Perché lo juventino medio odia Totti (e noi tutti)?
La rabbia e il livore che il ritiro di Totti dalla scena calcistica ha suscitato in molti esponenti della tifoseria bianconera in tutta Italia, dall’estremo lembo della Sicilia alle pendici delle alpi Giulie, ha destato in noi altri romanisti più di qualche sorpresa. Invece di preoccuparsi di un quarantenne la cui carriera si è integralmente svolta all’interno del Raccordo Anulare della Capitale, avrebbero ad esempio potuto celebrare il sesto scudetto consecutivo, la Coppa Italia o prepararsi alla sfida per la Champions contro il Real Madrid, che Totti rifiutò per restarsene tra le mura amiche della città natia. E invece si è letto un po’ di tutto sui social network.
A parti inverse, non ce ne sarebbe potuto fregare di meno. Non ce ne frega di meno manco adesso, a dire il vero. Sennonché incuriositi come siamo dell’ingiustificato rosico altrui, non avendo vinto granché, ci attarderemo in qualche facezia sulle ragioni per le quali Totti interessa più di una finale di Champions, del sesto scudetto consecutivo e quasi di tutto il resto. Ci diverte, insomma, capire perché lo juventino medio, distribuito in tutta italia, si comporti come un laziale qualunque.
Le ragioni posso essere naturalmente varie e non si pretende qui di esaurirle in poche righe, chiamando in causa vicende storiche relative alla distribuzione geografica del tifo non organizzato nella penisola attraverso la sua storia novecentesca, soprattutto post bellica. Ci pare di poter sintetizzare il concetto essenziale nei termini che lo juventino medio sia incazzato per il fatto che noi altri non siamo come lui. Ci distingue quasi tutto, a cominciare dal fatto che viviamo in una città molto grande, mentre lui ha passato la sua intera esistenza al paese, ma soprattutto il fatto che noi altri tifiamo per la squadra di questa grande città, mentre lui ha totalizzato il fantasma proiettivo di una nazione costruita sull'emigrazione meridionale verso il nord, l'alienazione del lavoro salariato e lo sradicamento.
Lo juventino medio tifa, nella sostanza, la Squadra della Nazione in un senso molto lontano da quello che parafraserebbe in maniera corretta l’idea del Partito della Nazione di Reichlin, una forza inclusiva, capace di canalizzare le pulsioni sovversive di un sottoproletariato di matrice rurale. La Juve è squadra della Nazione nella sua declinazione padronale, incentrata sulla sperequazione e lo sradicamento. In soldoni, se nasci in provincia, soprattutto al meridione, e vai per la Juve stai sostanzialmente aderendo in maniera subalterna al modello di produzione che ha reso l’Italia quello che è attraverso il secolo XX.
Noi altri qua a Roma abbiamo fatto della Roma un modello di integrazione interclassista, molto problematico nei termini in cui può esserlo quello di una città sottoproletaria non industriale senza borghesia, ma pur sempre sentito e condiviso. La Roma la vai a vedere allo stadio se sei romano, la senti sulla pelle, è una lingua, un codice di scambio, in sostanza la vivi, ci stai dentro, da quando ti svegli a quando vai a dormire, da quando sei bambino a quando muori. Se sei juventino a Crotone o a Biella la Juve è un fatto televisivo in bianconero, filtrato dal 90° minuto, è una cosa della quale ti invaghisci in senso proiettivo perché vince.
Non è un caso che per lo juventino vincere non sia importante, ma l'unica cosa che conta. L’identità dello juventino ruota attorno al fatto che la Juve vince. Se la Juve perde, lui perde tutto, anche la sua identità. egli non sa più chi è, si ritrova solo e abbandonato, gettato nel mondo in un luogo periferico, lontano da tutto. Quando vince festeggia in quel modo in cui si festeggia il campionato del mondo dell'Italia, molta retorica, poco sentimento.
Soprattutto, e questo è davvero il punto, egli ha scelto di essere juventino, mentre nessuno di noi ha mai scelto o deciso di essere della Roma. Siamo nati della Roma, eravamo della Roma e basta, lo siamo sempre stati e sempre lo saremo. La nostra identità è solo corroborata dalla sconfitta, non cambieremmo mai la sconfitta col lecce con dieci dei loro scudetti, mai cambieremmo il 7-1 di Manchester o l’1-7 col Bayern all’Olimpico con una delle Champions che hanno vinto.
Questa è la cosa che odiano di Totti, il suo irriducibile romanismo e il senso di superiorità che ne consegue, indipendentemente dai risultati. Il fatto che come dice Ennio Moricone, «a me a Los Angeles me davano pure la casa gratis, ma io so’ romano e voto sta’ a Roma». La cosa che odiano di Totti, e di tutti noi, è esattamente questa, che siamo romani e volevo sta’ a Roma, che di quanto vincono o non vincono gli altri non ce ne può fregare di meno, che manco sappiamo il nome della squadra contro cui giochiamo domenica prossima e meno ancora quello dei giocatori che schiera in campo, perché per noi c’è solo la Roma.














