It’s all my fault
9 marzo 1943 Ingresso di Hogwarts Denis René M. Bennett e Augusta Dalia Körtig
Si dice che sia meglio pentirsi di una scelta piuttosto che rimpiangere di non averla mai presa. Ma Denis iniziava a rendersi conto solo in quei giorni successivi alla propria esperienza in guerra che non firmare quella dannata pergamena che l'aveva spedito dritto all'inferno sarebbe stata la scelta migliore. Certo, non aveva mai creduto che sarebbe stata una passeggiata, ma non aveva mai neppure pensato che sarebbe potuta finire in /quel/ modo. Era tutta colpa sua. Colpa di quello stupido ed infantile desiderio di dimostrare a tutti e a se stesso che valeva malgrado le proprie limitate capacità. Forse era così, forse valeva, ma la guerra non era né sarebbe mai stata un posto adatto ad un ragazzo cieco.
Avevano cercato di dissuaderlo, trattandolo con quella disgustosa delicatezza che si riserva a coloro che si pensa siano fragili per natura. Non era fragile, Denis e non aveva voluto sentire ragione alcuna. Per questo era partito, cullato dalla convinzione di aver fatto la cosa giusta. L'idea di morire non gli aveva causato timore ed era partito quasi con la certezza che non sarebbe tornato, ma era felice di ciò perché sarebbe morto da eroe. Solo dopo realizzò quanto era stato stupido, quando grande era la sua incoscienza. Perché il pensiero che non metteva a rischio solo la propria vita, ma anche quella di chi era con lui non lo aveva sfiorato nemmeno per un momento. Il pensiero che la vita di chi aveva messo quella firma solo perché aveva visto la sua potesse cambiare tragicamente a causa sua non si era insinuato nella sua mente. Forse l'avrebbe salvato, forse avrebbe salvato /entrambi/.
Era il 9 marzo del '43. Il terzo giorno dal loro ritorno. Il terzo giorno di fila che passava sveglio su una sedia scomoda accanto ad un lettino. Occhiaie profonde spiccavano sul viso smunto insieme a qualche graffio di lieve entità. Quei tagli e qualche livido sul corpo erano tutto ciò che la guerra gli aveva lasciato addosso. Ma non tutte le ferite sanguinano e non tutte sono visibili ... Non li vedeva, ma poteva sentire la presenza di ogni singolo ferito in quell'ospedale improvvisato che era diventata la Sala Grande di Hogwarts. Ne sentiva i lamenti, sentiva le voci concitate di chi li soccorreva, l'odore del sangue e dei disinfettanti, delle pozioni ... Si portò una mano alla bocca per reprimere il violento ed improvviso conato di vomito che l'aveva colto, ma non riusciva a stare un secondo di più là dentro. Approfittò del fatto che Kendeas si fosse finalmente addormentato e malgrado gli avesse promesso di restargli sempre accanto, si alzò barcollante dalla sedia e raggiunse l'uscita della Sala Grande con rapidità, guidato dal desiderio di allontanarsi il più possibile. Aveva bisogno di aria pulita. Di aria che non sapesse di dolore e sofferenza. Si abbandonò contro una parete, lasciandosi scivolare contro il muro fino a cadere seduto sul freddo pavimento in pietra con le gambe distese. Tenne la mano premuta sulla bocca fino a quando il senso di nausea non si affievolì e quindi appoggiò la testa contro il muro e lasciò le braccia inerti lungo i fianchi. Solo in quel momento realizzò di non essere solo e tentò di abbozzare un sorriso, ma se avesse iniziato a piangere sarebbe risultato meno penoso.
« Ciao, Augusta. »
Mormorò con filo di voce quasi inudibile. Anche se la ragazza non aveva ancora parlato, aveva capito che era proprio lei. Lui riconosceva sempre gli amici. E in quel momento sentiva l'irrefrenabile bisogno della compagnia di qualcuno che non fosse disteso su un letto solo per colpa sua.
