First meet
20 marzo 1943 Sala Grande Lucretia Black e Denis René M. Bennett
« Stupido. / Stupido / d'un Ignatius Prewett! » sibilò Lucretia Black.
Con il volto in fiamme per via dell'imbarazzo, la mora figlia di Arcturus Black III scese a perdifiato l'ultima rampa di scale che la separava dal portone d'ingresso della Sala Grande. Non appena mise piede sull'ultimo gradino, arrestò la sua corsa e, nervosamente, si scostò una ciocca di capelli dalla fronte; sembrava che stesse cercando di scacciare qualche brutto pensiero, piuttosto che qualche capello ribelle. In effetti, stava giusto cercando di dimenticare la scena cui aveva appena assistito; e, in particolare, l'enorme stupore dimostrato da Ignatius Prewett, quando l'aveva trovato in compagnia di una ragazza di Grifondoro. Molto probabilmente, i due stavano solo parlando, ma una parte di Lucretia — quella soggetta alla gelosia, evidentemente — non aveva voluto credere nemmeno per un istante a questa eventualità.
Si era alterata quasi immediatamente e, senza dire nemmeno una parola, si era allontanata col suo solito passo carico di presunzione. Non aveva dato il tempo al povero Grifondoro di fiatare, sempre che fosse stata sua intenzione farlo. "In fondo, se ci pensi bene, mia cara Lucretia..." le stava dicendo una vocetta interiore proprio su quell'ultimo gradino, "Tra te ed Ignatius Prewett non c'è alcun legame particolare. Quindi, è inutile che ti alteri tanto!" « E invece no! » esclamò ad alta voce Lucretia, che sembrava essersi dimenticata di essere sola e di poter, dunque, passare per pazza. Poco dopo, però, sentì la propria voce riecheggiare nell'atrio ed avvampò nuovamente: aveva fama di essere una persona silenziosa, oltre che estremamente pudica. E, anche se non le importava poi molto dell'opinione che gli altri avevano di lei, che cosa avrebbero pensato dopo averla sentita farneticare davanti al portone della Sala Grande? Ebbene, era il momento di farla finita con quella dimostrazione esplicita dei suoi sentimenti per Ignatius Prewett, si disse. Per anni, era stata capace di nascondere ciò che provava a qualunque persona avesse incontrato sulla propria via, perfino ai suoi genitori; in particolare a suo padre. Non avrebbe mai permesso ad un giovanotto di diciassette anni di sconvolgere la vita che aveva vissuto per altrettanti diciassette anni. Sapeva essere una ragazza molto orgogliosa, a volte. Così, sempre con passo deciso, fece il suo ingresso nella Sala Grande. A quell'ora, non c'era nessuno, dato che non era ora dei pasti e che molti ragazzi preferivano usufruire della biblioteca per studiare, piuttosto che della Sala Grande. L'unico studente presente nella stanza era un ragazzo di Corvonero, seduto il silenzio presso il lungo tavolo della sua Casata. In un attimo, Lucretia si ritrovò a pensare che, se fosse rimasta da sola, molto probabilmente la sua mente sarebbe ritornata alla scena "idilliaca" — con molta, molta ironia — cui aveva assistito. Quindi, perché non parlare con quel ragazzo? Si avvicinò in silenzio al suo tavolo e chiese con un tono di voce stranamente gentile per un membro della Casata di Salazar Serpeverde: « Ti dispiace, se mi siedo accanto a te? »
"Lasci che glielo dica, signor Bennett, lei è un /vero/ disastro!" Era successo di nuovo. Non sapeva neppure come, ma era successo ancora una volta. Si era voltato nell'udire il contenuto del proprio calderone che bolliva un po' troppo per cercare di rimediare ad un possibile danno ed ecco che ne aveva combinato un altro. Il proprio braccio urtò qualcosa e subito dopo ecco il rumore del vetro che si infrange a terra. Il professor Lumacorno non si era arrabbiato, ma aveva pronunciato quelle parole con un tono di voce così esasperato che se gliele avesse urlate in faccia Denis si sarebbe sentito meno colpevole. Il capo basso, le mani strette in grembo mentre ascoltava ciò che l'insegnante aveva da dirgli e poi fuori dall'aula. Era mortificato. Certo, non era stata colpa sua, ma non poteva fare a meno di chiedersi se ci fosse stato un modo per evitarlo. Silenzioso, solo, aiutato solamente dal proprio bastone che picchiettava contro la pietra, Denis si avviò senza un preciso motivo verso la Sala Grande