donne e che non ha - quasi mai - nessun secondo fine.
La feci anche con lui, un concittadino incontrato all’estero che avevo già visto un paio di volte in giro per locali. Un concittadino che in quel momento - ore 20 di un banale martedì sera estivo - sedeva ubriaco all’esterno di un baretto.
Mentre facciamo due chiacchiere, noto che gli amici con cui si accompagnava iniziano lentamente a sparire, ad uno ad uno. “Forse vogliono lasciarci soli, come ne esco? A me sto tizio non interessa…”. Mi domando, ingenua. Ma il motivo per cui i suoi compari erano posizionati sui blocchi di partenza è ben diverso.
“Abito lontano, dormo sempre a casa loro quando posso” dice il paisà con i capelli unti che risplendono alla luce del lampione. E quasi contemporaneamente, uno degli amici - lo stratega della fuga - mi lancia un monito alzando la mano:
“Attenta” la voce si fa profonda, come se stesse pronunciando i 10 comandamenti in una chiesa gremita
“Noi lo chiamiamo La piattola”.
Non so se sia altruismo, stupidità, complesso da crocerossina. Ma vedendolo ubriaco e solo, mi fa pena e gli chiedo se ha bisogno di un appoggio per dormire. Alla gentile offerta, risponde con uno sguardo di intesa: “Solo se…. hai capito, no?” (Ma sei scemo? Detti anche condizioni? Allora dormi nel parco). Ribatto con gentilezza “Neanche per sogno, ti posso offrire un letto, niente di più”. Accetta prima ancora che riesca a finire la frase. E io inizio a maledirmi.
Me lo trascino ubriaco fino a casa ascoltando un lungo monologo che ho cancellato grazie al “Find and replace” della mia memoria iperselettiva.
Appena entrato a casa, apre il mio pc e inserisce password a caso “Stai fermo!” lo ammonisco: ma sei avessi dei porno sul desktop? Saranno sarcazzi miei? Lo odio. “Voglio mettere la musica” ribatte. Mi trasformo in una vecchia megera: “Senti, è l’una: io dormo (e anche tu)”.
Dopo aver provato un approccio insensato, si gira nel letto come una vergine offesa e inizia a emettere dei rumori molesti: russa, si contorce, sbraita nel sonno. Lo spintono sperando che la smetta, la notte sarà lunga. E bianca.
Finalmente suona la sveglia! Yeahhhhh! L’avevo sadicamente puntata alle 07.30 così potevo buttarlo fuori e poi prepararmi in santa pace. Che genio, ridacchio tra me e me.
Non si alza. Merda. Ciccio, svegliati cazzo: te ne devi andare. Ti odio, non ti sopporto più! Svegliati! TiodioTiodioTiodio.
Sono disperata. Mi viene da piangere.
Dopo 10 minuti, apre gli occhi e si lamenta: è troppo presto per lui, il signorino non è abituato a svegliarsi così presto. Preparo il caffè e lo servo con gentilezza sperando che si alzi. “Non bevo caffè, hai altro?” Apre il frigo con destrezza, ne caccia un succo di frutto che beve e poi - me ne accorgerò solo al mio rientro - appoggia sul pavimento, a fianco alla bottiglia IKEA di vetro da cui ha bevuto acqua tutta la notte.
Basta, devo buttarlo fuori casa ma non voglio fare neanche un pezzo di strada con lui: ma come faccio? La strada per il lavoro è quasi la stessa. Subito metto in piedi un’altra idea geniale: mento su dove lavoro, lo accompagno al portone e poi torno a casa entrando dall’altro portoncino.
Così faccio. Questo il quadro quando rimetto piede a casa alle ore 8: oltre ai rifiuti per terra, alla bottiglia da sterilizzare e al cuscino unto da buttare nei rifiuti radioattivi, scopro che il giovin signore non sa usare lo scarico. Mi armo di candeggina. E ripenso al monito.
La Piattola ha colpito ancora.