Quello che era susseguito al ritorno degli studenti maggiorenni, il 6 marzo 1943, era andato ben oltre le previsioni che avevano fatto gran parte dei Grifondoro: ingenuamente, avevano creduto che la situazione da quel lato si sarebbe stabilizzata e che nessuno avrebbe corso il rischio di una nuova battaglia, di una nuova guerriglia contri gli uomini di Grindelwald. Purtroppo, come gran parte delle ipotesi che si avanzavano normalmente in quei periodi bui o di terrore, anche quella che avevano fatto nei giorni precedenti si era rivelata una vera e propria illusione. Ben presto – o forse non così presto come tutti loro avevano creduto –, probabilmente, i Maggiorenni sarebbero dovuti tornare a combattere per Hogwarts, per la patria, per il Mondo Magico britannico, per difendere i maghi minorenni che risiedevano nella Scuola di Magia e Stregoneria e sprovvisti di una vera e propria preparazione a un attacco a sorpresa e per proteggere i Babbani, che nulla potevano contro gli incantesimi, le maledizioni o le pozioni dei maghi. In cuor suo, Augusta avrebbe voluto partecipare, essere attiva, poter far qualcosa in battaglia. Aveva sempre apprezzato le situazioni pericolose, quelle in cui non sapeva se si sarebbe tornata viva o morta. Se vi era qualcosa, però, che non riusciva a sopportare era l’idea di rimanere a guardare, di attendere che si avesse qualche notizia dal fronte, che le venisse detto qualcosa al riguardo dei suoi compagni e degli Auror – ove sarebbe potuto esserci benissimo suo padre in mezzo –, senza poter far nulla per cambiare la situazione, dare un reale contributo e mettersi in gioco. “ « Potresti sempre aiutare in Infermeria, i feriti sono molti e c’è bisogno di studenti che aiutino gli Infermieri, i Medimaghi e i Guaritori » ”. Augusta ne era certa, sua madre le avrebbe detto quelle cose. Se avesse chiuso gli occhi, l’avrebbe vista: le iridi celestine puntate in quelle scure della figlia, le mani poggiate sui fianchi e un’espressione severa dipinta sul volto – la medesima che, costantemente, si intravedeva su quello della piccola Grifondoro. Era quasi certa che la donna avesse tirato un sospiro di sollievo, quando aveva scoperto che solo gli studenti maggiorenni avrebbero potuto combattere quella battaglia. Chissà, però, se anche suo padre non fosse stato richiamato dal Ministero della Magia ed era sceso in campo. Si era schierato in prima fila, come faceva tutte le altre volte? Era rimasto ferito in maniera grave ed ora era al San Mungo? Oppure si trovava in Infermeria e nessuno le aveva detto niente per paura di una sua probabile reazione? Perché l’uomo non le aveva scritto niente, né tantomeno sua madre? Perché davano per scontato che, in assenza di notizie, lei si sarebbe rincuorata? Troppe domande ronzavano per la testa della giovane e non tutte potevano vantarsi di avere una risposta. Quel giorno, 9 marzo 1943, Augusta si era recata in Sala Grande, con l’intenzione di scrivere una lunga lettera ai suoi genitori – ove avrebbe chiesto spiegazione del loro silenzio, avrebbe raccontato la situazione che vigeva a Hogwarts e dell’Infermeria che straripava di feriti. Quando era giunta a destinazione, però, quasi aveva sentito le gambe divenire molle: la Sala Grande, priva del solito chiacchiericcio e numero più o meno elevato di studenti sembrava spoglia, più grande il doppio. Non poteva certo essere scambiata per un’aula in disuso viste le sue dimensioni, ma se non vi fossero stati gli stendardi delle quattro Case, le panche, Augusta avrebbe stentato a riconoscere la stanza. Con le sopracciglia aggrottate e un’espressione dubbiosa dipinta sul viso, la Grifondoro andò a sedersi intorno alla lunga tavolata ove si riunivano tutti gli studenti della Casa fondata da Godric. Quegli attimi di solitudine, però, ebbero breve durata. L’arrivo improvviso di Denis – un Corvonero del sesto anno e suo amico – la fece sobbalzare. Volse lo sguardo verso il ragazzo, conscia che lui non potesse vederla, e con sua immensa preoccupazione – e fu quasi difficile celarlo – notò le condizioni in cui si trovava. Solo quando quest’ultimo la salutò, Augusta si rese conto che si era accorto di lei. « Per tutti i fondatori, Denis! », la piccola Grifondoro si alzò avviandosi verso l’amico. « Oh – prima, dovrei salutarti, ma – santissimo Godric! Stai bene? ».
Si rese conto tutto in una volta che probabilmente il suo aspetto non era dei migliori quando udì la giovanissima Augusta rivolgerglisi in quel modo prima ancora di salutarlo. Denis restò in silenzio e mentalmente analizzò la situazione: non dormiva da tre giorni e chissà che razza di macchie scure si trovavano sotto ai suoi occhi al posto di normali occhiaie. Mangiava di rado, solo quando aveva un attimo di respiro e quando poteva allontanarsi dal capezzale dell'amato mentre questi dormiva cosicché non si rendesse conto della propria assenza quindi probabilmente il suo colorito non era dei migliori e il mal di testa e la debolezza che avvertiva potevano essere giustificati da quel digiuno imposto e dal fatto che durante la propria permanenza a Dundee nutrirsi era stato l'ultimo dei suoi problemi. Insomma, capì che accasciarsi a terra e salutare una bimba di soli undici anni in quel modo non era stata poi un'idea grandiosa; non poteva vedere il viso di Augusta, ma era certo di averla spaventata o comunque intimorita. Con movimenti lenti e graduali si rialzò in piedi, cercando di nascondere il fatto che stesse comunque con le spalle al muro per avere un po' di sostegno in più dato che la nausea non era sparita del tutto e la testa che girava non era un buon segno. Ed era meglio non svenire davanti alla Grifondoro. « Perdonami se ti ho spaventato, non era mia intenzione. Comunque sì, sto bene ... beh "bene" nei limiti del possibile, ecco. C'è ... chi sta molto peggio del sottoscritto. » Forse era la fame a renderlo più sensibile del solito, ma nel pronunciare l'ultima frase s'incupì e gli occhi vitrei si fecero lucidi e colmi di lacrime che il ragazzo ricacciò immediatamente indietro, sbattendo le palpebre più volte. Perché quelle parole erano riferite soprattutto a lui, al suo Kendeas; si pentì di averlo lasciato solo poiché era conscio del fatto che doveva essere forte per entrambi, per uscire da quel tunnel buio e riprendere così la loro vita insieme, perché — e Denis ne era fermamente convinto — sarebbero stati bene. Ma ora non voleva pensarci, voleva provare ad allontanare da sé la sofferenza ed approfittare della presenza di Augusta per parlare e cercare di rilassarsi almeno per qualche minuto. « E tu, come stai? È successo qualcosa mentre ero via? »
