Nonostante si fosse in Scozia, v’erano alcune giornate dove il cielo era sereno e il sole batteva forte sui capi degli studenti attraverso le finestre delle aule. Ecco, Olive detestava quelle giornate; l’abitudine della sala comune fredda e scarsamente illuminata la portavano a farla sentire a suo agio con un clima più fresco e con un cielo coperto di nuvole. Il 21 Giugno si stava avvicinando, data imminente della fine delle lezioni e dell’inizio dell’estate. Gli esami del quarto anno, però, non contribuivano a far avvicinare quella data e così anche le lezioni. Allora Olive studiava, faceva del proprio meglio anche per raggiungere una sufficienza, poiché studiare non era il suo forte, per niente. Chi doveva svolgere i G.U.F.O ed i M.A.G.O, doveva aspettare una settimana ancora per svolgere gli esami, eppure Olive si era offerta di non tardare a fare i suoi, poiché, con quel che era successo, voleva andarsene da Hogwarts il più presto possibile.
Quella mattina, si era svolto il solito numero di lezioni, e solo dopo l’ultima, quella di Trasfigurazione, si era accomodata sotto uno dei portici del cortile interno. Gli archi dei portici trovavano salde radici in un muretto, che allo stesso tempo segnava il perimetro del cortile, un quadrato d'erba abbastanza grande. Era proprio su un angolo del muretto che Olive s’era seduta, in parte in ombra, in parte sotto al sole caldo. Prima che aprisse un libro al fin di ripetere, si guardò intorno, notando i numerosi studenti in movimento; alcuni uscivano dalla porta dell’aula di Trasfigurazione, come aveva fatto lei, altri probabilmente, venivano da altre classi, poiché vi era una varietà dell’età degli studenti. Alcuni le lanciarono spesso un’occhiata, riconoscendola come la ragazza che aveva trovato il corpo di Myrtle Bolton la notte del 13 Giugno, ed anche come la studentessa che il fantasma della corvonero perseguitava. Ignorò più volte, durante giorni, quel genere occhiate e quando non ne poteva più, lanciava uno sguardo torvo agli altri e nel caso, li affrontava a parole.
Erano passati solo quattro giorni e già la sua vita non poteva fare più schifo. Gli attimi di pace erano pochi, ed ormai si era ostinata a pensare unicamente a terminare gli esami ed andarsene, pensando che così, il fantasma di Myrtle avrebbe smesso di importunarla.
Poco più tardi, le anime (vive) rimaste nei corridoi che circondavano il cortile e nel cortile stesso, non erano più di tante; c’era chi, come lei, ripeteva e c’era chi chiacchierava con i coetanei in gruppetti. Nonostante Olive fosse un’abitudinaria del freddo, si godette quei raggi di sole che le scaldavano il profilo del viso, chino a leggere i caratteri del libro di Trasfigurazione, che ogni tanto alternava con il libro di Storia della Magia. Era un modo incasinato per studiare, ma sul suo cervello, a quanto pareva, funzionava.
Udì due tassorosso farfugliare appoggiati con la schiena su una colonna e solo in quel momento, notò a qualche metro dietro di loro una studentessa con la cravatta del suo stesso colore e con lineamenti del viso già visti. Passò qualche secondo a fissarla, per poi riconoscerla come Azaria DeRossi, Serpeverde, facente parte della squadra di Quidditch della casata, come lei.
Fu tentata di rivolgerle la parola, ma ci ripensò; Olive odiava conversare. Allora ritornò sulle righe del libro.
Azaria:
Pur avendo vissuto pochi anni in Italia, Azaria era fermamente convinta che il sangue italiano che le scorreva nelle vene contribuisse a farle amare quelle così rare e miti giornate di sole che costituivano la norma nella penisola di cui era originaria. Passeggiare al sole era uno dei suoi passatempi preferiti, ma non aveva tante opportunità di metterlo in atto.
La scuola stava per giungere al termine e l’arrivo dei G.U.F.O. era sempre più prossimo: Azaria studiava con impegno affinché riuscisse a raggiungere risultati che avrebbero gratificato lei e la sua famiglia. Riteneva lo studio molto importante perché, sebbene il patrimonio di famiglia le concedesse di vivere di rendita, la ragazza desiderava diventare importante e spiccare nel mondo dei maghi adulti; era fermamente convinta che solo un’ottima preparazione avrebbe potuto spianarle la strada per realizzare al meglio i suoi scopi.
Gli eventi di quei giorni non l’avevano minimamente scossa, dopotutto che cosa le importava se una piccola sanguesporco era stata trovata morta nei bagni delle ragazze? Aveva continuato a vivere la sua vita come se niente fosse successo, ma Azaria era fatta così: le distrazioni erano considerate fatali e minavano i suoi piani di eccellere a scuola. Proprio per questo motivo non era affatto una pettegola e tutto quello che sapeva l’aveva, suo malgrado, sentito raccontare nei corridoi, ma era ben consapevole che la storia venisse ingigantita e distorta di volta in volta. Era certa soltanto di un dettaglio: a ritrovare il cadavere della giovanissima Corvonero era stata la sua compagna di Casata, oltre che di squadra, Olive Hornby.
Quel giorno, abbandonò puntualmente la lezione di Incantesimi, reggendo il grosso tomo tra le braccia e decise di recarsi in un luogo tranquillo per mettersi a studiare. Pur sapendo che era frequentato da altre persone, Azaria scelse il cortile interno perché la presenza degli altri non costituiva nessun disturbo: riusciva ad isolarsi a tal punto che quasi smetteva di udire tutto ciò che la circondava. Si accomodò elegantemente sul muretto ed appoggiò il libro al proprio fianco, attendendo qualche istante prima di cimentarsi nell’apprendimento. Mentre si guardava intorno notò due ragazzini appartenenti alla Casata di Tosca poco distanti da sé, ma abbastanza da udire le loro chiacchiere che, ovviamente, avevano per argomento la morte della Bolton. Si alzò quando, più avanti, intravide la figura di Olive.
Non erano di certo affari suoi ed Azaria poteva benissimo non curarsene, ma aveva notato un netto cambiamento nell’atteggiamento della ragazzina. Forse avrebbe potuto aiutarla, non per suo bene, ma per il proprio: forse un giorno le sarebbe ritornato utile. Quindi le si avvicinò lentamente e, quando le fu vicino, sorrise amabilmente rivolgendosi a lei con un tono cordiale e gentile:
« Hornby, vedo che abbiamo avuto la stessa idea di studiare all’aperto. »
Si sedette sul muretto accanto ad Olive, facendosi silenziosa per qualche istante e fingendo di aver notato solo in quel momento i due Tassorosso chiacchieroni; alzò gli occhi al cielo ed abbassò la voce.
« Ancora ti tormentano con la storia della morte di quella lì? Le persone sanno essere davvero idiote: l’hai ritrovata, mica sei stata tu ad ucciderla. Cosa avranno da guardare e bisbigliare così tanto, proprio non lo capisco. »
Olive:
La sua mente, da qualche minuto ormai, aveva solo memorizzato parole e date a casaccio, le più ripetute da entrambi i libri: Guerra dei Goblin, trasfigurare, 1200, scatoletta inutile, uccello, trasfigurare, attacco, Goblin, eccetera. Allora solo quando non ne potè più, sospirò seccata e sbattè lievemente il capo all’indietro, sulla colonna dov’era poggiata. Era tutto inutile: vedeva sprazzi di ricordi sul 13 giugno, sentiva le occhiate addosso e come se non bastasse, c’era una compagna di casata dietro due tassorosso imbecilli. Non riusciva a studiare, quel ch’era successo l’aveva sconvolta, ma Olive era così ostinata da non voler percepire quel pensiero, anzi, quel dato di fatto. Si poneva obiettivi utili solo a lei, e uno di quelli era finire gli esami, non tardarli per futili sciocchezze come volevano i professori, e di andarsene da quella scuola. Era legata a quel posto, ma quel che le serviva era un’estate di quiete.
Aveva ancora la testa poggiata sulla colonna , rivolta verso l’alto ma con lo sguardo vuoto, quando le si avvicinò qualcuno con cui non s’aspettava di interagire. Raddrizzò la schiena e fissò accigliata un' Azaria che le veniva incontro; Olive osservò l’espressione della concasata mutare quando ella vide la quattordicenne: le sorrideva in un modo che qualcun altro avrebbe definito amabile, ma non Olive. Se c’era una cosa che le dava fastidio erano le persone che le sorridevano in quel modo, come se lei ne avesse bisogno o come se gli altri si aspettassero di essere ricambiati. Udì Azaria dirle qualcosa a proposito della loro decisione di studiare fuori quella mattina, ma la ragazzina continuò a fissarla in modo scettico. Quando vide Azaria sedersi accanto a lei, sul muretto, deglutì: Olive non la considerava una persona sgradevole, e doveva ammetterlo, sapeva giocare bene a Quidditch, ma con gli ultimi avvenimenti era molto raro che qualcuno le si avvicinasse di spontanea volontà per parlare. Quindi, le venne naturale pensare che Azaria volesse qualcosa da lei, a prescindere dal fatto che ciò potesse essere vero o meno. Ascoltò quel che continuò a dire, proprio su ciò di cui stavano parlando i figli di Tosca non lontano da loro. Olive allora inspirò con l’aria di una che aveva perso tutta la pazienza a disposizione; ragionò e decise che restare zitta l’avrebbe resa patetica. In effetti, il fatto che nessuno sapeva che era ella ad aver sempre maltrattato Mirtilla in un modo così disumano e allo stesso tempo divertente, aveva quella certa ironia malinconica. Se la scuola avesse saputo, allora i pensieri sarebbero cambiati e lei ci avrebbe rimesso: quella fortuna la faceva ridere. E i pochi che sapevano, non avevano il coraggio di parlare per pura questione di sopravvivenza morale.