forse perché, in fondo, sapeva che l'avrebbe trovata deserta. E così fu. A giudicare dalla totale assenza di voci e rumori, il ragazzo capì di essere completamente solo anche se, dopotutto, era ovvio: gli altri studenti erano tutti a lezione. Prese posto al tavolo dei Corvonero, appoggiò il bastone alla propria destra e le braccia conserte sul tavolo. A lungo rimase immobile, muto, lo sguardo fisso come di consueto nel nulla; se non fosse stato per il lieve alzarsi ed abbarsi del suo petto dato dal respiro, sarebbe potuto benissimo passare per pietrificato. Di preciso non sapeva quanto tempo avesse passato così, ma qualcosa all'improvviso lo riportò quasi con brutalità alla realtà: qualcuno era arrivato, aveva udito dei passi. Chiunque fosse, gli si avvicinò e Denis implorò che non si trattasse di qualcuno piuttosto chiacchierone: non era affatto di buonumore e non voleva rischiare di risultare scortese. La voce di quella che si rivelò essere una ragazza gli suonò sconosciuta e da questo comprese che non si trattava di una Corvonero: lui sapeva riconoscere tutte le voci delle sue compagne di Casata. Si chiese come mai la nuova arrivata volesse accomodarsi proprio al suo fianco, ma subitò dopo scartò questo quesito pensando che, alla fine, non erano affari suoi. « No, non mi dispiace, siediti pure. In fondo non sono il padrone di questa panca e non decido io chi si siede e chi no. » Rispose, senza che il pensiero di voltare il capo verso l'altra gli sfiorasse la mente. Si sforzò di fare un piccolo sorriso affinché le proprie parole non suonassero troppo dure.
Man mano che passavano i minuti, i bollori della rabbia di Lucretia cominciarono a raffreddarsi e la sua mente — di solito molto razionale — cominciò ad analizzare con profonda attenzione la scenetta cui aveva assistito. Se, in un impeto di rabbia, aveva creduto di poter essere addirittura gelosa di Ignatius Prewett e di pretendere che lui non parlasse con ragazze che non fossero lei, adesso si chiedeva quale diritto potesse avanzare su quel giovanotto. Nessuno. E questo pensiero non fece che farla arrabbiare nuovamente, solo che — questa volta — era arrabbiata con se stessa perché aveva reagito con impulsività. Per fortuna, le parole di quel ragazzo di Corvonero la riportarono alla realtà. Solo allora si prese qualche istante per poterlo osservare più attentamente: quando era entrata, infatti, non si era accorta dell'aria mogia del ragazzo; e il suo tono di voce aveva tradito una certa volontà di essere lasciato in pace. Desiderio che proprio lei avrebbe potuto comprendere meglio di molti altri. Ciò nonostante, le sembrava sciocco ritirare la propria richiesta all'ultimo minuto; anche perché, pensava, ciò non avrebbe fatto che innervosire nuovamente quel ragazzo. Così, mormorando un « grazie », si sedette al suo fianco sulla panca e rimase in silenzio a fissare il caminetto momentaneamente spento di fronte a lei. Adesso, quasi non le importava più di Ignatius Prewett e della ragazza di Grifondoro che aveva visto parlare con lui. Tutto ciò che le importava era la figura che aveva fatto di fronte a quel ragazzo. Non che pensasse che gli importasse di lei, in quel momento, anzi! Forse la sua presenza non lo sfiorava minimamente. Le sembrava, infatti, che il ragazzo fosse preso da tutt'altro che quel pensiero. Un lampo di curiosità si accese dentro di lei, ma lo mise immediatamente a tacere, dato che — in fondo — non erano affari suoi e che non conosceva quel ragazzo. Ma l'atmosfera in quell'enorme salone si stava facendo molto pesante, se possibile. « E' strano » disse, d'un tratto, « Il silenzio che c'è qua dentro, intendo. Di solito, questo salone è così pieno di persone, che si sentono voci rimbombare un po' ovunque. Con tutto questo silenzio, ha un qualcosa di tetro. » E, in effetti, la Sala Grande mancava del calore che la caratterizzava di solito. Non c'erano caminetti accesi, o fiaccole dalle scintille brillanti, e nemmeno quel brusio cui ci si affezionava, con il tempo. Non c'era nulla di tutto ciò, solo una sala spoglia, illuminata solo dai raggi solari che filtravano la loro luce attraverso le ampie vetrate e che creavano dei giochi di colori sul pavimento in pietra.