« Il dolore è soggettivo, Denis. Non esiste un dolore peggiore a quello che si prova in certo momento. Ognuno lo vive a modo proprio ». Buffo come fosse Augusta a dare consigli del genere, a consolare qualcuno su ciò che significasse stare male e non poterlo nascondere agli altri. Lei che celava continuamente i propri sentimenti. Lei che era troppo orgogliosa per ammettere di avere delle debolezze, delle paure. Lei che non aveva battuto ciglio davanti ai feriti, quando in realtà si era sentita male nel vedere gli aspetti più crudi, violenti della guerra, della battaglia. Lei che aveva pregato, temuto per Minerva, la sua migliore amica, per Denis e per tutti coloro che erano partiti per quella terribile battaglia, ma l’aveva fatto in silenzio, nascosta dietro le tende del suo letto a baldacchino nel Dormitorio femminile del primo anno. Tra tutte le persone che vi erano a Hogwarts, lei era sicuramente quella meno adatta a consigli del genere. Eppure lo stava facendo, perché sentiva che Denis aveva bisogno d’aiuto e non era da lei abbandonare un amico in un momento di difficoltà. « Io? Sto bene », ma Augusta stava veramente bene? Aveva visto i suoi amici partire, lasciarla sola – non che temesse più di tanto la solitudine, ma in quel caso era stato diverso, era stato più difficile da accettare – senza che lei potesse far qualcosa per aiutarli, se non sperare che andasse tutto bene, che tornassero tutti sani e salvi – scossi, leggermente feriti, certo, ma perlomeno vivi. Era stato difficile accettare il fatto che, alcune volte, era inevitabile che lei non potesse far granché per rendersi utile, per difendere quelle poche persone a cui teneva. A undici anni, in genere, non ci si aspetta che si facciano i conti con questi lati della realtà. Tutti la definivano una bambina, ma lei non era più sicura di esserlo. « Non è successo granché durante la vostra assenza. I soliti e noiosi litigi, niente d’interessante ». “Avevamo tutti una gran paura, temevamo che non sareste tornati”. Forse quella che aveva appena formulato era la risposta più sincera, più ovvia. Non sapeva il perché non l’avesse detto, perché avesse permesso di mantenere taciuto quel pensiero. In fin dei conti, non si sarebbe esposta lei in prima persona, non si trattava del suo orgoglio. Forse era più la paura, che era divenuta reale giorno per giorno, che si era insediata in lei, che non l’aveva ancora abbandonata. Per qualche oscuro motivo, si sentì fragile, indifesa. Si obbligò a mantenere la calma, per paura di far star peggio Denis e non le risultò complicato: mentire sul proprio stato d’animo era sempre stata la sua caratteristica principale. « Denis – io non so cosa sia successo, ma non hai una bella cera. Se hai bisogno di sfogarti, sai che ti ascolterò e non ne farò parola con nessuno ».
« Forse il dolore è soggettivo, ma la gravità delle ferite che lo causano no. Sono illeso, sto bene. In Infermeria c'è chi non è stato fortunato come me ... un po' di fame e qualche notte in bianco non hanno mai ucciso nessuno, sopravviverò. » Minimizzava sempre, Denis: quando stava poco bene o quando aveva dei problemi li riteneva sempre di scarsa importanza. Forse era per la sua tendenza a non voler mai richiedere l'aiuto degli altri o, almeno, non più di quanto la sua condizione gli imponesse. Voleva sempre fare tutto da solo, sin da piccolo, e più qualcuno tentava di aiutarlo più lui s'intestardiva e provava e riprovava, anche se sapeva che non sarebbe mai giunto ad un risultato. E poi c'era Augusta. Lei così giovane rispetto a lui, perché mai un ragazzo — o forse era meglio dire uomo? — di diciannove anni avrebbe dovuto addossare i propri tormenti su una ragazzina che ne aveva appena undici? No, non l'avrebbe fatto. Sarebbe rimasto in silenzio, a celare il proprio dolore e il proprio stato d'animo dietro argomenti di futile importanza fino a quando si sarebbe rialzato e avrebbe nuovamente raggiunto la scomoda sedia accanto al letto su cui giaceva Kendeas. Fu quando Augusta gli rispose con un "sto bene" che si rese conto che probabilmente lei lo comprendeva meglio di chiunque altro. Entrambi "stavano bene", ma dietro a quel "bene" c'erano una miriade di motivi che avrebbero potuto trasformarlo senza sforzo alcuno in "male". Eppure non lo avrebbero mai ammesso. E Denis non avrebbe chiesto nulla. « Ammetto che un po' i litigi mi sono mancati. Non sono -- /siamo/ stati via a lungo, eppure credo che Hogwarts abbia fatto sentire la sua mancanza ad ognuno di noi. » Nuovamente avvertì un nodo alla gola e deglutì. Ma era un nodo finto, frutto della sua mente che in quel momento decise che era meglio ricordargli quanto era accaduto. O forse erano state le parole della giovane Grifondoro: "Non so cosa sia successo". Fu come se all'improvviso qualcuno lo avesse obbligato a vuotare il sacco, ma forse quest'obbligo non era che il bisogno di condividere con qualcuno il fardello troppo pesante che era costretto a portare. « È ... si tratta di Kendeas, l-lui ... è ferito. È stata solo colpa mia ... dovrei esserci io al suo posto ... » Chiuse gli occhi e si portò le mani sul viso per qualche istante. Non avrebbe pianto, non davanti agli occhi di qualcuno, non finché aveva la forza di trattenere le lacrime.