Tuttavia, quel “Ancora ti tormentano con la storia della morte di quella lì?” detto da Azaria, aveva quella punta di disinteressamento nei confronti della morte della Bolton, comune tra i serpeverde, ed era proprio quel qualcosa che le piaceva della sua casata: i nati babbani non avevano valore. Ma ecco che la morte di una di loro aveva sconvolto la vita di una serpe.
« Sono le persone, ad essere fatte così. Non si divertono se non si fanno i fatti altrui, a quanto pare. E sembra proprio per via del colore della mia divisa che questi qua continuano a mormorare. Che urto. »
Con il volto in fiamme per via dell'imbarazzo, la mora figlia di Arcturus Black III scese a perdifiato l'ultima rampa di scale che la separava dal portone d'ingresso della Sala Grande.
Non appena mise piede sull'ultimo gradino, arrestò la sua corsa e, nervosamente, si scostò una ciocca di capelli dalla fronte; sembrava che stesse cercando di scacciare qualche brutto pensiero, piuttosto che qualche capello ribelle.
In effetti, stava giusto cercando di dimenticare la scena cui aveva appena assistito; e, in particolare, l'enorme stupore dimostrato da Ignatius Prewett, quando l'aveva trovato in compagnia di una ragazza di Grifondoro. Molto probabilmente, i due stavano solo parlando, ma una parte di Lucretia — quella soggetta alla gelosia, evidentemente — non aveva voluto credere nemmeno per un istante a questa eventualità.
Si era alterata quasi immediatamente e, senza dire nemmeno una parola, si era allontanata col suo solito passo carico di presunzione. Non aveva dato il tempo al povero Grifondoro di fiatare, sempre che fosse stata sua intenzione farlo.
"In fondo, se ci pensi bene, mia cara Lucretia..." le stava dicendo una vocetta interiore proprio su quell'ultimo gradino, "Tra te ed Ignatius Prewett non c'è alcun legame particolare. Quindi, è inutile che ti alteri tanto!"
« E invece no! » esclamò ad alta voce Lucretia, che sembrava essersi dimenticata di essere sola e di poter, dunque, passare per pazza. Poco dopo, però, sentì la propria voce riecheggiare nell'atrio ed avvampò nuovamente: aveva fama di essere una persona silenziosa, oltre che estremamente pudica. E, anche se non le importava poi molto dell'opinione che gli altri avevano di lei, che cosa avrebbero pensato dopo averla sentita farneticare davanti al portone della Sala Grande?
Ebbene, era il momento di farla finita con quella dimostrazione esplicita dei suoi sentimenti per Ignatius Prewett, si disse. Per anni, era stata capace di nascondere ciò che provava a qualunque persona avesse incontrato sulla propria via, perfino ai suoi genitori; in particolare a suo padre. Non avrebbe mai permesso ad un giovanotto di diciassette anni di sconvolgere la vita che aveva vissuto per altrettanti diciassette anni.
Sapeva essere una ragazza molto orgogliosa, a volte.
Così, sempre con passo deciso, fece il suo ingresso nella Sala Grande.
A quell'ora, non c'era nessuno, dato che non era ora dei pasti e che molti ragazzi preferivano usufruire della biblioteca per studiare, piuttosto che della Sala Grande. L'unico studente presente nella stanza era un ragazzo di Corvonero, seduto il silenzio presso il lungo tavolo della sua Casata.
In un attimo, Lucretia si ritrovò a pensare che, se fosse rimasta da sola, molto probabilmente la sua mente sarebbe ritornata alla scena "idilliaca" — con molta, molta ironia — cui aveva assistito. Quindi, perché non parlare con quel ragazzo?
Si avvicinò in silenzio al suo tavolo e chiese con un tono di voce stranamente gentile per un membro della Casata di Salazar Serpeverde: « Ti dispiace, se mi siedo accanto a te? »
"Lasci che glielo dica, signor Bennett, lei è un /vero/ disastro!"
Era successo di nuovo. Non sapeva neppure come, ma era successo ancora una volta. Si era voltato nell'udire il contenuto del proprio calderone che bolliva un po' troppo per cercare di rimediare ad un possibile danno ed ecco che ne aveva combinato un altro. Il proprio braccio urtò qualcosa e subito dopo ecco il rumore del vetro che si infrange a terra.
Il professor Lumacorno non si era arrabbiato, ma aveva pronunciato quelle parole con un tono di voce così esasperato che se gliele avesse urlate in faccia Denis si sarebbe sentito meno colpevole.
Il capo basso, le mani strette in grembo mentre ascoltava ciò che l'insegnante aveva da dirgli e poi fuori dall'aula.
Era mortificato. Certo, non era stata colpa sua, ma non poteva fare a meno di chiedersi se ci fosse stato un modo per evitarlo.
Silenzioso, solo, aiutato solamente dal proprio bastone che picchiettava contro la pietra, Denis si avviò senza un preciso motivo verso la Sala Grande forse perché, in fondo, sapeva che l'avrebbe trovata deserta.
E così fu. A giudicare dalla totale assenza di voci e rumori, il ragazzo capì di essere completamente solo anche se, dopotutto, era ovvio: gli altri studenti erano tutti a lezione.
Prese posto al tavolo dei Corvonero, appoggiò il bastone alla propria destra e le braccia conserte sul tavolo.
A lungo rimase immobile, muto, lo sguardo fisso come di consueto nel nulla; se non fosse stato per il lieve alzarsi ed abbarsi del suo petto dato dal respiro, sarebbe potuto benissimo passare per pietrificato.
Di preciso non sapeva quanto tempo avesse passato così, ma qualcosa all'improvviso lo riportò quasi con brutalità alla realtà: qualcuno era arrivato, aveva udito dei passi. Chiunque fosse, gli si avvicinò e Denis implorò che non si trattasse di qualcuno piuttosto chiacchierone: non era affatto di buonumore e non voleva rischiare di risultare scortese.
La voce di quella che si rivelò essere una ragazza gli suonò sconosciuta e da questo comprese che non si trattava di una Corvonero: lui sapeva riconoscere tutte le voci delle sue compagne di Casata.
Si chiese come mai la nuova arrivata volesse accomodarsi proprio al suo fianco, ma subitò dopo scartò questo quesito pensando che, alla fine, non erano affari suoi.
« No, non mi dispiace, siediti pure. In fondo non sono il padrone di questa panca e non decido io chi si siede e chi no. »
Rispose, senza che il pensiero di voltare il capo verso l'altra gli sfiorasse la mente. Si sforzò di fare un piccolo sorriso affinché le proprie parole non suonassero troppo dure.
Man mano che passavano i minuti, i bollori della rabbia di Lucretia cominciarono a raffreddarsi e la sua mente — di solito molto razionale — cominciò ad analizzare con profonda attenzione la scenetta cui aveva assistito. Se, in un impeto di rabbia, aveva creduto di poter essere addirittura gelosa di Ignatius Prewett e di pretendere che lui non parlasse con ragazze che non fossero lei, adesso si chiedeva quale diritto potesse avanzare su quel giovanotto. Nessuno.
E questo pensiero non fece che farla arrabbiare nuovamente, solo che — questa volta — era arrabbiata con se stessa perché aveva reagito con impulsività.
Per fortuna, le parole di quel ragazzo di Corvonero la riportarono alla realtà. Solo allora si prese qualche istante per poterlo osservare più attentamente: quando era entrata, infatti, non si era accorta dell'aria mogia del ragazzo; e il suo tono di voce aveva tradito una certa volontà di essere lasciato in pace.
Desiderio che proprio lei avrebbe potuto comprendere meglio di molti altri. Ciò nonostante, le sembrava sciocco ritirare la propria richiesta all'ultimo minuto; anche perché, pensava, ciò non avrebbe fatto che innervosire nuovamente quel ragazzo. Così, mormorando un « grazie », si sedette al suo fianco sulla panca e rimase in silenzio a fissare il caminetto momentaneamente spento di fronte a lei. Adesso, quasi non le importava più di Ignatius Prewett e della ragazza di Grifondoro che aveva visto parlare con lui.
Tutto ciò che le importava era la figura che aveva fatto di fronte a quel ragazzo. Non che pensasse che gli importasse di lei, in quel momento, anzi! Forse la sua presenza non lo sfiorava minimamente.
Le sembrava, infatti, che il ragazzo fosse preso da tutt'altro che quel pensiero. Un lampo di curiosità si accese dentro di lei, ma lo mise immediatamente a tacere, dato che — in fondo — non erano affari suoi e che non conosceva quel ragazzo.
Ma l'atmosfera in quell'enorme salone si stava facendo molto pesante, se possibile.
« E' strano » disse, d'un tratto, « Il silenzio che c'è qua dentro, intendo. Di solito, questo salone è così pieno di persone, che si sentono voci rimbombare un po' ovunque. Con tutto questo silenzio, ha un qualcosa di tetro. »
E, in effetti, la Sala Grande mancava del calore che la caratterizzava di solito. Non c'erano caminetti accesi, o fiaccole dalle scintille brillanti, e nemmeno quel brusio cui ci si affezionava, con il tempo. Non c'era nulla di tutto ciò, solo una sala spoglia, illuminata solo dai raggi solari che filtravano la loro luce attraverso le ampie vetrate e che creavano dei giochi di colori sul pavimento in pietra.
Udendo la ragazza che prendeva posto accanto a sé, Denis parve apparentemente non scomporsi anche se, in realtà era attento a ciò che lo circondava, giovane sconosciuta compresa.
