Mi contesto in ogni mia forma precedente e presente - s_valutata e s_vuotata di ogni sua essenza - Percezione astratta forse inesatta di me [Eli
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Due facce della stessa medaglia svalutata
Chi frequenta costantemente Freedonia sa, dopo articoli su articoli, come la General Theory di Keynes sia uno dei peggiori libri mai scritti nella storia del pensiero economico. Non solo per le idee che propone ma anche per COME è scritto. Lo possiamo definire in due aggettivi: approssimativo e superficiale. Ma la più grossa fandonia che si può ritrovare nel libro è la definizione del prodotto interno lordo: Y=C+I+G. Teorizzare che la spesa pubblica possa generare crescita ed aggiungerla nel calcolo del PIL è quanto di più erroneo si possa affermare. Agire in questo modo è sbagliato perchè la spesa pubblica è un elemento che si origina dalla tassazione, ovvero si toglie coercitivamente denaro guadagnato onestamente da un produttore o da un dipendente privato (che avrebbero speso secondo i LORO desideri) e lo si da ad altri secondo i capricci di una cricca ristretta di individui; la spesa pubblica, quindi, non influisce sul PIL, sposta delle risorse da un settore ad un altro alterando le preferenze individuali (già incluse in investimenti e consumi). Inoltre, sempre nella General Theory, un altro errore mastodontico, camuffato da presunta vittoria, è la “confutazione della legge di Say” (cosa su cui non mi dilungherò ora perché vi sarà dedicato un ampio articolo prossimamente; basta ricordare che gli unici che ci provarono e allo stesso modo fallirono furono Marx e Malthus con i loro sistemi di controllo). __________________________________________________________________________________
di Hunter Lewis
[Questo articolo è apparaso originariamente nell'edizione del Gennaio 2013 di The Free Market.]
All’inizio della General Theory, John Maynard Keynes afferma che le sue idee saranno senza dubbio respinte perché sono nuove e rivoluzionarie. Verso la fine dello stesso libro sembra averlo dimenticato, perché dice di aver fatto rivivere le stesse idee che un tempo egli aveva respinto come fallacie assurde. Almeno riconosce di aver cambiato la sua posizione, anche se non spiega come le sue idee possano essere nuove, rivoluzionarie e anche vecchie di secoli.
Si tratta di un pezzo in cui descrive se stesso come membro di quel “valoroso esercito secolare di ribelli ed eretici,” poiché raccomanda politiche che fanno appello agli istinti più vili e più auto-conservatori dei politici — e anche perché gode di tutti gli immensi privilegi che derivano dall’essere in cima all’establishment finanziario e politico.
Anche se fosse vero, come ha detto lo storico dell’arte Kenneth Clark, che Keynes “non ha mai oscurato i suoi fari,” non si può dire che sapesse come guidare su un lato della strada. Keynes sarebbe diventato l’apologeta principale del “capitalismo clientelare,” che forse è il termine migliore per descrivere il nostro sistema attuale. Come probabilmente saprete, gran parte degli scritti di Keynes sono volutamente oscuri, anche se i temi possono essere svelati e confutati come dimostrò brillantemente Henry Hazlitt in The Failure of “The New Economics.”
Qual è l’essenza stessa del Keynesismo? Possiamo descriverla in termini più sintetici e semplici in modo che chiunque possa capire che cosa abbia di sbagliato, e quindi diradare la nebbia intellettuale che avvolge e protegge il capitalismo clientelare?
A prima vista potrebbe sembrare che l’essenza del Keynesismo sia semplicemente l’auto-contraddizione senza fine. Non è mai stato fermo su una posizione per lungo tempo.
Ad esempio, inveiva contro l’amore per il denaro. Lo definiva come “il verme [...] che rosicchia l’interno della civiltà moderna.” Ma anche lui voleva disperatamente essere ricco. Inveiva contro la speculazione degli investimenti, ma speculava avidamente egli stesso. Ad un certo punto, finì completamente sul lastrico e dovette rivolgersi a suo padre, un insegnante, per avere aiuto. Sarebbe potuto finire sul lastrico altre due volte: una nel 1929 e l’altra del 1937.