Augusta non sapeva bene cosa dire. Voleva aiutare Denis, molto più di quanto facesse con se stessa. Voleva dargli modo di riprendersi, di dargli la forza necessaria per superare quell’ostacolo – perché, in fondo, lei di forza ne aveva da vendere, sebbene fosse solo una bambina di undici anni –, cercare le parole più adatte per consolarlo, per fargli capire che non era solo e che i suoi amici – compresa lei – sarebbero stati al suo fianco. Vi era un bel discorso da fare al riguardo, tante parole sarebbero riuscite a rendere al meglio i suoi pensieri, a infondere coraggio al Corvonero, ma la piccola Grifondoro non se la cavava con esse. Spesso, mancava di sensibilità e di tatto, perché non riusciva a mettersi nei panni altrui, a provare a capire quale reazioni avrebbero portato le sue stesse frasi negli altri. Quella volta, però, fece lo sforzo di provarci, di capire cosa provasse in quel momento il ragazzo, di non usare la sua solita ironia tagliente. Augusta provò, per qualche istante, ad essere una persona migliore, un’amica migliore, qualcuno che forse non sarebbe mai stata. « Non fare l’errore di sottovalutarmi, Denis. Ho undici anni, ma so perfettamente come funziona il mondo. Mio padre è un Auror e molto probabilmente era con voi, a difendervi, a rischiare di morire. Non nascondermi verità che forse già conosco, ma che non mi fanno paura ». Il tono di voce della Grifondoro trasudava di fermezza e determinazione. Non aveva mai avuto paura della realtà, l’aveva sempre affrontata, non si era nascosta dietro all’ingenuità fanciullesca che le veniva attribuita – e che, probabilmente, aveva già perso due anni prima. Il suo sguardo si posò sul viso di Denis e la sua espressione divenne seria. Mal sopportava chi la sottovalutava, chi non voleva caricarla di problemi perché ritenuta “troppo giovane”, facendo l’errore di pensare che lei non sapesse cosa stesse accadendo. Come si potevano ignorare due guerre? Già una era complicata, figurarsi ben due. Come poteva fingere che non stesse accadendo nulla, quando suo padre era costantemente impegnato in battagli a lottare contro chi minacciava la popolazione magica? Non era questo che Augusta temeva. Non era il brivido di essere a un passo dalle spire della Morta a spaventarla e nemmeno l’idea di morire. Non aveva paura di conoscere cosa accadesse oltre le calde e protettive mura di Hogwarts – per quanto potesse essere considerato un luogo sicuro. A dirla tutta, lei bramava per affrontare tutto ciò, di rendersi utile e poter affrontare il pericolo. Non per nulla, il suo più grande sogno era di diventare Auror – e seguire sì le orme di suo padre, ma poter proteggere le persone a lei care. « Non dire sciocchezze, Denis, non è colpa tua. Sentirti colpevole non farà che peggiorare la situazione e in questo modo non aiuterai affatto Kendeas e – », Augusta si interruppe, consapevole di aver esagerato e, ancora una volta, di aver peccato d’insensibilità. Scosse la testa, mordendosi il labbro. « Io – scusa, non dovevo dirti queste cose ».
Si chiese come una ragazza così giovane potesse trovare tanta forza, come facesse, nonostante tutto, a stare in piedi malgrado tutto ciò che in quel momento stava accadendo. La invidiò, non aveva mai provato un simile sentimento, ma si ritrovò ad invidiare Augusta: lui, un uomo, se ne stava inerme sul pavimento, logorato dalla stanchezza e dalla debolezza, tormentato dal senso di colpa. E chi gli diceva di rialzarsi, di combattere, di non arrendersi? Una bambina di appena undici anni. Denis provò vergogna di sé, così debole davanti agli occhi di Augusta, tanto che abbassò la testa come se questo servisse a non fargli sentire il peso dello sguardo di Augusta che lo giudicava. Ma forse l'unico giudice era lui stesso che non riusciva ad accettare di mostrarsi così vulnerabile agli occhi di qualcun altro. "Sii forte" si ripeteva, sempre, in continuazione eppure quelle parole suonavano vuote e prive di qualsiasi significato. Non doveva trovarsi lì, in Sala Grande, a piangersi addosso come un bambino; doveva essere accanto a Kendeas, a sostenerlo e convincerlo che ogni cosa sarebbe andata per il meglio, che tutto quel male sarebbe passato e avrebbe lasciato spazio alla tanto agognata serenità. E invece era fuggito come un codardo, perché non poteva avere lo stesso insensato coraggio che l'aveva spinto a compiere l'ardita scelta di partire in guerra? Dove era finito? Proprio ora che ne aveva più bisogno quella stessa determinazione pareva averlo abbandonato. Forse era giusto così. Sul suo corpo non