Al suo piccolo "grazie" rispose con un lieve cenno del capo mentre spostava le braccia da sopra il tavolo ed appoggiava le mani sulle ginocchia, sistemandosi in una posizione più composta. Il fatto era che, e questo Denis lo sapeva, gli altri erano in grado di capire se qualcosa non andava anche solo guardandolo anche perché lui era come un libro aperto. L'ultima cosa che voleva era che la ragazza capisse il proprio umore e, spinta dalla curiosità, gli chiedesse qualcosa: non gli andava di ripensare alla figuraccia nell'aula di Pozioni, davanti al professor Lumacorno e ai suoi compagni. Si ritrovò a reprimere un sospiro e continuò a star zitto, malgrado il silenzio della vasta sala iniziasse a farsi opprimente.
Quando la ragazza parlò, per poco Denis non trasalì: le sue orecchie si erano così abituate alla quiete che quelle parole, pur pronunciate con un tono assolutamente normale, gli parvero quasi delle urla. Non poté che concordare con la giovane e la sua mente lo fece ripensare alla cena o al pranzo, quando tutti erano riuniti in Sala Grande e il loro vociare copriva qualsiasi altro suono; Denis non amava il caos, ma a volte lo trovava paradossalmente tranquillizzante, chiara dimostrazione che non si trovasse solo. Erano proprio circostanze come quella a farglielo rimpiangere, quando il silenzio era così forte che il giovane Bennett iniziava a pensare di essere rimasto solo al mondo.
« Hai ragione. Sembra impossibile venire qui e non sentire le chiacchiere degli studenti. In più fa freddo e non sento il rumore della legna che brucia, immagino che i camini siano spenti. »
Rispose, ritrovandosi a parlare più di quanto non si aspettasse. Non aveva voglia di fare conversazione eppure quella ragazza, che dal canto suo non pareva essere eccessivamente loquace, riusciva a fargli venire voglia di conversare un po'. E forse, si ritrovò a pensare, un po' di chiacchiere lo avrebbero aiutato a non pensare a quanto era accaduto e gli avrebbero tirato un po' su il morale.
« Perdonami, ma ... noi due non ci conosciamo, vero? Ho un'ottima memoria e riesco a ricordarmi anche le voci di coloro con cui ho scambiato solo un saluto un'unica volta, ma la tua mi suona completamente nuova. In più dubito che tu sia una Corvonero, per lo stesso identico motivo. »
Dopo qualche minuto di silenzio, queste furono le parole che Denis si ritrovò a proferire col suo solito tono di voce pacato. Non gli sembrava il caso di rivolgerle un diretto "chi sei?", ma sperava che l'altra comprendesse e placasse la sua lieve curiosità nei suoi confronti.
La voce del giovanotto si levò poco dopo e Lucretia, istintivamente, voltò il capo nella sua direzione. Era la prima volta che si guardavano in faccia.
Il giovanotto si disse d'accordo con la sua osservazione, ma — proprio quando Lucretia pensava che la conversazione sarebbe caduta lì — aggiunse di avere l'impressione di non conoscerla. Il ché, stava giusto dicendo, era piuttosto probabile, dato che possedeva una buona memoria e difficilmente dimenticava i volti o le voci di coloro con cui si ritrovava a conversare.
Lieta di essere riuscita a distoglierlo almeno di un poco dalla tristezza che sembrava aver albergato nel suo animo fino ad un attimo prima, Lucretia scosse sommessamente il capo, poi disse: « No, in effetti non ti sbagli: non ci conosciamo. »
Un sorriso le colorò il volto quasi perennemente grigio. « Però, per fortuna, a questo si può rimediare facilmente. »
Alzò un braccio e tese una mano in direzione del ragazzo con un gesto amichevole, sì, ma quasi austero. Non importava, infatti, in quale contesto si trovasse: Lucretia era pur sempre una ragazza fin troppo severa ed austera, per la sua età.
Non a caso le era stato dato proprio quel nome. Sua madre, Melania, era una donna piuttosto incolore, ma possedeva una certa cultura; per questo aveva scelto accuratamente il nome "Lucretia" per la sua primogenita. Quel suo pudore era stato un segno.
« Mi chiamo Lucretia Black » disse, e pronunciò il suo cognome senza quella nota d'orgoglio che caratterizzava i membri della sua famiglia. La Casata dei Black era una delle famiglie di Purosangue più antiche, motivo di vanto per i suoi membri. Ma Lucretia, per quanto fosse severa e presuntuosa di suo, badava molto poco a questi dettagli.
« Tu, invece, come ti chiami? » era piuttosto strano che si mostrasse allegra con qualcuno, in realtà. Ma, in fondo, cosa c'era di male nel lasciar cadere, almeno una volta, quel velo di serietà che tanto la caratterizzava?
Ignorò la mano tesa della ragazza verso di sé in quello che non fu affatto un gesto di scortesia, maleducazione o superbia. Semplicemente non se ne accorse; o, meglio, si accorse del fatto che la ragazza aveva fatto un piccolo movimento, ma non gli passò per la testa l'idea che potesse trattarsi dell'invito a stringersi la mano per presentarsi. Rimase, quindi, fermo nella propria posa composta: mani placidamente posate sulle proprie ginocchia, schiena dritta e volto rivolto al muro in pietra davanti a sé, con gli occhi immobili e vitrei che parevano fissare con insistenza ciò che in realtà non potevano vedere.
"Black". Il cognome della giovane gli era più che noto, aveva avuto a che fare più volte con membri della suddetta famiglia: Orion, con il quale il più delle volte aveva semplicemente discusso in maniera non esattamente pacifica; Walburga, vittima di uno spiacevole incidente causato dal proprio essere maldestro che ancora gli causava senso di colpa ed imbarazzo; infine vi era Alphard, forse l'unico Black a cui non aveva associato qualcosa di negativo. Non lo conosceva bene, ma la sua compagnia era piacevole il più delle volte.
E Lucretia. Ignorava quale fosse la parentela che la legasse agli altri, ma non gli importava neppure. Anche se avevano iniziato a parlare da poco, sentiva nella sua voce che c'era qualcosa di diverso, di positivo e confidava nel fatto che quella chiacchierata non sarebbe sfociata in un battibecco antipatico sul sangue e su chi fosse degno e chi no della magia.
« Sono Denis Bennett. Lieto di fare la tua conoscenza, Lucretia. »
Replicò con cortesia, accompagnando le parole ad un minuto sorriso che per qualche istante gli piegò le labbra.
« Se non sono indiscreto ... cosa ti porta qui? »
Avrebbe voluto chiederle "cosa ti ha spinto a sederti accanto a me?", ma si rese conto che la risposta a quella domanda stava nel silenzio che li circondava: erano gli unici ospiti della Sala Grande. Eppure, non era la prima volta che si trovava solo con qualcuno, ma gli altri tendevano sempre ad occupare i tavoli delle proprie Case, lontani da lui.
Lucretia non se la prese per la stretta di mano mancata.
Del resto, quel gesto era solo una convenzione, stabilita da chissà chi, chissà quando, ma — soprattutto — chissà perché.
Le convenzioni, a dire il vero, le interessavano relativamente poco. Lucretia era quel tipo di persona che preferiva arrivare al sodo, essere schietta ed evitare inutili giri di parole; e, in questo caso, sciocche strette di mano.
Il ragazzo, nel mentre, le rispose di chiamarsi Denis Bennett. Lucretia si sforzò di ricordare quel nome, esaminando attentamente tutti quelli che conosceva, associandoli alle facce del loro legittimo proprietario; si ricordò di Denis Bennett, e lo ritrovò nelle parole di suo fratello Orion. Ora non riusciva proprio a rimembrare la situazione in cui le era stato fatto quel cognome, Bennett, ma — trattandosi di Orion — sicuramente i due ragazzi avevano avuto uno scontro verbale.
Lucretia non se ne stupì, affatto. A lei non piacevano i litigi, ma lo stesso non si sarebbe potuto dire di suo fratello: egli se ne andava in giro manifestando apertamente le proprie idee, senza curarsi minimamente dell'effetto che esse avrebbero potuto avere sugli altri. Un tale atteggiamento non sarebbe mai potuto appartenere a Lucretia, che preferiva tenerle per sé, le sue idee.
Ciò nonostante, ricambiò il flebile sorriso di Denis e rispose alla sua domanda, inizialmente con fare piuttosto vago.
Non le sembrava giusto tirare in mezzo Ignatius Prewett. Non le sembrava giusto sia perché non era sicura che Denis lo conoscesse, ma soprattutto voleva evitare che la notizia della sua gelosia nei confronti di quel ragazzo facesse il giro completo della scuola. Ovviamente, non pensava che Denis fosse un pettegolo. Non lo conosceva, come avrebbe potuto pensarlo?
Però credeva che il primo modo per far spargere una notizia fosse lasciarsela sfuggire dalla mente.
« Diciamo che la lezione di Aritmanzia non ha suscitato il mio interesse » quella le sembrava una spiegazione molto più neutrale, « Dovrei frequentare tutte le lezioni, dato che sono all'ultimo anno, ma... » sospirò, « Stamattina non me la sentivo. E tu, invece? Sempre se non sono indiscreta. »
Denis detestava i pregiudizi e li riteneva soltanto un mezzo che produceva idee sbagliate sulle persone. Eppure, malgrado ciò, non riuscì a non stupirsi del fatto che, appreso il proprio nome, la giovane Black non si fosse alzata con sdegno e l'avesse lasciato da solo, considerandolo poco adatto a conversare con lei. Sapeva bene che questo era appunto un pregiudizio, ma si rallegrò del fatto che la ragazza sembrava smentire la tendenza dei suoi familiari a considerare inferiori tutti coloro che non facevano parte di una nobile famiglia dal sangue puro.
"Bennett", chiaramente, non era un cognome riconducibile ad una di quelle famose casate e, anzi, ostentava la propria semplicità. Ma Denis andava fiero di esso, di quella semplicità perché sapeva bene che la sua famiglia poteva anche non essere nobile, ma lo rendeva comunque orgoglioso di esserne parte.