Il rapporto di Keynes con l’oro è un buon esempio della sua continua auto-contraddizione. Nel 1922 scrisse The Manchester Guardian: “Se potesse essere re-introdotto il gold standard [...] tutti noi crediamo che tale riforma promuoverebbe il commercio e la produzione come nessun’altra.” Un po’ più tardi descrisse l’oro come “reliquia barbarica.” Eppure, anche quando lo definì così, continuò a raccomandarlo privatamente come diversificazione negli investimenti.
Quando ci rivolgiamo all’economia di Keynes, l’auto-contraddizione più strabiliante che salta all’occhio è la convinzione che lo stato potesse curare un presunto eccesso di risparmio (troppo denaro inattivo) attraverso l’iniezione di più soldi nell’economia. Forse la cosa più strana è che Keynes dice che dovremmo definire questa nuova liquidità “risparmi,” perché rappresenterebbero davvero un “risparmio.” Cioè i soldi che escono dalla stampante dello stato non sarebbero in alcun modo diversi dai soldi che guadagniamo e decidiamo di non spendere.
Tutti questi nuovi “risparmi” entrano nell’economia attraverso il meccanismo dei tassi di interesse bassi. A questo punto, Keynes confonde ulteriormente i suoi lettori sostenendo che non sono i tassi di interesse alti, come si è sempre pensato, ma piuttosto i tassi di interesse bassi che aumentano i risparmi (anche se all’inizio si era ipotizzato la presenza di troppi risparmi).
I seguaci di Keynes ancora oggi riportano questa storia. Greenspan, Bernanke e Krugman hanno tutti scritto su un eccesso di risparmi come radice dei nostri problemi, e hanno proposto più soldi e tassi di interesse più bassi come rimedio (anche se non definiscono più la nuova moneta come “risparmi veri,” preferiscono quantitative easing ed eufemismi simili).
Il Keynesiano Gregory Mankiw, uno dei due consiglieri economici citati da Mitt Romney, ha addirittura proposto di far salire l’inflazione del CPI per creare tassi di interesse profondamente negativi, forse al -6%. In altre parole, aumentare l’inflazione a circa il 6% ma tenere repressi i tassi di interesse quasi a zero attraverso l’acquisto di obbligazioni con tutto il denaro fiat necessario.
Quest’ultima proposta dei tassi di interesse profondamente negativi sorpassa anche Keynes. Nella General Theory non si sostiene che i tassi di interesse possano e debbano essere portati a zero in modo permanente (pagine 220, 221 e 336). Questa idea dei tassi di interesse a zero in modo permanente viene avanzata per la prima volta da Proudhon, anche se Keynes non lo riconobbe o forse non lo sapeva, e secondo il suo modo di vedere sembrava assurdo. Prestare denaro senza interesse è equivalente a darlo via, ed è difficile capire come tutto ciò possa avere un valore.
Tuttavia, Keynes disse che sarebbe stato ragionevole arrivare a tassi di interesse a zero (e dividendi a zero) all’interno di una generazione. Evidentemente lo abbiamo deluso perché avremmo dovuto raggiungere questa utopia nel 1966.
Ma si noti che neanche Keynes suggerì tassi di interesse negativi. L’idea di tassi di interesse artificialmente negativi mi ricorda una frase Yiddish che si traduce approssimativamente così: “Tanto furbo quanto stupido.” Ci vogliono persone molto intelligenti per pensarci, ma questo non vuol dire che non siano stupide. Ed è preoccupante che queste considerazioni siano sostenute non solo da persone come Bush o Obama. Non ci si dovrebbe sorprendere da quello che possono architettare quelle menti.
Il presidente Bush disse che: “ho abbandonato i principi del libero mercato per salvare il libero mercato.” Il suo successore, il Presidente Obama, nel suo primo discorso di insediamento disse che ci stava traghettando da “un’era di prestiti e spesa” verso un’epoca di “risparmio ed investimento.” Poi abbiamo avuto Mitt Romney che non solo avrebbe riciclato un consigliere di Bush, ma si sarebbe affidato ad un sostenitore di tassi di interesse negativi. Un uomo a posto, potrei aggiungere, ma non è qualcuno di cui abbiamo bisogno a Washington.
