I “Passages” dalla residenza
Sono stati presentati come un dittico, Oblò e Mind the Gap, i due lavori ideati e diretti da Giuseppe Stellato con la collaborazione performativa di Domenico Riso e la manipolazione sonora di Franco Visioli.
Sulla scena di Oblò una lavatrice posizionata a centro palco viene sonorizzata attraverso l’installazione di microfoni da Domenico Rico che come un tecnico di scena entra ed esce dal palco. Poi si ferma e guarda l’oggetto che si fa sempre più extra-quotidiano mentre il rumore del lavaggio si fa via via più intenso tanto da sembrare il rumore stesso il motore che fa roteare i panni sporchi visibili attraverso l’oblò. La macchina perde il suo sapore famigliare e si fa quasi aliena fino a trasformarsi in qualcosa di mostruoso. Il performer esce di scena e, non appena il rumore della lavatrice si mischia al vociare di bambini, inizia a dipingere di rosso una barra di plexiglas, prima invisibile, posizionata a bordo palco. Come catapultati davanti a un video di you tube la barra di caricamento avanza mentre la lavatrice continua il suo ormai anonimo giro. Le grida di gioia di bambini immersi nel gioco si trasformano dopo il rumore di spari simil bombardamenti in grida di terrore, poi nel respiro affannato da una folle corsa. Qualcuno sta scappando mentre il rumore del lavaggio cerca di cancellarne le tracce. La barra rossa avanza, il tempo scorre e l’atmosfera si fa sempre più agghiacciante finché la lavatrice sembra prendere vita fino a esplodere.
Chi genera cosa? Chi alimenta chi? E’ l’immagine che vive del suo spettatore o lo spettatore che si nutre di quell’immagine?
Il performer rientra in scena e cerca di sistemare le cose quasi per cancellarne le tracce, tenta di tornare indietro per nascondere quello che è successo o per alimentarsi di nuovo di quella scena. Poi apre l’oblò e tira fuori una maglietta rossa che continua a sgocciolare un liquido rosso sangue e un paio di jeans, entrambi indumenti da bambino. L’immaginario è chiaro, il ricordo riacciuffa subito un immagine che è diventata virale qualche anno fa e la scena si chiude sul suono di quel mare che accoglie un’infinità di corpi che anonimi continuano a disfarsi sotto gli occhi di tutti. E quella barra, sonorizzata dal rumore delle onde riprodotto dal cellulare del performer, si fa subito un mare di sangue.
Se la prima scena non porta fin da subito in un luogo preciso ma piano piano trascina lo spettatore verso un orizzonte sempre più chiaro fino a spiazzarlo, con Mind the gap lo spazio è subito dichiarato: siamo in una stazione. C’è un distributore di bibite e merendine confezionate mentre la voce di un altoparlante ripete di non oltrepassare la linea gialla. Domenico Rico attraversa il palco e di nuovo come una sorta di servo di scena prende un secchio e con un rullo inizia a disegnare una linea gialla segnando un limite invalicabile tra la macchina e chi le arriva davanti. Poi esce. Il sottofondo rumoroso di una stazione piena di gente entra subito in contrasto con l’immobilità della macchina sulla scena vuota. Ben presto però la staticità è spezzata dal rumore metallico e cigolante del distributore che come impazzito inizia a far fuoriuscire i viveri al suo interno. Il movimento rotatorio dei panni dentro la lavatrice di Oblò si ripete in Mind the gap nel movimento della spirale metallica che contiene gli oggetti nascosti dentro il distributore. E proprio osservando lo spazio vuoto della merce, come il titolo suggerisce traslando il significato reale (che in inglese suggerisce di fare attenzione al vuoto che c’è tra la banchina e la porta del treno), si viene catturati dal movimento rotatorio che getta lo spettatore dentro un nuovo rituale ipnotico dove tempo e spazio sembrano collidere per dar vita a un luogo che piano piano confonde i suoi confini. Al rumore metallico confuso dai suoni della stazione si sovrappongono parole frammentate - come mi racconterà poi il regista è il racconto di vita di un migrante che lui stesso ha intervistato. Dal distributore iniziano a scendere per caduta libera merendine, acqua mista a frutta secca, sabbia, pietre, pomodori, proiettili, un passaporto e tanti altri oggetti che raccontano di viaggi più o meno forzati, più o meno desiderati alla ricerca di un “altrove”. Il performer entra quasi a interrompere la scena e, come un tecnico delle macchine che tenta di sistemare un guasto improvviso, la apre e ne smonta il contenuto. Nel tentare di capire quale sia l’ingranaggio impazzito viene assorbito dalla macchina. Se in Oblò la macchina che genera il ricordo viene come bloccata dall’intervento umano che cerca di ricollocare la scena al suo posto, in Mind the gap al contrario la macchina che viene bloccata è come se si ribellasse al suo manovratore inghiottendolo. E così facendo lo trasforma in merce.
Nell’interazione tra queste macchine, che apparentemente non hanno niente di straordinario, e il performer, che si muove sulla scena come se fosse guidato-chiamato dal meccanismo stesso che muove le macchine, l’umano sembra perdere un pò della sua coscienza annullandosi in questi oggetti che sono quotidiani. E sembra che sia proprio qui, in questa quotidianità usurata che si nasconda il mostruoso, alimentandosi proprio di quella inconsapevole e cieca fiducia nel mezzo.
*nella prova aperta #Mind The Gap