KIT DOWNES - Obsidian (ECM 2559)
Questo album è stupefacente... e la recensione potrebbe anche finire qui, considerato che altri epiteti per definire “Obsidian” difficilmente renderebbero meglio l’idea della magnificenza di questo lavoro. Ma è altrettanto vero che il nuovo album di quello che è considerato uno degli astri nascenti del jazz anglosassone va trattato con tutti i crismi perché rischia davvero di meritarsi almeno il podio tra i migliori dischi del 2018 (e siamo solo a gennaio...).
In “Obsidian”, Downes accantona il pianoforte per dedicarsi anima e corpo alla esaltazione dell’organo liturgico, o, meglio, degli organi visto che per realizzare l’album ne sono stati utilizzati tre, diversi per caratteristiche e sonorità. Accompagnato dal sax tenore di Tom Challenger (un gregario di lusso in tutti i sensi), Kit Downes affronta un viaggio introspettivo nel sound organistico più oscuro e inquietante, ma non per questo meno affascinante e suggestivo. Nessun palese riferimento alla musica sacra: qui l’organo viene trattato come Klaus Schulze trattava i sintetizzatori durante i primi viaggi interstellari dei suoi Tangerine Dream, da cui Downes sembra quasi riceverne l’eredità, creando atmosfere di grandissimo impatto emotivo che ne raccolgono il testimone in fatto di “cosmicità”.
Inutile citare l’uno o l’altro brano: “Obsidian” va ascoltato com un’opera nella sua totalità, un vero e proprio concept che si dipana tra sinfonismi e interludi senza un attimo di noia, senza un cedimento ispirativo ma facendo emergere la piena consapevolezza di trovarsi di fronte ad un artista di grande spessore e dalle potenzialità immense.