Udendo la ragazza che prendeva posto accanto a sé, Denis parve apparentemente non scomporsi anche se, in realtà era attento a ciò che lo circondava, giovane sconosciuta compresa. Al suo piccolo "grazie" rispose con un lieve cenno del capo mentre spostava le braccia da sopra il tavolo ed appoggiava le mani sulle ginocchia, sistemandosi in una posizione più composta. Il fatto era che, e questo Denis lo sapeva, gli altri erano in grado di capire se qualcosa non andava anche solo guardandolo anche perché lui era come un libro aperto. L'ultima cosa che voleva era che la ragazza capisse il proprio umore e, spinta dalla curiosità, gli chiedesse qualcosa: non gli andava di ripensare alla figuraccia nell'aula di Pozioni, davanti al professor Lumacorno e ai suoi compagni. Si ritrovò a reprimere un sospiro e continuò a star zitto, malgrado il silenzio della vasta sala iniziasse a farsi opprimente. Quando la ragazza parlò, per poco Denis non trasalì: le sue orecchie si erano così abituate alla quiete che quelle parole, pur pronunciate con un tono assolutamente normale, gli parvero quasi delle urla. Non poté che concordare con la giovane e la sua mente lo fece ripensare alla cena o al pranzo, quando tutti erano riuniti in Sala Grande e il loro vociare copriva qualsiasi altro suono; Denis non amava il caos, ma a volte lo trovava paradossalmente tranquillizzante, chiara dimostrazione che non si trovasse solo. Erano proprio circostanze come quella a farglielo rimpiangere, quando il silenzio era così forte che il giovane Bennett iniziava a pensare di essere rimasto solo al mondo. « Hai ragione. Sembra impossibile venire qui e non sentire le chiacchiere degli studenti. In più fa freddo e non sento il rumore della legna che brucia, immagino che i camini siano spenti. » Rispose, ritrovandosi a parlare più di quanto non si aspettasse. Non aveva voglia di fare conversazione eppure quella ragazza, che dal canto suo non pareva essere eccessivamente loquace, riusciva a fargli venire voglia di conversare un po'. E forse, si ritrovò a pensare, un po' di chiacchiere lo avrebbero aiutato a non pensare a quanto era accaduto e gli avrebbero tirato un po' su il morale. « Perdonami, ma ... noi due non ci conosciamo, vero? Ho un'ottima memoria e riesco a ricordarmi anche le voci di coloro con cui ho scambiato solo un saluto un'unica volta, ma la tua mi suona completamente nuova. In più dubito che tu sia una Corvonero, per lo stesso identico motivo. » Dopo qualche minuto di silenzio, queste furono le parole che Denis si ritrovò a proferire col suo solito tono di voce pacato. Non gli sembrava il caso di rivolgerle un diretto "chi sei?", ma sperava che l'altra comprendesse e placasse la sua lieve curiosità nei suoi confronti.
La voce del giovanotto si levò poco dopo e Lucretia, istintivamente, voltò il capo nella sua direzione. Era la prima volta che si guardavano in faccia. Il giovanotto si disse d'accordo con la sua osservazione, ma — proprio quando Lucretia pensava che la conversazione sarebbe caduta lì — aggiunse di avere l'impressione di non conoscerla. Il ché, stava giusto dicendo, era piuttosto probabile, dato che possedeva una buona memoria e difficilmente dimenticava i volti o le voci di coloro con cui si ritrovava a conversare. Lieta di essere riuscita a distoglierlo almeno di un poco dalla tristezza che sembrava aver albergato nel suo animo fino ad un attimo prima, Lucretia scosse sommessamente il capo, poi disse: « No, in effetti non ti sbagli: non ci conosciamo. » Un sorriso le colorò il volto quasi perennemente grigio. « Però, per fortuna, a questo si può rimediare facilmente. » Alzò un braccio e tese una mano in direzione del ragazzo con un gesto amichevole, sì, ma quasi austero. Non importava, infatti, in quale contesto si trovasse: Lucretia era pur sempre una ragazza fin troppo severa ed austera, per la sua età. Non a caso le era stato dato proprio quel nome. Sua madre, Melania, era una donna piuttosto incolore, ma possedeva una certa cultura; per questo aveva scelto accuratamente il nome "Lucretia" per la sua primogenita. Quel suo pudore era stato un segno. « Mi chiamo Lucretia Black » disse, e pronunciò il suo cognome senza quella nota d'orgoglio che caratterizzava i membri della sua famiglia. La Casata dei Black era una delle famiglie di Purosangue più antiche, motivo di vanto per i suoi membri. Ma Lucretia, per quanto fosse severa e presuntuosa di suo, badava molto poco a questi dettagli. « Tu, invece, come ti chiami? » era piuttosto strano che si mostrasse allegra con qualcuno, in realtà. Ma, in fondo, cosa c'era di male nel lasciar cadere, almeno una volta, quel velo di serietà che tanto la caratterizzava?