vi erano i segni della battaglia, ma il suo cuore e la sua anima ancora sanguinavano ed era quello il prezzo che avrebbe pagato, in silenzio. "Perché Kendeas? Perché deve essere lui a portare il peso delle conseguenze del mio errore?" questa era l'unica domanda a cui Denis cercava risposta. Seppur egoisticamente, il resto aveva perso importanza, l'aveva reso cinico e pareva non ci fosse più traccia della sua solita sensibilità. Tutto ciò che desiderava era che l'amato stesse bene e si riprendesse dalle ferite. Il resto? Non aveva alcuna importanza. Alzò piano la testa e prese un respiro profondo. Le parole di Augusta erano forti, erano /vere/ e per quanto facesse male ammetterlo, non avrebbe risolto nulla con le lacrime e la depressione. « Non scusarti, Augusta, non se non hai nessuna colpa. Hai detto la verità nell'unico modo in cui possa davvero avere qualche effetto. Su una sola cosa ti sbagli: è davvero colpa mia. Kendeas odia la guerra, ha deciso di offrire il proprio contributo non perché gli interessasse la causa ma per proteggere me ed è stato per difendermi che ora giace in quel lettino. » Strinse i pugni per qualche istante sperando di ricacciare indietro le lacrime che nuovamente bruciavano, minacciando di rigargli le guance. Abbozzò quindi un sorriso, carico di stanchezza e amarezza. « Hai ragione, ti ho sottovalutata e ho pensato che fossi solo una bambina. Mi hai dato modo di scoprire che forse sei più adulta e matura di quanto non lo sia io che continuo a frignare. »
« Se è davvero così, se è davvero andato in guerra solo per proteggerti, per fare in modo che non ti accadesse nulla, a maggior ragione tu dovresti rialzarti e combattere. Glielo devi. Sono certa che, per te, lo rifarebbe dieci, cento, altre mille volte se necessario. Quanto è valso il suo sacrificio, se tu non fai lo stesso per lui? Kendeas non vorrebbe vederti in questo stato, si sentirebbe colpevole ed entrambi vi allontanereste perché vi incolpate di non essere stati in grado di proteggervi a vicenda, di aver provocato ulteriore dolore all’altro. Pensaci, Denis: hai la possibilità di aiutarlo, di ricambiare il favore, non sprecarla, non miglioreresti la situazione ». Era raro che Augusta riuscisse a dare buoni consigli – soprattutto su argomenti che lei sentiva distanti, che non aveva mai avuto modo di provare. Non era molto afferrata in queste cose, poiché erano davvero poche le persone per cui avrebbe corso il medesimo pericolo che aveva affrontato Kendeas. Di certo, non sarebbe stata felice nel scoprire che loro soffrivano, che si sentivano colpevoli delle sue ferite. Non sarebbe riuscita a perdonarsi lei stessa, perché invece di dar loro la possibilità di salvarsi, avrebbe solo peggiorato la situazione. Sarebbe giunta ad allontanarsi, a evitarli, nella speranza che ciò potesse aiutarli – quando in realtà, li avrebbe feriti ulteriormente. Per quanto la solitudine fosse la sua migliore compagna, la sua confidente silenziosa e invisibile, Augusta delle volte sentiva la mancanza di figure importanti. Denis, di certo, rientrava in quel gruppo ristretto. Aveva undici anni, e spesso era insensibile, ma vedere l’amico in quello stato, le stringeva il cuore in una morsa. Ora capiva cosa significasse voler bene davvero una persona, voler fare di tutto per lei. In quel momento, la bambina avrebbe voluto avere la capacità di curare Kendeas, di alleviare parte del dolore che stava provando il giovane Corvonero. “ « Alcune volte, anche solo la propria presenza, le proprie parole possono compensare quello che una persona non può fare per chi le sta a cuore » ”. La voce di suo padre, Gerard, colmò il silenzio che si era andato a formare nella sua testa. Per qualche istante, era come se tutti i pensieri si fossero ammutoliti, come se non riuscisse più a trovare le parole adeguate per aiutare Denis, per fargli comprendere quanto potesse fare per Kendeas – anche se lui non sembrava notarlo. « Anche dimostrare la propria debolezza è simbolo di maturità, Denis. È anche simbolo di coraggio, perché non tutti sono in grado di ammetterlo – chi per orgoglio, chi perché teme di essere sottovalutato. Ma – e so che suona strano detto da me – non c’è nulla di male nel sentirsi “deboli”, nel “piangersi addosso”, solo che c’è un limite e non va superato. Denis, io ti voglio bene, e so che puoi fare tante cose. Devi smetterla di incolparti, perché adesso è il tuo momento di dimostrare quanto vali e di proteggere Kendeas, di prenderti cura di lui. Io so che hai la forza necessaria per farlo. Io credo in te ».