La domanda di Lucretia era più che lecita: lei aveva risposto alla propria e quindi lui doveva fare lo stesso. E sebbene desiderasse accantonare il disastro combinato poco prima, si ritrovava invece a doverlo rivivere nuovamente sotto forma di racconto. Pensò che, forse, parlarne lo avrebbe aiutato a prenderla con meno serietà e magari sarebbe pure riuscito a riderci su.
« Io? Beh ... il professor Lumacorno mi ha fatto uscire dall'Aula di Pozioni dopo che ho rovesciato delle ampolle contenenti alcuni ingredienti. Non sapevo dove andare, ma mi sono ritrovato a venire qui, forse sapevo che sarei rimasto solo a darmi dell'idiota. »
Rispose, alzando leggermente le spalle, ma immediatamente avvertì il bisogno di cambiare argomento quasi come se temesse che Lucretia sarebbe scoppiata a ridergli in faccia. Anche se non sembrava il genere di ragazza capace di una cosa simile.
« Ultimo anno? Sarai in ansia per gli esami, immagino. O forse no. Io lo sarei; anche se ho passato i G.U.F.O. con degli ottimi voti l'anno scorso, so che i M.A.G.O. sono tutta un'altra storia. »
L'onestà del giovanotto circa il piccolo incidente avvenuto durante la lezione del professor Lumacorno fece sentire in colpa Lucretia per la sua bugia. Tuttavia, quasi subito si ricordò delle ragioni che l'avevano spinta a tirare in mezzo la lezione di Aritmanzia: non aveva alcun senso tirare in mezzo Ignatius Prewett, veramente alcuno. E poi era sicura che Denis non avrebbe mai voluto ascoltare le sue lamentele circa il comportamento (in realtà affatto) ambiguo del giovanotto; erano questioni che riguardavano lei e solo lei, non altre persone.
Si focalizzò, invece, sulla risposta alla domanda da parte del Corvonero. Avendo trascorso in solitudine gran parte degli anni a Hogwarts, Lucretia aveva superato con successo i suoi G.U.F.O. e non dubitava che sarebbe successa la stessa cosa con i M.A.G.O.
Anche se silenziosa, sapeva essere una ragazza straordinariamente brillante e, soprattutto, pignola. Provava anche lei ansia alla prospettiva di affrontare gli esami finali, ma non tanto per gli esami effetti, piuttosto per quanto sarebbe venuto dopo.
Aveva trascorso la sua infanzia nella sicurezza che sarebbe entrata ad Hogwarts, smistata nella Casata di Salazar Serpeverde, e che avrebbe vissuto in un luogo sicuro per sette anni della sua vita. Una volta uscita dalla scuola, non aveva dubbio che suo padre — Arcturus Black III — avrebbe cercato di farla sposare con qualche altro Purosangue. E, da quel momento in poi, sarebbe divenuta come sua madre.
Ovvero una donna scialba, senza carattere, destinata a vivere alle spalle di un uomo. Per Lucretia non poteva esistere una prospettiva più triste di quella.
« In realtà, sono molto più preoccupata per ciò che verrà dopo » confessò, dopo un istante di esitazione, « Fin quando si è al sicuro tra le mura di questo castello, quasi si riesce ad immaginare cosa accadrà. Ma poi? Il mondo, lì fuori, non è come Hogwarts. Non è un luogo sicuro. »
C'erano le guerre. Sia quella che coinvolgeva gran parte dei Babbani, sia quella che coinvolgeva i Reinigerend di Gindelwald e il Ministero della Magia.
Quale sarebbe stato il loro posto in quella lotta?
"Ciò che verrà dopo" furono queste parole della giovane a riportare alla mente di Denis tutte le supposizioni che aveva fatto nel corso di quegli ultimi anni ad Hogwarts sul proprio futuro. E non erano affatto positive.
Tutti i ragazzi pensavano ad un lavoro che avrebbero voluto iniziare una volta terminati gli studi e anche Denis aveva un piccolo sogno: gli sarebbe tanto piaciuto poter lavorare alla Banca dei Maghi Gringott, ma figurarsi se un ragazzo cieco potesse essere capace di un simile mestiere. A questo triste e, purtroppo, ricorrente pensiero Denis sospirò leggermente e subito dopo scosse il capo, come a volerlo scacciar via.
Per sua madre, l'unica cosa che contava era che trovasse moglie e facesse dei figli, il lavoro era rischioso e poi se avesse trovato "una giovane amabile", secondo la donna, questa "sarebbe stata ben lieta di mantenere suo marito che non può lavorare". Come se Denis desiderasse davvero passare il resto dei suoi giorni seduto su una poltrona a far nulla, mentre sua moglie guadagnava da vivere per l'intera famiglia. Famiglia che, d'altro canto, il giovane era certo che non avrebbe mai avuto: era impossibile, l'amore della sua vita era un uomo. Questo era, però, un dettaglio della sua vita che avrebbe celato per sempre, onde evitare ad entrambi spiacevoli conseguenze.
Denis si mosse leggermente a disagio sulla panca, quei pensieri lo agitavano e lo rendevano nervoso, pensare al futuro faceva quasi paura specialmente a causa delle nubi oscure che si stagliavano all'orizzonte. Torturò per qualche istante la stoffa della camicia, poi la lasciò andare non appena si ricordò della presenza della giovane Black accanto a sé.
« Ciò che verrà dopo, come dici tu, spaventa anche me. Sono ancora al sesto anno, ma credo di essere lo studente più vecchio con i miei diciannove anni e quindi mi è capitato più volte di pensare a cosa farò una volta uscito di qui. Non che abbia molta scelta, dopotutto, date le mie ... ridotte capacità, diciamo. Sarò costretto a vivere per sempre alle spalle di qualcuno. »
Rispose dopo il proprio lungo silenzio. Si stupì di come avesse potuto dire certe cose a quella che era praticamente una sconosciuta.
Il futuro che suo padre aveva scelto per lei non era dei più rosei, almeno secondo il punto di vista di Lucretia. Molte altre ragazze della sua età sarebbero state contente di sposare un giovane proveniente da una famiglia Purosangue e, di conseguenza, vivere sulle sue spalle per il resto della loro vita. Niente fatica, niente sudore, il loro unico compito era quello di dare un degno erede al proprio consorte. Possibilmente maschio, tra l'altro.
Questa prospettiva non piaceva a Lucretia, affatto. Il solo pensiero di vivere sulle spalle di qualche ragazzetto viziato la faceva impazzire, perché non desiderava diventare come sua madre, o tutte le altre donne provenienti da una famiglia Purosangue.
Si rifiutava di essere ridotta ad un semplice grembo perennemente gravido.
Ma sapeva di non avere scelta.
Non c'era modo di andare contro il volere di suo padre. Avrebbe anche potuto farlo, ma le sarebbe valsa solo quale cinghiata sugli zigomi. Era questa la natura di Arcturus Black III: non amava i contrasti, soprattutto se da parte dei suoi stessi figli. Orion era diventato la sua copia sputata, Lucretia sembrava praticamente amorfa.
Non poteva disobbedirgli. Sì, forse avrebbe potuto rischiare di essere esclusa dalla famiglia, ma cosa ne sarebbe stato di lei, in tal caso? Non erano tempi favorevoli alle donne, quelli in cui viveva.
Non le rimaneva che colpire suo padre alle spalle, valeva a dire dall'interno, sposando — se possibile — qualcuno che corrispondesse alle aspettative di suo padre, almeno in parte; ma che non fosse proprio come lui.
Questa sarebbe stata la sua salvezza.
Ma, per il momento, il matrimonio combinato era molto lontano da lei. Per prima cosa, c'erano i suoi esami.
Rivolse lo sguardo a Denis, che le confessò di essere spaventato dal proprio futuro, perché ben sapeva di essere costretto a vivere come una sanguisuga, un parassita, sulle spalle di qualcun altro.
Anche se per motivi diversi, ad entrambi sarebbe toccata la stessa sorte. Lucretia avvertì una certa amarezza nel tono di voce del ragazzo, ma non poté fare a meno di stupirsi di fronte a quella confessione: non si conoscevano da molto, perché confidare i suoi segreti proprio a lei, che era per lui una sconosciuta?
Qualunque fosse stato il motivo che l'aveva spinto a parlarle e ad aprirsi almeno un po' con lei, Lucretia non glielo fece pesare.
Per troppi anni aveva vissuto in solitudine, lontana da tutto e tutti; forse era arrivato il momento di mostrare un minimo di umanità e di calore nei confronti del prossimo.
« Forse sì. Forse vivrai sulle spalle di qualcun altro, ma mi auguro per te che non perderei mai la tua identità, nonostante tutto » gli disse, « Vivere alle spalle degli altri... E' comunque vivere. Non lasciarti abbattere da questo e non permettere all'amarezza dovuta a questo fatto di farti dimenticare chi sei e cosa ami. Se perdi anche questo, solo allora vivrai veramente sulle spalle del prossimo. »
Non sapeva se quel discorso avesse un senso, o meno. Ma voleva che fosse chiara una cosa: qualunque vita fosse toccata ad entrambi, se avessero continuato a provare amore per la vita — vedendola come un dono non indifferente — avrebbero trovato la felicità in molte cose. Tra di queste, una in particolare: la gioia di esistere, di esserci.
E l'esistenza costituisce una grande, anzi immensa opportunità.
Mai e poi mai il giovane Bennett avrebbe creduto che la propria futura esistenza potesse essere paragonata a quella di una ragazza, erede di una delle più rispettabili e ricche famiglie purosangue: lui, nato in una famiglia numerosa che non aveva poi così tanti soldi, privato dalla natura di uno dei principali sensi e probabilmente costretto per l’eternità ad una vita passata perlopiù dietro alle mura domestiche, dipendente dall’aiuto di qualcun altro. Eppure di ciò Denis non era a conoscenza, chissà perché si era aperto in quel modo a qualcuno che neppure conosceva … ma forse era proprio questo ad averlo spinto a farlo, poco contava il giudizio di qualcuno a cui non era legato affettivamente: non doveva temere di deludere o ferire una persona che di lui se ne fregava. E, anche se lo faceva di rado, il giovane si ritrovò a pensare che era bello ogni tanto liberarsi di quel peso che giorno dopo giorno teneva sulle spalle.
