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Thomas sente i muscoli vibrare.
Sì, è così.
È strano, non avrebbe mai pensato di percepire parti del suo corpo muoversi sottili come corde tirate, si ritrova a stringere le sue stainless steel fra le dita callose come se pizzicandole pizzicasse anche se stesso.
Con sua sorpresa quel dolore acuto e improvviso lo avverte per davvero, è sotto la pelle, forse il suo corpo si è trasformato davvero in una chitarra, del tutto simile a quella che stringe fra le braccia, rossa con le rifiniture in oro e gli Swarovski a formare un teschio, una custom esagerata, segno di chi ce l'ha fatta.
Non gli è sembrato vero.
Fino ad ora.
Solleva lo sguardo.
Il flash di una fotocamera lo acceca per un momento, poi si ritorna nella semi-oscurità, alle voci concitate del dietro le quinte, ai loro affaccendati amici diventati da tempo anche loro collaboratori preziosi, al loro manager silenzioso e riflessivo, ai loro stylist intenti a sistemare orli, lisciare tessuti con le dita, sistemare gli accessori preziosi.
È pronto.
Sono pronti.
Vic è a diversi metri sulla sua sinistra, il suo sguardo puntato sulla luce scarlatta davanti a loro esprime glaciale concentrazione, incava le guance quando glielo chiede la make-up-artist per un ritocco veloce al viso, ma non si lascia toccare gli occhi, non ha intenzione di distogliere lo sguardo dal premio.
La luce rossa.
Damiano è al fianco di Vic, anche lui immobile, anche lui con gli occhi sbarrati.
No, no, ora che aguzza la vista Damiano non è immobile, scuote le braccia lungo i propri fianchi, apre e chiude le mani nervose, il fascio di luce rosso gli invade le palpebre, no, Damiano non chiude gli occhi perché teme che quella luce possa scomparire se lo fa.
La luce, la luce rossa.
Thomas si volta alla propria destra.
La luce rossa invade completamente il volto e il petto di Ethan, le uniche parti chiare del suo corpo, i capelli, il completo, sì, appare completamente nero, solo la pelle è rosso brillante.
Ethan non guarda la luce, la tiene chiusa fuori dalle proprie palpebre, ma non come se non gli importasse o ne avesse paura, ma come se la stesse tenendo momentaneamente fuori per concentrarsi sul proprio mondo interiore, le mani che manovrando le bacchette tamburellano su una batteria invisibile.
E lui?
E Thomas?
Stringe il manico della chitarra.
Il cuore gli scoppia nel petto ma non ha il tempo di concentrarsi attivamente sui propri sentimenti nei confronti della luce rossa perché due tecnici fanno loro segno.
È il momento.
Si muovono tutti e quattro nello stesso momento, nessuno di loro ha bisogno di cedere il passo a un altro, c'è spazio su quel palco, tutto lo spazio necessario.
Le urla, che fino a quel momento non erano null'altro che un sottofondo piacevole, li invadono ancor prima della luce rossa dell'O2 Arena, assordandoli.
È così, si è sentito sovrastato per qualche secondo, ma Damiano ha preso il microfono con una frenesia nuova e ha salutato con altrettanta forza il pubblico in visibilio.
Le sue grida gutturali hanno restituito a Thomas l'udito, le corde nei suoi muscoli il tatto, la luce rossa è diventata blu e poi verde e poi gialla, restituendogli la vista, l'odore di quelle ventimila persone gli ha liberato il naso, leccandosi il sudore accumulato sopra il labbro ha riscoperto il proprio gusto.
Non ha bisogno di girarsi verso i propri compagni per percepire la loro aura fiammeggiante a coprirgli le spalle.
Stringe la sua chitarra rossa coperta di oro e Swarovski ‘simbolo di chi ce l'ha fatta’ e prende un respiro.
Sa cosa deve fare.
Loro sono i Måneskin.
Sì, ed è solo l'inizio.












