Lo scorso venerdì 14 aprile la musicista e performer Agnese Banti ha aperto le porte della sua ricerca e ha presentato agli spettatori e alle spettatrici alcuni frammenti del suo lavoro, ancora in fase di studio, Shall we?. La serata si è aperta con un convivio di accoglienza nel foyer all’interno del quale era disseminata una traccia del lavoro dell’artista - una cassa muta su un piedistallo -, una presenza che preparava alla successiva visione.
In quest’occasione è stata presentata anche la mostra di Veronica Guerra, giovane artista, performer e ricercatrice che ha pensato ad un’installazione site-specific per L’Arboreto dal titolo La seconda ballerina. L’opera, che prende forma dall’idea del re-enactment, si compone di più formati - un disegno, una lettera scritta a macchina, alcune foto e un abito - che vanno a significare il percorso creativo intrapreso da Veronica tra performance, arti multimediali e ricerca scientifica.
Intorno alle 21.15 il pubblico entra in sala e si siede tutto attorno al palco, all’interno del dispositivo creato dall’artista che è già in scena, seduta quasi al centro del palcoscenico e intona un canto. Lo spazio è bianco e vuoto, solo una fila di dodici piccole casse nere sono presenti sul proscenio mentre lo sfondo apre sul bosco illuminato da una luce fantasmatica.
Inizia così il lavoro Shall we? e in un attimo quel canto si scompone per diffondersi dalle dodici casse che come protuberanze della voce e del corpo di Agnese Banti, che le prende in mano e le sposta in altre posizioni, iniziano a danzare nel palcoscenico andando a creare precise geometrie che rimandano a precise significazioni musicali: la disposizione a punta che rimanda al ritmo ancestrale degli armonici naturali o la linea verticale che taglia a metà il palcoscenico per significare una cascata di suono.
In questa “coreografia per autoparlanti” è la presenza della voce emessa e frantumata a costruire un’ambiente sonoro in costante mutamento, che si moltiplica anche nelle differenti modalità di fruizione che ogni spettatore e spettatrice ha dal luogo in cui guarda e ascolta.
Anche i dodici fili neri, che segnano la distanza impercettibile che percorre la voce entrando dal microfono per uscire dagli autoparlanti, vanno a tracciare sul palco linee geometriche precise che vengono ogni volta sistemate e riallineate dalla performer con precisi colpi ritmici che segnano un ulteriore suono, che si somma a quello che già viene emesso dalle casse stesse. A spezzare la dicromia del bianco e del nero il filo rosso del microfono che la performer stringe fra le mani ogni volta che va ad introdurre nuovi frammenti di suoni alla partitura musicale, mixata e lavorata dal vivo dal regista del suono Andrea Trona, seduto in un angolo del palcoscenico.
E’ come se il corpo e la voce di Agnese si scomponessero nei tanti altri “corpi” degli altoparlanti, come una sorta di progressiva esplosione nello spazio che culmina nel finale dove la geometria è scombinata e il tappeto sonoro si fa a brandelli, componendosi di frasi spezzate, parole sospese, suoni e rumori che provengono, come racconterà Agnese poi durante l’incontro che è seguito alla prova aperta, da ricordi frammentari del suo mondo onirico.
Alla fine non restano che presenze fantasmatiche a percorrere il palcoscenico che ospita grovigli di fili come geroglifici di un nuovo alfabeto, mentre il viola che colora il bosco retrostante si fa sempre più immanente.