“Come farò?” si chiese. Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a tenere tale il segreto più grande che si portava dentro? Che cosa avrebbe fatto quando, inevitabilmente, la sua famiglia avrebbe iniziato a chiedergli quando avrebbe avuto intenzione di metterne su una propria? Erano tutti aspetti che lo terrorizzavano tanto quanto il fatto che, per non ferire i suoi cari, per non infangare il loro nome con un peccato così grave, si sarebbe ritrovato un giorno a baciare sull’altare una donna che non amava né mai avrebbe amato, a crescere con lei dei figli tanto desiderati, sì, ma non tanto quanto quell’amore vero che si era ritrovato a nutrire per un altro ragazzo, amore inaccettabile per la società.
Le parole della giovane lo colpirono e gli sembrarono così adatte alla propria situazione che per un attimo temette che la ragazza fosse in grado di leggere dentro la sua mente. Eppure, non riusciva a sentirsi tranquillizzato, e quel timore dato dalla consapevolezza di un futuro non roseo lo attanagliava ora più che mai, dato che la mente si era ormai fissata su di esso.
« Finirò col perdere la mia identità, con il tempo, perché ciò che sono veramente … » fece una pausa, soppesando le parole per non compromettersi o lasciar intendere qualcosa che potesse metterlo in una posizione scomoda « … ferirebbe chi amo e dopo tutto ciò che hanno fatto per me non posso dar loro un simile dispiacere. Ma allora sarò costretto a sacrificare la mia felicità: vivrò una vita che non voglio, che non mi appartiene soltanto perché questo è ciò che loro desiderano per me … e morirò a poco a poco, diventando qualcuno che non sono, un corpo vuoto, una marionetta che danza al ritmo scelto da chi muove i fili. E, dimmi, Lucretia, non è forse meglio morire? »
Denis non voleva morire. Era un ragazzo pieno di vita, amava viverla ogni giorno anche se questa non era mai stata particolarmente clemente nei suoi confronti. Ed eccolo lì, a parlare di togliersi la vita prima o poi: ne avrebbe avuto il coraggio? Forse no, ma pensava che la morte fosse comunque migliore di una vita come quella che aveva descritto prima. C’era chi gli avrebbe detto che per non essere più una marionetta sarebbe bastato tagliare i fili, ma ecco che agli occhi altrui sarebbe risultato strano e diverso, un pupazzo rotto, difettoso, da aggiustare.
❛ Figlio mio,
ricordo come se fosse ieri il primo Natale che abbiamo passato insieme ben diciannove anni fa e ancora oggi quella gioia immensa fa parte di me. Sei stato e sarai per sempre il più grande dono che la vita mi abbia mai fatto, nonostante tutte le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare.
Spero che passerai un felice Natale anche se sei lontano dalla tua famiglia e che potrai conoscere tantissimi altri giorni come questo, anche quando io non sarò più qui ad augurarti buon Natale. Magari, in futuro, lo passerai insieme a tua moglie e ai tuoi figli perché nonostante tu dica di non volerti sposare ed avere una famiglia, io non ci credo.
Ma sto divagando e devo ancora riferirti gli auguri di tutta la famiglia!
Stiamo bene, anche se i tempi sono difficili, ma tiriamo avanti e non ci lasciamo scoraggiare da tutto ciò che si sente ultimamente. Per fortuna tu sei al sicuro ad Hogwarts: non me lo perdonerei mai, se qualcosa di brutto dovesse accaderti.
Tuo padre ti manda i suoi saluti e un abbraccio, insieme al suo regalo. Dice che ti piacerà sicuramente e che ne avevi davvero bisogno! Ti augura di passare una buona giornata e di festeggiare il Natale con i tuoi amici.
Zio Lester dice che adesso che hai 19 anni, quando tornerai a casa per le vacanze, ti porterà in un certo locale che conosce bene a bere qualcosa insieme e a passare una giornata "da uomini"; non sono sicura di voler sapere cosa intenda con questo e tanto meno voglio che tu ci vada. Insomma, sai come è fatto tuo zio ... è tutto matto. Questo, a quanto pare, sarà il suo dono (la verità è che forse si è giocato i soldi e non ne aveva abbastanza per farti sia il regalo di compleanno che quello di Natale, come se fosse colpa tua!).
Zia Mona mi ha chiesto di scriverti che insieme agli auguri più sinceri ti manda anche una nuova boccetta del dopobarba che usi di solito. Ha detto che posso scrivertelo, perché tanto capisci cosa contiene un pacchetto prima ancora di scartarlo. Spera solo di non aver sbagliato come l'ultima volta ...
Jane-Anne cresce a vista d'occhio! Sta diventando una bambina bellissima e somiglia tantissimo a sua madre. Le manchi tanto e zia Mona dice che non fa che cercarti; da poco ha detto la sua prima parola che non era "mamma", ma qualcosa che assomigliava molto a "Denis".
Il nonno ti manda gli auguri e dice di rigare dritto. Ma sai com'è fatto, non è un tipo molto affettuoso. Anche lui ha deciso di mandarti un regalo, ma non mi ha detto di cosa si tratta ... dovrai scoprirlo da solo.
La nonna ha pianto, ha detto che si ricorda bene quando eri piccolo piccolo e ti nascondevi nella dispensa e te ne restavi in silenzio là dentro, facendoci preoccupare tutti perché non riuscivamo più a trovarti. Dice che ti vuole bene e ti manda un pacco di biscotti al cioccolato, quelli buoni con la glassa. È un pacco enorme, magari dividili con i tuoi compagni.
Credo di non aver dimenticato nulla ... oh, certo! Ovviamente ti ho fatto un regalo anche io, ma non ti scrivo che cos'è; per darti un piccolo indizio ti rivelo solamente che ti sarà utile molto presto e ti starà benissimo!
Ancora tanti auguri di buon Natale e un forte abbraccio da tutta la tua famiglia, aspettiamo presto tue notizie!
— Mamma (e tutta la famiglia Bennett al completo).
Post Scriptum : Ho omesso le parti più imbarazzanti di nonna e zia Mona, visto che ovviamente qualcuno dovrà leggerti questa lettera. ❜
{ 21 maggio 1943 | Sala Comune di Serpeverde | Amber & Olive }
Amber:
Seduta su una delle poltrone della Sala Comune, a quell'ora stranamente vuota, Amber corrugò la fronte. Teneva tra le mani l'ultima lettera di suo padre e, nonostante il contenuto fosse più o meno quello di sempre, la scrittura non sembrava nemmeno la sua. Le lettere che di solito si presentavano pulite, ordinate ed eleganti, ora si susseguivano con fatica, intrecciandosi tra di loro quasi fossero state scritte con eccessiva fretta e desiderassero divorarsi il prima possibile.
Le pareva così strano che pensò che forse doveva averle scritto qualcosa nelle lettere precedenti per dirle che era piuttosto occupato. Avrebbe controllato più tardi.
Con un sospiro, riprese la sua lettura, prestando particolare attenzione alle numerose righe che suo padre aveva dedicato a zia Abigail ed alle discussioni avute con lei. Per quanto fosse una figura sfuggente, sua zia aveva costruito meglio di chiunque altro lo scheletro delle idee che trovavano spazio nella sua testa. Tutti gli ideali sul sangue puro che Amber sosteneva e che le erano già stati accennati nel corso dell'infanzia non solo dai suoi ma anche dalle altre famiglie di purosangue che aveva avuto l'occasione di conoscere, si erano rafforzati ed insinuati dentro di lei dopo le lunghe chiacchierate con la donna, prendendo il sopravvento su quello stato di neutralità ed ignoranza che aveva caratterizzato i primi dieci anni della sua vita.
Socchiudendo gli occhi e distraendosi per un attimo, riportò alla mente i pomeriggi del primo anno a Londra, quando sua zia, accanto al camino in cui un fuoco pallido e gelido bruciava lentamente, faceva passare più velocemente il tempo raccontandole storie di streghe e maghi famosi, rigorosamente purosangue.
Un rumore di passi proveniente dalla zona dei dormitori la riportò rapidamente alla realtà, costringendola a riprendere in mano la consapevolezza di trovarsi ad Hogwarts. Fece appena in tempo a nascondere la lettera prima che il volto di Olive Hornby, Serpeverde del quarto anno, comparisse nella stanza. Con una mano ancora nella divisa, Amber si irrigidì, lanciandole una rapida occhiata.
« Buonasera, Olive. » la salutò, avvolgendo con lo sguardo la sua figura « Va tutto bene? »
Olive:
Olive fissò a lungo il soffitto del suo baldacchino. Era stesa sul suo letto, e nella sua stanza di dormitorio non c’era nessuno. Accanto a lei, troneggiava il libro aperto di Storia della Magia, poggiato doverosamente sul cuscino e ricco di appunti e sottolineature. Se c’era qualcosa che lei faceva sempre, era sforzarsi di rimanere con voti sufficienti, poiché non le piaceva impegnarsi. La stanza era illuminata parzialmente da una luce verdastra, proveniente dall’unica vetrata che dava sul lago nero. Ombre cupe galleggiavano nell’acqua e in qualche modo, si proiettavano sulla stanza, lasciando alcuni angoli completamente bui. Il suo viso stesso si oscurò. Olive allora deglutì e strinse con in un pugno una piega del lenzuolo color smeraldo; le vennero in mente tutti i motivi per cui lei non fosse una bella persona. Ma chi se ne fregava, in fondo? Ella non avrebbe mai potuto aggiustare molte cose, né tantomeno cancellarle da qualsiasi memoria, che sia la sua, o di qualcun altro. Tutto quello che poteva e sapeva fare era respingere gli altri, e diamine, se sapeva farlo bene.