« Non ce la faccio … io … » “Non sono abbastanza forte” avrebbe voluto aggiungere, ma le parole restarono bloccate in gola e il ragazzo non riuscì a proseguire. Era la prima volta che ammetteva che forse tutta quella faccenda era più grande di lui, troppo pesante da portare da solo. Ma chi altri avrebbe dovuto stare accanto al letto di Kendeas? A causa di chi ora il giovane di origini greche soffriva? Lui, solo lui. Era colpa sua, un fardello che apparteneva soltanto a Denis Bennett, che lo avrebbe sopportato fino alla fine, non importava quanto si sentisse piccolo, inutile, inerme. Non aveva mai ammesso la propria debolezza, non aveva mai neppure lasciato che il pensiero gli sfiorasse la mente, temendo che abbandonandosi a quest’ultimo avrebbe finito con l’accettarlo e arrendersi ad esso. Arrendersi era l’ultima cosa che gli serviva. Ciò di cui aveva /davvero/ bisogno era qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa che lo sostenesse, a cui ancorarsi per trovare la forza che quella prova richiedeva. E sapeva bene di cosa si trattasse: non era una persona, non era qualcosa di fisico, che si può toccare. Era l’amore. L’amore che fino a quel momento lo aveva tenuto in piedi, che lo aveva aiutato a stare seduto accanto a Kendeas, a parlargli, a fare progetti che probabilmente non si sarebbero mai realizzati, ma il pensiero era così dolce che Denis pensava non ci fosse nulla di male a lasciarsi cullare dai sogni e dalle illusioni. Eppure, per quanto forte, l’amore pareva non essere abbastanza perché il giovane Bennett sentiva le forze che a poco a poco lo abbandonavano: la stanchezza, la fame, la malinconia e la disperazione iniziavano a farsi sentire. E ora si trovava davanti ad una scelta: lasciarsi affogare nell’oceano in tempesta o aggrapparsi con quelle poche forze che gli restavano all’appiglio che l’aveva tenuto vivo fino a quel momento? Kendeas non l’avrebbe mai abbandonato, Denis lo sapeva bene, e provava una vergogna immensa nel constatare che anche il solo pensiero di gettare la spugna aveva iniziato a farsi strada nella sua mente. “Siamo esseri umani, non siamo indistruttibili” gli aveva ripetuto innumerevoli volte suo zio, quando lui era ancora un bambino, mentre gli medicava le innumerevoli piccole ferite che si provocava giocando in cortile. Ricorda di avergli chiesto che cosa succedeva quando un essere umano si rompeva, “Si rimettono insieme i pezzi” gli aveva risposto l’uomo. Un sorriso amaro sulle labbra, lacrime copiose che rigavano il viso pallido del ragazzo. Che importava che Augusta fosse lì di fronte? Avrebbe pianto tutte le sue lacrime, anche di fronte al mondo intero. Al diavolo l’orgoglio. « Non riesco a stare seduto lì, a sentirlo parlare con quella sua voce flebile e spezzata dal dolore. Non riesco a pensare che non si lamenta solo perché ci sono io accanto a lui e non mi vuole turbare. Eppure … eppure Kendeas sarebbe ancora seduto accanto al mio letto, se ci fossi io al posto suo. Perché io … io lo … gli voglio bene come se fosse mio fratello. E anche se fa male , io resisterò, per lui. Augusta … non so come ringraziarti. Non so come fai ad essere così /forte/. Sarai una grande donna, ne sono sicuro. » Si asciugò le lacrime con le mani, con gesti frettolosi e impacciati, le mani che tremavano leggermente. Sarebbe arrivato fino in fondo e se si fosse rotto avrebbe raccolto i cocci della propria anima e li avrebbe rimessi insieme. Ogni crepa sarebbe stata una vittoria, il ricordo che poteva farcela, che dopotutto anche lui era forte.
“ « Sarai una grande donna, ne sono sicuro » ”. Augusta parve irrigidirsi per qualche istante: serrò le lebbra e si ritrovò a fissare un punto indefinito della Sala Grande. Nuove aspettative, continuava a ripetersi nella testa. Nuove aspettative di cui tener conto, che avrebbero influenzato la sua esistenza. Nuove aspettative da non deludere, perché lei era spaventata dall’idea di non riuscire a rendere orgogliosi gli altri, del fatto che le persone smettessero di riporre fiducia in lei, poiché reputata incapace di sopportare un peso così grande. Era terrorizzata dall’idea di essere considerata una delusione, motivo per cui l’aveva messa in agitazione l’idea di essere smistata in Serpeverde – al contrario di molti membri della sua famiglia. Non le venne spontaneo dirsi che, forse, non era ciò che Denis intendeva. Forse, era solo un modo per dimostrarle appieno la sua fiducia nelle sue capacità. Probabilmente, le intenzioni del Corvonero erano ben altre, ma la mente della giovane Grifondoro avevano tradotto tali parole in modo scorretto, ma al quale era stata abituata fin da bambina. « Non lo direi con così tanta certezza, Denis, potresti pentirtene. Non si può avere la certezza di nulla, di questi tempi – figurarsi di un futuro così lontano come la mia età adulta ». La bambina tentò di sorridere, ma senza successo. Improvvisamente, si sentiva triste – o qualcosa del genere, non era nemmeno certa che lei potesse provare della tristezza –, senza sapere il motivo di tale cambio repentino d’umore. Sarebbe stata davvero una grande donna? Sarebbe stata in grado di rendere orgogliosi tutti coloro che avevano una così alta stima di lei, che credevano che avrebbe potuto fari grandi cose in futuro? Sarebbe diventata sul serio la persona che tutti si aspettavano sarebbe divenuta oppure avrebbe cambiato radicalmente strada? Augusta non sapeva darsi delle risposte certe. Aveva appena undici anni e il futuro le sembrava fin troppo distante. Scosse la testa con vigore, cacciando via quei pensieri negativi. Odiava abbattersi, piangersi addosso. Odiava l’idea di non avere delle certezze, di non avere tutto sotto controllo. Odiava ammettere quella sconfitta con se stessa e l’idea di essere davvero spaventata da qualcosa. In quel momento, però, si disse, quelli erano gli ultimi dei suoi problemi. Doveva aiutare Denis – che era molto più in difficoltà di lei – e cercare d’incoraggiarlo. E quello era divenuto un suo compito, un suo dovere: e non solo perché il Corvonero era uno dei suoi amici più cari, ma anche perché credeva in lei – e ciò significava molto per la Grifondoro. « Prima di tornare da Kendeas è meglio che tu metti qualcosa sotto i denti e ti calmi, se continui così finirai anche tu in Infermeria sotto farmaci e peggioreresti solo la situazione, mi hai capita? Appena si sveglierà, Kendeas deve trovarsi di fronte un ben nutrito Denis e soprattutto sorridente. Sono certa che vederti in uno buono stato, lo aiuterà a riprendersi più velocemente. Sì, io credo che quando le persone a cui teniamo sono felici… anche la peggiore malattia non ci sembrerà nulla e la miglior cura sarà il loro sorriso, no? ».
