[…] mi strazia e mi piange nel cuore
la coscienza improvvisa del mio male, la coscienza della miseria dell'anima mia, miseria tremenda che è fatta di stanchezza e di tedio di debolezza vile e di disperazione. E talvolta per un pensiero improvviso quest'orrore m'assale mentre su un libro famoso io m'esalto nell'anima grande di un poeta, ed allora d'un tratto mi lacera l'anima, mi soffoca il cuore ogni alito bello, mi raggela ogni fiamma ed io in un attimo altissimo, mi guardo d'intorno, senza sangue più nelle vene, pallido colle guance ardenti, sentendomi gonfio di pianto come un bambino battuto, ma in una grande solitudine che mi fa silenzioso e m'inchioda ogni gesto ribelle, quasi uno stupore di spasimo, una pausa religiosa di dolore indicibile, che mi contorce l'anima spietatamente, ma in un profondo silenzio. Ma poi subito mi alzo e il mio corpo si torce, rabbrividisce, scattando in gesti sfrenati e grand'urli mi fremono in gola, mi scuotono il petto a schiantarlo, senza ritegno soffro soffro tremendamente, senza una speranza, perduto nella mia rovina immensa. E nemmeno più il pensiero del suicidio che altre volte mi sorrideva mi leva più quel macigno dal cuore, ma soffro soffro tremendamente. Poi, più malsicuro e avvilito, dolorando, sotto una calma fremente, riprendo il monotono ritmo di prima, la vita orrenda sempre uguale, e il martellare dei pensieri inutili, l'interminabile struggermi grigio, senza più veder nulla sentir nulla, se non l'eco disperata della mia grande rovina. Ed erro per le vie, silenzioso, solo, e più nulla mi scuote e sento il mio freddo ma nulla mi vale ché nel cuore non ho che rimpianto di ciò che ho perduto, per la miseria dell'anima mia, l'orribile miseria che è fatta di stanchezza e di tedio e di disperazione. E così torno ad assistere allo spettacolo del mondo lo spettacolo sempre sempre uguale. Vita vita tremenda che mi agitavi in un dolore ardente e mi sconvolgevi nel cuore ogni goccia di sangue, in una pienezza indicibile, che mi mutava il colore la voce e fin gli ultimi gesti ad ogni apparire leggero dei suoi occhi profondi, scuri cupi, perduti nel viso pallido triste sotto la live nuvola bionda, fragile come il suo corpo, dei tenui capelli evanescenti: vita vita di sogno perché ti sei spenta così nel mio cuore?
- Cesare Pavese, 17 agosto 1927