Ma soprattutto, quando si trovava in momenti come questo, quando affondava nel mare dei suoi pensieri, tutto quello che avrebbe voluto fare era semplicemente…non pensare. Svuotare la mente. Rendersi conto che era solo un’idiota a comportarsi così; agire e basta.
Fu allora che al posto di una massa scura sopra di lei vide il legno del soffitto del suo letto a baldacchino, le intarsiature e i motivi del compensato con cui era fatto. Gli occhi ne seguirono le forme, e per qualche minuto, nulla le arrivò al cervello. Era più o meno così che si definiva in fenomeno dello ‘scendere dalle nuvole’, gli occhi ignoravano la realtà, e tornavano ad osservare come osservavano un tempo, vedevano i ricordi, i pensieri…davano loro un’immagine, un aspetto. E quando si cadeva nella dura realtà i dettagli di ciò che ti stava attorno tornavano vividi come non mai. Olive allora sorrise, e si mise a sedere, al margine del letto. Adesso tutto il suo volto era illuminato; allora sospirò, e ricordò a se stessa di non cedere ai tranelli della mente. Sistemando i suoi capelli mossi, giunse alla porta con la decisione di scendere in sala comune. Sarebbe stato bello, ecco, restare lì o dirigersi in Sala Grande, dove amava assistere e partecipare alle polemiche assurde di qualche studente problematico.
Mentre scendeva dai dormitori, accarezzò il corrimano della scala a chiocciola che conduceva al cuore dell’area Serpeverde. Qualche camino, più angoli con poltrone rigorosamente in pelle nera, tavoli per studiare. Oh, e appunti e fogli scarabocchiati ovunque. Ma non che quella fosse la casata dell’ordine estetico; tuttavia, Olive pensava che quella carta potesse essere usata per alimentare i fuochi dei camini, spesse volte piccoli e che non donavano molto calore al luogo. S’aspettava di trovare qualche anima viva a parlottare con altre, ma nulla. Se vi era qualcuno, se ne stava in assoluto silenzio, e ciò non era strano quanto insolito. Tra questi studenti, spiccava Amber, che la salutò nel suo solito modo, rapido e freddo. Non che fosse tanto diversa da lei, sotto questo aspetto. La bionda era seduta su una di quelle poltrone vicino al camino, e teneva un foglio tra le mani.
« Ciao, Amber. Va che è una meraviglia, come al solito. »
Disse lei, con un filo di sarcasmo, per poi accomodarsi su una poltrona accanto a quella della concasata. Vi sprofondò completamente, per quanto fosse comoda; le mani venivano poggiate sui braccioli, anch’essi in pelle e che a contatto parevano freschi, nonostante la vicinanza dal camino. Olive avrebbe voluto sapere quale mai fosse il contenuto della lettera nelle mani di Amber, ma preferì tenere la domanda per sé.
Amber:
Amber fece scivolare la mano pallida fuori dalla divisa, sentendosi rassicurata ora che la lettera si trovava al suo posto, nascosta da occhi indiscreti. Non che Olive fosse una minaccia per lei o che la lettera contenesse qualcosa di particolarmente importante, ma si era sempre sentita protettiva nei confronti delle /sue/ cose.
All'età di otto anni aveva iniziato a conservare i fiori che sua madre portava a casa dalle passeggiate in giardino. Li premeva tra le pagine ingiallite dei libri presi dalla biblioteca e li abbandonava lì, immaginando nella sua testa i loro petali delicati diventare raggrinziti e fragili, così sottili da poter essere spezzati con un solo tocco. Non ritornava mai a vederli. Aveva paura di quella debolezza, l'aveva vista anche nelle membra tremanti di sua nonna.
Non voleva diventare così.
Le piaceva pensare che un giorno, dopo averne finalmente trovato il coraggio, avrebbe riaperto uno di quei pesanti volumi trovando almeno uno dei fiori ancora intatto e resistente. Forse avrebbe potuto imparare il suo segreto, diventare come lui.
Non avrebbe comunque mai scoperto se ciò si sarebbe avverato.
Un pomeriggio, Armand era entrato prepotentemente nella sua stanza, poco prima della cena, mentre chiudeva per l'ennesima volta un libro, soffocando i petali ancora aperti alla vita. L'aveva guardata, l'aveva presa in giro, ma le aveva chiesto di poter guardare ciò che stava facendo. Amber faticava ancora a ricordare cos'era successo. Sapeva solo che l'attimo dopo il volume era nelle mani del ragazzo che, senza farsi scrupoli, lo aveva scosso facendo cadere a terra tutti i fiori.
Lo aveva solo guardato, senza dire nulla mentre lui, col suo stupido ghigno, li pestava.
Da quel momento aveva sempre tenuto strette le sue cose. Le nascondeva, le chiudeva a chiave nei cassetti, le portava con sè. Prestava solo ciò che le era superfluo, ciò che non le serviva.
Non voleva che gli altri vedessero, non voleva che gli altri minacciassero ciò che per lei era prezioso ed importante, compresi i suoi stessi pensieri.
Fu infatti grata ad Olive quando non chiese nulla a riguardo alla lettera e rispose semplicemente alla sua domanda. Non le fu difficile, comunque, cogliere il sarcasmo nella sua risposta.
La guardò sprofondare nella poltrona di pelle accanto alla sua, rimanendo in silenzio per pochi istanti mentre l'ultimo eco delle domande riguardo a suo padre si dissolveva in qualche punto della penombra che aleggiava nella sua testa.
« Qualcosa non va? » chiese, evitando accuratamente il suo sguardo e prestando attenzione al debole fuoco nel camino.
Olive:
Olive si rese conto solo nel momento in cui perdeva tempo a sprofondare il suo corpo nella poltrona, che il pezzo di carta nelle mani della bionda non c’era più, e che effettivamente era stata molto rapida e brava a nasconderlo dalla vista non sua, ma di tutti i presenti. O almeno, così pareva. Alzò un sopracciglio, e non si disturbò a nascondere la sua espressione. Non lo faceva mai, comunque.
Olive non se ne fece un problema; con quel poco che conosceva di Amber, era abbastanza da lei essere riservata. Inoltre, Olive non le aveva fatto alcun torto, e sempre che non le stesse antipatica, non poteva reagire così se non per diffidenza. E ci credeva.
Come aveva imparato a fare da molto tempo, scrollò le spalle e vide di non interessarsi troppo alla faccenda. Tuttavia Amber restò impassibile e in silenzio per qualche istante dopo che Olive ebbe pronunziato la risposta alla sua domanda. Sinceramente, non era tanto sicura che ad Amber importasse tanto di come stesse, a quanto pare sembrava solo un modo per cominciare una conversazione. E ad Olive non piaceva troppo, neanche lei sapeva come stava, quando le cose andavano come sempre; a questo punto, il resto dei suoi anni ad Hogwarts avrebbero potuto attenderla rinfacciandole bruscamente i suoi primi quattro. Tra i G.U.F.O., i M.A.G.O., un’antipatica Mirtilla tra i piedi, col suo solito viso da infante, e il quidditch, ella non sarebbe stata tanto differente dalla giovane ch’era adesso. Certo, gli amici erano pochi e da considerare inesistenti, eppure questo aspetto non le interessava così tanto da pensare al futuro per loro. E Amber era una di quelle tipe che l’avrebbero fatta scappare a gambe levate dal posto per quanto fossero così taciturne e inquietanti. Non era affatto lo stereotipo di persona che Olive gradiva. Ovviamente non era colpa della bionda se preferiva i libri alle conversazioni nella Sala Grande. Per giunta, non volle nemmeno pensare a quello che succedeva di frequente in quel luogo.
« Direi che andrebbe benissimo se riuscissi a ricordare giusto qualcosa di Storia della Magia. »
Olive amava lasciar morire le conversazioni. Non avrebbe più avuto modo di parlare e/o affrontare le persone, le faceva sprecare tempo. Ma con Amber sarebbe stato troppo facile e strano.
Le era subito venuto in mente il libro di Storia della Magia in dormitorio e insomma, quel che aveva detto non era propriamente vero, si sentiva di dire qualcosa dopo aver notatolo sguardo dell’altra evitare il suo.
Una caratteristica particolare di Olive era il contatto visivo. Era suo solito fissare qualcuno negli occhi e non smettere di farlo finchè egli non distoglieva lo sguardo, incapace di mantenerlo; lo faceva con Mirtilla, con suo fratello, con chi aveva torto, o semplicemente, ad istinto. Le dava un senso di superiorità, e per Salazar, se le piaceva. Solo quando qualcuno ci riusciva, allora Olive sorrideva compiaciuta e tornava a conversare.
Accavallò una gamba sull’altra e per un po’ seguì anche lei i movimenti irregolari delle fiamme verdi nel caminetto di pietra. Dopodichè tornò su Amber e aspettò che sollevasse lo sguardo.
Amber:
La risposta di Olive le arrivò come ovattata mentre con lo sguardo seguiva le deboli fiamme attorcigliarsi le une sulle altre. La ascoltò, ma distrattamente, concentrandosi per qualche istante sulla strana sensazione che le dava l'essere lì, accanto ad un camino e quasi alla fine di maggio, ma senza sentire nemmeno un po' di calore.
Aveva sempre trovato la Sala Comune un luogo accogliente, negli anni passati. Era talmente grande da permetterle di nascondersi da qualche parte e stare lì indisturbata a leggere o a guardare le creature che abitavano il Lago Nero e che, di tanto in tanto, si avvicinavano ai vetri delle alte finestre. Nessuno le parlava mai, nessuno veniva a cercarla e, soprattutto, nessuno poteva vederla mentre, con rapide occhiate, sbirciava il mondo passarle davanti.