Le parole di Augusta gli fecero scuotere leggermente la testa in segno di dissenso. Capì che forse le proprie parole erano state fraintese perché quello non era affatto ciò che lui intendeva. Non era una certezza quella che lui aveva appena espresso, ma si trattava di un'ipotesi, certo, di un'ipotesi in cui credeva, ma che poteva pur sempre non corrispondere alla realtà in quel lontano futuro che attendeva entrambi. Ma anche se così non fosse stato, Denis non ne sarebbe rimasto deluso: Augusta era padrona della sua via e sebbene i suoi successi gli avrebbero certamente fatto piacere, i suoi fallimenti però non lo avrebbero deluso e forse lo avrebbero spinto ad incoraggiare la piccola Grifondoro a dare il massimo, perché era sicuro che potesse raggiungere risultati molto alti. Le appoggiò una mano sulla spalla e anche se non la guardava negli occhi, questo era il suo modo per cercare di farle capire che davvero credeva in quello che diceva. Quando parlò, lo fece con una dolcezza tale che il tono parve quasi assurdo in confronto alla voce rotta dal pianto che fino a poco prima aveva usato. Un tono adatto, appunto, ad una bambina: « Non ti sto dicendo che secondo me diverrai Ministro o che cambierai il mondo. Non mi aspetto questo da te: certo, potrebbe anche accadere e ne sarei felice, ma se non dovesse succedere? Pazienza, il valore di una persona va ben oltre questo. Il mio "grande donna" si riferisce al tuo coraggio e alla tua forza che sono qualità non indifferenti: con questo non voglio dire che non hai né avrai mai alcuna debolezza o che non fallirai mai nella tua vita. Accadrà sicuramente, ma non dovrai mai concepirla come una sconfitta perché sarà ciò che ti aiuterà ad assaporare meglio la vittoria. Non vivere per gli altri, Augusta, vivi per te stessa e non importa cosa la gente si aspetta da te ... chi ti ama continuerà a farlo sempre, sia che diventerai Ministro sia che sarai una donna come tante altre, ma non per questo poco importante. » Sperò di non aver usato un linguaggio complicato che potesse confonderla, di non averla annoiata o di non essersi intromesso troppo in quelli che, dopotutto, erano affari di Augusta. La ringraziò con un sorriso di quelle ennesime parole di conforto che erano solo parole, ma che erano riuscite a tirarlo su insieme alle altre che la bambina gli aveva rivolto. Ancora stentava a credere come Augusta da sola fosse riuscita a farlo rialzare dopo un momento di crisi che pareva non dover finire più. « In effetti sto morendo di fame e ... hai ragione, il digiuno mi ha reso debole e per Kendeas devo essere in forze. Spero solo che come dici tu, un sorriso possa aiutarlo davvero, insieme a tutto il resto. Mi sento così impotente ... vorrei solo che potesse rialzarsi da quel letto cosicché io possa accompagnarlo a fare una passeggiata nel parco o ovunque voglia. »
« Ti ringrazio, Denis, mi rende felice sapere che tu pensi questo di me ». “Perché sono in pochi che parlano di me in questi termini”. Quel pensiero – che in una situazione diversa avrebbe definito stupido – in quel momento prese le sfumature di una verità dolorosa, quasi inaccettabile. Mai come in quel momento, Augusta si era interrogata sulla sua personalità – spesso cinica, fredda, velenosa – e sul suo modo di rapportarsi con gli altri – che il più delle volte non era affatto amichevole, carino o gentile –, poiché troppo impegnata a pensare ad altro, a fingere che tutto andasse bene. Non lo aveva fatto perché non ne aveva mai trovato un motivo per mettere in discussione molte sue scelte, la strada che aveva intrapreso – quasi inconsapevolmente – e la sua stessa persona. Forse per orgoglio, forse per paura di dover ammettere i propri errori e, di conseguenza, di dover chiedere scusa, di dover fare i conti con i propri errori e con le proprie false certezze, aveva cercato di ignorare quell’eventualità. “ « Delle volte, sembra che a te faccia comodo il fatto di non piacere a tutti, anche perché non fai nulla per far cambiare idea agli altri » ”. Augusta sgranò gli occhi, sobbalzando appena, colta di sorpresa da quelle parole che la sua razionalità aveva ripescato dai suoi ricordi. Sapeva benissimo chi gliele aveva dette – Phoebe, quella che reputava la sua prima migliore amica e con la quale cercava di sentirsi il più spesso possibile, nonostante il tutto risultasse complicato, considerato il fatto che lei era una Babbana – e soprattutto ricordava benissimo in quale contesto le avesse rifilato quella frase – dopo il suo ennesimo rifiuto di giocare con gli altri bambini e provare, almeno, a legare con loro. E, in quel momento, non poté fare a meno di darle ragione. A lei conveniva essere malvista, stare in disparte ad osservare gli altri e, magari, a criticarli – quando per farlo, avrebbe dovuto prima pensare alle proprie colpe. Probabilmente, visto da occhio esterno, chiunque avrebbe definito ipocrita il suo modo di fare: ma lei, in fin dei conti, aveva mai permesso al giudizio negativo, alle critiche di frapporsi tra lei e chi credeva di essere? No, anzi al contrario tutto quell’astio, quell’antipatia nei suoi confronti non avevano fatto altro che rafforzare le sue convinzioni. E se da un lato si rese conto di quanto controproducente fosse continuare a comportarsi in quel modo, non mostrare il proprio lato umano; dall’altro, rifletté, era più conveniente così. Disapprovava il proprio stesso comportamento cinico, maligno e sarcastico, ma al contempo era consapevole che dietro di esso vi era una persona, qualcuno con dei sentimenti – anche se spesso lei stessa si dimenticava di provarne, perché troppo persa a star dietro il proprio ruolo, la propria immagine. Augusta, infine, non sapeva esattamente come definirsi, ma sapere che qualcuno come Denis credeva in lei e vedeva in lei del buono, la rendeva davvero felice. « Oh, finalmente si ragiona! Cosa vuoi mangiare? Ti va qualcosa di dolce, un po’ di zuccheri non ti farebbero male! E, come ti ho già detto, vederti in salute lo aiuterà, perché si convincerà di essere riuscito nella propria missione, a proteggerti dunque. Non sentirti impotente, però. Delle volte, non si può fare molto, se non solo stare accanto alla persona a cui si tiene: ciò non ci rende inutili, anzi facciamo molto più di quanto crediamo. Gli stai dimostrando quanto tieni a lui e quanto è importante per te, ma al contempo devi fargli capire che il suo “sacrificio” non è stato inutile e che stai bene. Lo so, forse adesso sembra difficile dire di stare bene, ma… il tempo cura tutte le ferite ».