Anche questi consulenti di Romney, naturalmente, credono nella fiaba dello stimolo monetario. Spesso viene dimenticato come Keynes ci assicurava che ogni dollaro proveniente da tale stimolo avrebbe prodotto fino a dodici dollari di crescita, e non meno di quattro dollari. Anche i più ferventi Keynesiani, ovviamente, non sono stati in grado di dimostrare che un tale stimolo possa produrre (come minimo) un dollaro di crescita. Keynes come poteva essere sicuro di tali numeri? Non lo era. Disse al governatore della Banca d’Inghilterra, Norman Montague, che le sue idee erano “una certezza matematica,” ma era solamente un bluff.
Ciò che è empiricamente verificabile è che da decenni tutti i debiti, privati o pubblici, stanno generando sempre meno crescita. Nei dieci anni successivi al 1959, le cifre ufficiali dicono che per ogni dollaro preso in prestito c’erano 73 centesimi di crescita. Prima di arrivare al Crollo del 2008, tale statistica è scesa a 19 centesimi e mi aspetto che ora sia diventata profondamente negativa.
Piuttosto che seguire Keynes ed i suoi seguaci, chiediamoci: esiste un filo comune tra tutte queste sciocchezze? Sì, c’è. Il filo comune è che i prezzi di mercato non contano. In un sistema pieno di paradossi, questo è il paradosso definitivo: “Per fissare i prezzi e determinare i profitti, dobbiamo sovvertirli. Nessun prezzo o profitto deve essere lasciato al caso. Il sistema prezzo/profitto deve essere pungolato, spinto, tirato, solo per essere lasciato nel caos più completo.” L’assalto ai tassi di interesse ed ai tassi di cambio è particolarmente distruttivo, ma tutto questo folle armeggiare con i prezzi è esponenzialmente distruttivo.
È questa, quindi, l’essenza del Keynesismo? La sua cieca distruzione del meccanismo dei prezzi da cui dipende ogni economia, come dimostrò Mises? Sì. Ma ci può essere un’essenza ancora più profonda.
Quando si pensa alle idee principali di Keynes, acquisiscono una sorta di qualità stereotipata. Se, per esempio, ci pensiamo attentamente scopriremo che l’eccesso di spesa e il debito sono la strada verso il fallimento e la rovina, quindi abbandoneremmo immediatamente queste idee. No, la spesa e il debito sono la strada per la ricchezza.
Per i Vittoriani, la spesa all’interno dei propri mezzi ed evitare il debito non erano solo principi finanziari, ma principi morali. Keynes, che si ribellò consapevolmente contro questi stessi Vittoriani, descrisse la loro “moralità da manuale” come “medievale [e] barbara.” Disse alla sua cerchia interna che “resterò sempre un immorale.”
Ricorderete il famoso monito di Micawber nel romanzo ottocentesco David Copperfield di Charles Dickens: “Reddito annuo venti sterline, spese annue diciannove, risultato felicità. Reddito annuo venti sterline, spese annue venti, risultato miseria.”
Keynes sovvertì questa idea. In particolare portò avanti la strana idea, ma ora molto diffusa, che la saggezza vecchio stile e la moralità erano datate ed in conflitto con la scienza. Questa è un’assurdità totale, ma è permeata nella nostra cultura e proprio le persone che predicano l’onestà e la sostenibilità al di fuori di economia, per esempio nel trattamento dell’ambiente, non riescono a capire che Keynes predica la disonestà e l’insostenibilità in economia.
Quindi, in conclusione, quando svisceriamo il Keynesismo, il rapporto con il capitalismo clientelare diventa ancora più chiaro. Il capitalismo clientelare rappresenta sia la corruzione del capitalismo sia la corruzione dei costumi. Anche il Keynesismo rappresenta sia una corruzione dell’economia sia una corruzione dei costumi. Il capitalismo clientelare ed il Keynesismo sono solo due facce della stessa medaglia svalutata.
[*] traduzione di Francesco Simoncelli
da Freedonia di Johnny Cloaca
Rischio Calcolato