Quando non era impegnata a fare le sue cose, Amber osservava.
Non si poteva definire di certo una persona pratica; tutto ciò che si trovava al di fuori della sfera personale e che richiedeva l'improvviso estraniarsi dalla sua mente risultava uno sforzo.
I contatti che aveva avuto con le altre persone erano ridotti al minimo e relegati più che altro all'orario delle lezioni o a qualche breve conversazione nei corridoi o nella Sala Grande con altri suoi concasati. Per cui, si accontentava di "conoscere" gli altri attraverso i loro gesti e le loro espressioni.
Riprendendo coscienza della presenza dell'altra Serpeverde, si voltò di scatto, sfiorando distrattamente il bracciolo della poltrona. Non che la cosa la preoccupasse particolarmente, ma avrebbe gradito trovare un modo di continuare quella conversazione.
Notando che Olive era a sua volta distratta dalle fiamme del camino, osò alzare lo sguardo sul suo viso per guardarla, pregando di trovare qualcosa da aggiungere per non lasciar morire lì quella conversazione iniziata da pochissimo.
A dire il vero non le interessava sapere di come le stesse andando l'anno scolastico in generale, nè si aspettava che da quell'incontro nascesse un qualche tipo di situazione diversa dal resto di quelle che le si presentavano davanti ad ogni giornata. Sperava più che altro di riuscire ad allontanare quella sensazione che, poco prima, mentre leggeva la lettera che suo padre le aveva mandato, le aveva attanagliato lo stomaco. Odiava non sapere nulla di ciò che le interessava, odiava non essere capace di controllare tutto quello che le era caro e che riteneva assolutamente importante.
Avrebbe preferito che Olive se ne fosse rimasta in dormitorio, così da permetterle di passare del tempo da sola a riflettere. Visto che le cose, però, non potevano di certo andare come voleva, Amber si era rassegnata all'idea che /forse/ la Serpeverde del quarto anno sarebbe potuta risultare una distrazione sufficiente per allontanare quei pensieri dalla sua testa almeno per un po'.
Consapevole di aver perso ormai troppo tempo a pensare, si costrinse quindi ad annuire lentamente nella direzione dell'altra.
« Col quidditch come va? » domandò, puntando subito su un argomento che sapeva stare a cuore ad Olive.
« Non lo seguo molto. Sono stata poche volte a vedere qualche partita e non so nemmeno com'è messa la nostra squadra. » aggiunse come a voler ricordare all'altra che, nonostante tutto, la questione non la interessava particolarmente. Se doveva essere sincera, le rare volte in cui aveva assistito a qualche incontro non era stato poi così male, ma doveva proprio ammettere che quello sport non rientrava nei suoi interessi principali e che se fosse improvvisamente sparito dalla faccia del mondo magico, non sarebbe cambiato assolutamente nulla nella sua vita.
Olive:
Fu sollevata nell’accorgersi del cambiamento dei modi di Amber. D’un tratto, dall’essere taciturna e con la testa chissà dove, si decise finalmente a rivolgersi ad Olive in modo interessato. O quasi. Tuttavia, era un traguardo ed i suoi nervi iniziarono ad essere meno tesi. Certe volte detestava il silenzio. Certune, no. Credeva. . .dipendesse dalle persone con cui stava. Ecco, Amber non le metteva quel timore che le dava qualcun'altro; la metteva solo in difficoltà con i rapporti sociali. Quelle poche volte che avevano parlato in Sala Grande non erano state così male, per dire, si trattava di conversazioni frettolose e mondane che tutti avrebbero saputo affrontare.
Per questo si sentì in crisi quando " Col quidditch come va? " riecheggiò come sola cosa per tutta la sala comune, ancora silenziosa, oltre i mormorii di alcuni studenti. Assottigliò gli occhi, rendendoli due fessure e dando l'impressione di star analizzando la domanda. Questo finchè, con suo stupore, Amber continuò a parlare come se niente fosse.
Si mise comoda sulla poltrona, mettendosi a gambe incrociate.
« Col quidditch? Tutto bene, direi. »
Cercò di sembrare meno interessata possibile ; era un argomento che le stava molto a cuore, vero, ma proprio per questo non amava sfoggiare l'unica attività che le piaceva. Forse ciò stava cominciando ad essere troppo evidente, e lei a sembrare patetica. Si ricompose di nuovo, mantenendo un'espressione neutrale e giocherellando con i capelli mossi.
« Beh, se non lo segui molto sei una dei pochi, qui al castello. E, uhm, direi che la nostra squadra è messa piuttosto bene. Cioè, non credo ci sia bisogno di dirlo. . . »
Rise di gusto, ricordandosi delle vittorie collezionate in quegli anni. Ogni squadra aveva un modo proprio di giocare, e infatti c'era chi giocava con le buone e chi con le cattive. Non c'era neanche bisogno di esprimersi su chi usasse le cattive, ed Olive adorava, a modo suo, ma lo faceva, giocare sporco. I serpeverde lo facevano sempre.
/ / 22 maggio 1943 ; Campo di Quidditch ; Primo pomeriggio ; — Olive & Elizabeth / aspasiae / /
I suoi passi la portarono uno ad uno oltre gli spalti, oltre le pareti di legno sottostanti alle gradinate. Le sue scarpe non toccavano più i duri sassi dei sentieri che conducevano al campo di Quidditch, né le rumorose assi di legno degli spalti, bensì calpestavano il morbido suolo, l’erba del primo mattino, ricca di brina. Come uscì all’aperto, l’odore di vecchio venne sostituito con aria fresca e pura. Del venticello le sfiorò il viso, e le smosse leggermente i capelli ondulati. Ammirò dal basso l’immensità del campo, le sue alte colonne e gli anelli. Gli stendardi sulle colonne danzavano col vento, e dietro di esse si ergevano imponenti rilievi della Scozia, ricchi di vegetazione, verdi. Verdi come i suoi occhi, come parte della cravatta della divisa, come la spilla, e come il mantello che indossava per fare Quidditch. Mantello che era ancora conservato negli spogliatoi; Olive infatti, non era venuta per allenarsi, tuttavia, quel posto le dava ancora senso di armonia quando non c’era nessuno. La sensazione di piccolezza, di sferzare l’aria mentre era in volo…non erano quel genere di impressioni che si potevano dimenticare. Poteva sembrare che Olive fosse una persona amorfa, priva di impegno in qualsiasi attività extrascolastica, e invece non era così. In fondo in fondo, la serpeverde sapeva che il quidditch era una delle cose che le riuscissero meglio, una di quelle in cui ci metteva impegno…anche se non l’avrebbe ammesso a nessuno.
Non era esattamente sola. Vi era qualche studente, seduto tra le gradinate, a parlottare con il compagno o a trascorrere momenti di libertà dai compiti; non era insolito, Olive lo sapeva. Gli studenti di Hogwarts lo facevano spesso, eppure anche con la presenza di poche persone, la ragazza continuava a preferire questo genere di situazione che gli spalti affollati durante una partita.
Era brava. Questo non lo negava, e l’aiutava a costruirsi una solida autostima di sé. Era brava, si.
Aveva in qualche modo intenzione di sedersi, ma tutto quello che fece fu appoggiarsi al cornicione delle gradinate, ricoperto da quella fastidiosa fantasia a scacchi sugli stendardi che rivestivano gran parte delle tribune; per ogni settore del campo, vi erano diversi colori sugli scacchi, precisamente, i colori di ciascuna casata di hogwarts.
Solo in quel momento, però, si accorse della sagoma scura in volo, in contrasto con il bianco sporco delle nuvole che coprivano il cielo. Nonostante fosse maggio e la temperatura non fosse una delle migliori, soprattutto in quei territori di desolata campagna, uno aveva il coraggio di uscire all’aperto e allenarsi da solo. Riconobbe il mantello della divisa da quidditch di Corvonero, dal blu cobalto inconfondibile, e dalla posizione vaga in campo che si doveva trattare di una cacciatrice, o di una cercatrice. Aveva dei fluenti capelli biondi legati e un corpo esile, e dalle forme femminili. Fu facile quindi intuire che fosse una ragazza; Olive però non si curava di conoscere i nomi dei giocatori delle altre squadre, a meno che non si trattasse di giocatori davvero bravi e per cui valeva la pena saperne almeno il cognome. La osservò con scarso interesse per un po’, mentre si librava in aria e faceva vari giri superficiali ma in maniera rapida per il perimetro ovale del campo: c’era qualcosa che non andava in quell’esercizio, ed Olive era più che certa che la corvonero non fosse esattamente allenata. Incrociò le braccia, e continuò ad osservarla, lo sguardo scettico che seguiva la sagoma in controluce della giocatrice.
27 aprile 1943
Black Manor
Cassiopea D. Black e Walburga H. Black
Il tempo che Cassiopea Black trascorreva con i propri familiari era decisamente esiguo, la giovane donna preferiva infatti viaggiare lontano da casa e per lunghi periodi, ponendo in questo modo una non indifferente distanza fra sé e persone che ormai considerava quasi estranee. Erano poche le eccezioni, ovvero quei membri della famiglia Black a cui Cassiopea era affezionata e, fra queste, rientrava la nipote Walburga.
Colei che ormai considerava come la figlia che mai avrebbe potuto avere a causa della sua decisione di non sposarsi mai. Eppure, la differenza fra le due non era poi tanta: Cassiopea aveva dieci anni quando aveva tenuto per la prima volta una neonata Walburga in braccio.
Quel giorno, la giovane Black aveva progettato di trascorrere una serata sola con l'adorata nipote che non vedeva da tanto ed era ansiosa di poter fare due chiacchiere con lei.