Denis non era certo il genere di persona che rivolgeva complimenti o adulava gli altri, nemmeno se ciò avesse come unico fine quello di tirar su il morale alla persona con cui parlava. Era sempre sincero e, quando decideva di esporre i suoi pensieri, si poteva star certi che ciò che usciva dalle sue labbra era pura e semplice verità; non gli piaceva lodare gli altri a vuoto, ma quando sentiva che ciò costituiva un bene, allora volentieri rivolgeva agli altri parole gentili. Per questo motivo quando Augusta lo ringraziò di quel pensiero, il giovane sorrise, conscio del fatto che la Grifondoro non aveva affatto pensato che tutte quelle cose fossero solo vuote frasi messe lì tanto per dire qualcosa che facesse piacere. Era felice del fatto che Augusta fosse consapevole del fatto che lui credeva in lei, che l’ammirava nonostante la sua giovanissima età. Ed era proprio per via dei suoi undici anni che Denis le si rivolgeva spesso come “bambina”, ma mai aveva voluto sminuirla utilizzando quel termine: si trattava quasi di un vezzeggiativo, dettato dal fatto che l’avere quasi dieci anni più di lei lo facesse sentire vecchio e quasi in dovere di far da guida ai più piccoli, anche se Augusta sembrava essere molto più matura non solo dei suoi coetanei, ma anche della maggior parte degli studenti degli ultimi anni di Hogwarts. « Figurati, è solo quello che penso. Non c’è alcun bisogno di ringraziarmi. » Poteva quasi sembrare una risposta dura e lapidaria, ma il tono dolce con cui Denis la pronunciò non diede spazio a dubbi. Era sereno, per quanto sereno potesse essere un ragazzo non vedente che aveva appena fatto ritorno dalla guerra e che si era ritrovato a sorreggere il corpo del giovane che amava, sanguinante e stremato. Ma quando, in compagnia della ragazzina, si avvicinò ai tavoli con l’intenzione di mettere finalmente qualcosa sotto i denti e placare la fame che, letteralmente, pareva volergli distruggere lo stomaco, sembrava essere ritornato il Denis di sempre, privo di qualsiasi turbamento. Non si trattava, però, di una condizione inconscia bensì di un comportamento che il ragazzo aveva iniziato ad imporsi: doveva mettere da parte i ricordi spiacevoli per dedicarsi all’unica e sola cosa che contasse in quel momento. Avrebbe mangiato, forse un po’ controvoglia, ma si sarebbe sforzato di mandar giù almeno qualche boccone per rimettersi in forze. « Hai ragione, vada per il dolce, anche perché lo mangio più volentieri. Lo so, lo so e sono consapevolissimo di aver sbagliato molte cose con Kendeas, ma io ora voglio solo che tutto ritorni alla normalità. Non sarà possibile, certo, alcune cose lasciano un segno indelebile, ma tutto passa e prima o poi, pure portandoci addosso il peso di certe vicende, continuiamo ad andare avanti. È proprio questo che voglio per Kendeas, per tutti e … anche per me, in fondo. Da oggi in avanti, basta piangersi addosso! » Si accomodò al tavolo di Corvonero e, dalla tasca del mantello della divisa tirò fuori un piccolo sacchetto. Erano dei dolci che aveva acquistato per farli mangiare a Kendeas, ma il ragazzo non li aveva voluti. Era buffo, pensava Denis, Augusta in quel momento si comportava esattamente come si era comportato lui poco prima con Kendeas, con l’unica differenza che non era riuscito a convincerlo. Aprì il laccetto che teneva chiuso il piccolo sacco e, con un sospiro, lo aprì sul tavolo. Diede un morso minuscolo ad un biscotto, reprimendo gli istinti contrastanti di divorarselo in un boccone solo o posarlo e chiudere così il misero pasto. « Prendine qualcuno, se ti va. Dovrebbero essere diverse varietà di biscotti, di sicuro ne troverai qualcuno che ti piace. Avanti, non farmi mangiare da solo, devo pur saldare il debito, no? »