Un semplice vestito indaco fasciava il corpo snello, ai piedi candide scarpe con pochi centimetri di tacco e i capelli intrecciati una semplice acconciatura bassa: Cassiopea vestiva sempre in maniera sobria, non amava gli eccessi e gli orpelli inutili. E poi, per quella serata, andava bene così.
Aveva appena ordinato all'Elfo Domestico di preparare il tè quando vide la figura di Walburga fare la propria comparsa nel salone, si alzò in piedi e le andò incontro con un sorriso smagliante sulle labbra, allargando le braccia per accoglierla in un affettuoso abbraccio. Tutto, nella giovane, testimoniava quanta gioia provasse, ma soprattutto quanto questo sentimento fosse puro e sincero.
« Mia cara Walburga! Sono così contenta di rivederti! Come stai? Vieni, vieni, siediti qui con me! »
4 gennaio 1943
Dormitori maschili di Corvonero
Kendeas Phoebus Greengrass e Denis René M. Bennett
Qualche giorno dopo il litigio, Kendeas decise di andare da Denis per parlare, sempre che il suo amato volesse farlo. Si incamminò verso il dormitorio del VI anno e bussò tre volte sentendo dei movimenti all'interno della stanza.
"Denis? Sei tu? Aprimi ti prego.."
« Tanto entreresti comunque, no? »
Aveva cercato di evitarlo, ma ormai non ne poteva più. Prima o poi avrebbero dovuto parlarne, quindi perché non subito?
Denis si alzò dal proprio letto su cui era seduto fino a poco prima.
"No se tu non vuoi"
Disse abbassando il viso sospirando appena. Si era pentito delle sue azioni ma non aveva perdonato Denis per ciò che gli aveva detto. Gli faceva male pensare di dovergli stare lontano, ma nonostante questo sapeva che il suo amato doveva almeno parlargli per potersi chiarire.
Sbuffò appena e raggiunse la porta, la aprì e si fece da parte per farlo entrare. Era ora di cena, ma Denis non era sceso in Sala Grande, anzi era già in pigiama.
« Allora? »
Esordì, sospirando.
Stava per aprire bocca e parlare ma quando vide suo pigiama sorrise teneramente paragonandolo a un piccolo pulcino appena uscito dal nido.
"Volevo scusarmi per la scenata. Avrei dovito parlartene in privato ma ora sono qui per questo."
Fece correre una mano fra i propri capelli ed annuì alle parole di Kendeas. Aveva fatto di tutto per proteggerli entrambi e lui aveva buttato tutto al vento, ma probabilmente - e di questo si era reso conto troppo tardi, riflettendoci sopra - l'aveva trattato con troppa freddezza in pubblico.
« Sì, hai ragione. Ma che importanza può mai avere ora? Il danno, ammesso che ci sia, è già fatto. »
"Importa perché io e te dobbiamo chiarirci."
Rispose guardandolo passarsi la mano tra i capelli rendendoli ancor più simili alle piume scompigliate di un canarino.
"Io mi sento davvero male quando tu mi dici cose come"sei imbarazzante""
« Non capisci, Kendeas? Chiarire che cosa? Abbiamo giurato che nessuno avrebbe mai saputo di noi. E tu, come se niente fosse, fai una scenata come quella davanti ad altre persone. Non hai /idea/ di cosa subiscano quelli come noi fra i Babbani. »
Fece una piccola pausa, poi scosse lievemente la testa come a voler cancellare ciò che aveva appena detto. Tutte le poche cose che conosceva sui Babbani erano frutto dei rari racconti di suo nonno, non spesso piacevoli.
« Mi dispiace. Mi dispiace /tanto/. E non lo dico così, per terminare questa conversazione il prima possibile. Non me ne rendevo neppure conto. E, comunque, non sei affatto imbarazzante. A tutte quelle cose che ti dico, non crederci mai e poi mai: non sono vere. »
"Io... perdonami. Quel giuramento lo so, l'ho infranto ma non tutti hanno ascoltato o comunque capito. E non pensare ao babbani, noi possiamo avere una possibilità"
Gli prese il viso tra le mani, accarezzandogli i capelli posando la fronte sulla sua.
"Se non sono vere perché le dici... sai bene che sei la mia unica certezza. Se inizi a dirmi tu cose false, se io inizio a dubitare di te, non posso che dubitare anche del resto del mondo..."
« Come puoi essere certo di questa possibilità? L'ho fatto per entrambi e non per un mio capriccio o perché me ne vergogno e -- »
S'interruppe sentendo le mani di Kendeas sul proprio viso.
« Le persone dicono tante cose che non pensano, in realtà. E, ti prego, non ricominciare con il dubbio ... »
Rimase stupito da quelle sue parole e allontanò la fronte da quella di lui. Come poteva dire una cosa simile? Come riusciva a parlare e a far passare per vere cose che erano /chiaramente/ false?
"Come puoi dire 'smettila con il dubbio'? Come posso essere certo /io/ che tu non stia dicendo davvero ciò che pensi? "
« Kendeas, stammi a sentire perché non te lo dirò di nuovo, chiaro? »
Strinse le labbra e inspirò profondamente: raramente esponeva in maniera così esplicita i propri pensieri e i propri sentimenti, ma con il ragazzo pareva non si potessero usare altri mezzi se non l'ovvio.
« Ti apprezzo così come sei. Ti apprezzo malgrado le tue stranezze perché, in fondo, tutti ne abbiamo e chi sono io per giudicare? Apprezzo la passione con cui parli di quello che ti piace e sono disposto ad ascoltarti. Ma, per favore, /almeno/ quando parliamo di questioni così /serie/ non farmi venire la paranoia con i tuoi ragionamenti contorti. »
Pensò un po' alle parole di Denis e cercò di riflettere su tutti i suoi discorsi fatti con lui e, in fondo sapeva che aveva ragione. Un dolce sorriso spuntò sul suo viso e strinse forte il ragazzo dinnanzi a lui, respirando il suo profumo posando le labbra sul suo collo.
"D'accordo, la smetterò. Farei di tutto per te anche se accantonare il 'Discorso' sarà dura."
«Non ti chiederei mai di accantonarlo. Solo ... c'è un tempo e un luogo per ogni cosa. Quando lo vorrai, io sarò disposto ad ascoltarti mentre leggi quel libro, va bene? »
Disse, sforzandosi di non dar a vedere a Kendeas quanto gli costasse dire quelle parole: il ragazzo gli aveva letto il suddetto libero così tante volte che quasi, quasi iniziava ad impararlo a memoria pure lui. Ma cosa non si fa per una persona a cui si tiene immensamente ...
« Mi ... mi perdoni per averti detto che sei imbarazzante? Che oltre tutto non è affatto vero ... e anche per averti zittito? »
Chiese e poi, non senza fatica, cinse i fianchi del ragazzo con le braccia.
"D'accordo."
Sussurrò al suo orecchio sfiorandogli lievemente la schiena. Sentendo le braccia di Denis, muoversi meccanicamente attorno ai suoi fianchi, fece un debole sospiro allontanandosi appena da lui.
"Non sei costretto ad abbracciarmi se non vuoi. Non mi offendo, tranquillo."
Disse con un tono triste nella voce, sforzandosi di sorridere anche se lui non l'avrebbe visto.
« No, è solo che -- »
Denis lasciò perdere prima ancora di spiegarsi, ma il tono triste di Kendeas non gli era affatto indifferente. Quindi si avvicinò, gli prese il viso fra le mani e posò le labbra sulla sua fronte, per poi separarsi da lui frettolosamente, come se non fosse successo nulla.
Non gradiva dimostrare concretamente il proprio affetto e quindi, dopo quel leggero bacio, diede al ragazzo due lievi colpetti sulla spalla, rivolgendosi a lui come se fosse suo figlio e non la persona che amava.
« Ora scendi a cenare, dai. Non andare a dormire con la pancia vuota. »
Sorrise a quel piccolo bacio e prese la mano di Denis, stringendola appena per poi posarci sopra le labbra in un elegante bacio, com'era stato educato.
"Buonanotte, Renè."
Disse mettendosi in posizione eretta, voltandosi verso la porta uscendo dal dormitorio, sorridendo appena dato dall'episodio appena concluso.
« Buonanotte. E non trattarmi come una donna ... »
Rispose abbozzando un piccolo sorriso nell'avvertire le labbra di Kendeas sulla propria mano, senza ammettere che in fondo quel gesto era gradito.
Rimase ad ascoltarlo mentre se ne andava, poi tornò a sedersi sul suo letto un po' più sereno rispetto a prima, dopo aver chiarito.
12 febbraio 1943
Dormitori maschili di Corvonero
Monologo
Evento “Saint Valentine’s Disaster”
« "Mio grande e prezioso amore, scrivo queste poche righe a te che sei la luce de--" Luce dei miei occhi?! Oh, come no! Cancella tutto. »
La fronte del giovane andò a cozzare contro il legno del tavolo, in un gesto di pura e disperata esasperazione. Intorno a lui, pergamene appallottolate se ne stavano un po' ovunque a far da cornice al tutto. Denis si passò le mani sul viso, portò ciocche ribelli di capelli dietro le orecchie mentre il rumore della penna variopinta che sfrecciava sul foglio per cancellare le parole appena dettate riempiva le sue orecchie di un ronzio continuo.
Un sospiro. Ultimo di una lunga serie, primo di un'altra infinita. Si sentiva come se qualcuno avesse stappato il suo cuore come una bottiglia e lo avesse capovolto per farne uscire tutte le emozioni, compreso quell'amore forte e folle che si era improvvisamente impossessato di lui e che non sapeva assolutamente come gestire.
Ma ora, il suo unico problema era quello di finire in tempo la lettera per la persona amata.
« Non posso mica presentare un foglio tutto scarabocchiato. »
Sentenziò per quella che forse era la decima volta (oppure la quindicesima?) mentre le mani appallottolavano la pergamena e la buttavano lontano.