Ignorò la mano tesa della ragazza verso di sé in quello che non fu affatto un gesto di scortesia, maleducazione o superbia. Semplicemente non se ne accorse; o, meglio, si accorse del fatto che la ragazza aveva fatto un piccolo movimento, ma non gli passò per la testa l'idea che potesse trattarsi dell'invito a stringersi la mano per presentarsi. Rimase, quindi, fermo nella propria posa composta: mani placidamente posate sulle proprie ginocchia, schiena dritta e volto rivolto al muro in pietra davanti a sé, con gli occhi immobili e vitrei che parevano fissare con insistenza ciò che in realtà non potevano vedere. "Black". Il cognome della giovane gli era più che noto, aveva avuto a che fare più volte con membri della suddetta famiglia: Orion, con il quale il più delle volte aveva semplicemente discusso in maniera non esattamente pacifica; Walburga, vittima di uno spiacevole incidente causato dal proprio essere maldestro che ancora gli causava senso di colpa ed imbarazzo; infine vi era Alphard, forse l'unico Black a cui non aveva associato qualcosa di negativo. Non lo conosceva bene, ma la sua compagnia era piacevole il più delle volte. E Lucretia. Ignorava quale fosse la parentela che la legasse agli altri, ma non gli importava neppure. Anche se avevano iniziato a parlare da poco, sentiva nella sua voce che c'era qualcosa di diverso, di positivo e confidava nel fatto che quella chiacchierata non sarebbe sfociata in un battibecco antipatico sul sangue e su chi fosse degno e chi no della magia. « Sono Denis Bennett. Lieto di fare la tua conoscenza, Lucretia. » Replicò con cortesia, accompagnando le parole ad un minuto sorriso che per qualche istante gli piegò le labbra. « Se non sono indiscreto ... cosa ti porta qui? » Avrebbe voluto chiederle "cosa ti ha spinto a sederti accanto a me?", ma si rese conto che la risposta a quella domanda stava nel silenzio che li circondava: erano gli unici ospiti della Sala Grande. Eppure, non era la prima volta che si trovava solo con qualcuno, ma gli altri tendevano sempre ad occupare i tavoli delle proprie Case, lontani da lui.
Lucretia non se la prese per la stretta di mano mancata. Del resto, quel gesto era solo una convenzione, stabilita da chissà chi, chissà quando, ma — soprattutto — chissà perché. Le convenzioni, a dire il vero, le interessavano relativamente poco. Lucretia era quel tipo di persona che preferiva arrivare al sodo, essere schietta ed evitare inutili giri di parole; e, in questo caso, sciocche strette di mano. Il ragazzo, nel mentre, le rispose di chiamarsi Denis Bennett. Lucretia si sforzò di ricordare quel nome, esaminando attentamente tutti quelli che conosceva, associandoli alle facce del loro legittimo proprietario; si ricordò di Denis Bennett, e lo ritrovò nelle parole di suo fratello Orion. Ora non riusciva proprio a rimembrare la situazione in cui le era stato fatto quel cognome, Bennett, ma — trattandosi di Orion — sicuramente i due ragazzi avevano avuto uno scontro verbale. Lucretia non se ne stupì, affatto. A lei non piacevano i litigi, ma lo stesso non si sarebbe potuto dire di suo fratello: egli se ne andava in giro manifestando apertamente le proprie idee, senza curarsi minimamente dell'effetto che esse avrebbero potuto avere sugli altri. Un tale atteggiamento non sarebbe mai potuto appartenere a Lucretia, che preferiva tenerle per sé, le sue idee. Ciò nonostante, ricambiò il flebile sorriso di Denis e rispose alla sua domanda, inizialmente con fare piuttosto vago. Non le sembrava giusto tirare in mezzo Ignatius Prewett. Non le sembrava giusto sia perché non era sicura che Denis lo conoscesse, ma soprattutto voleva evitare che la notizia della sua gelosia nei confronti di quel ragazzo facesse il giro completo della scuola. Ovviamente, non pensava che Denis fosse un pettegolo. Non lo conosceva, come avrebbe potuto pensarlo? Però credeva che il primo modo per far spargere una notizia fosse lasciarsela sfuggire dalla mente. « Diciamo che la lezione di Aritmanzia non ha suscitato il mio interesse » quella le sembrava una spiegazione molto più neutrale, « Dovrei frequentare tutte le lezioni, dato che sono all'ultimo anno, ma... » sospirò, « Stamattina non me la sentivo. E tu, invece? Sempre se non sono indiscreta. »
Denis detestava i pregiudizi e li riteneva soltanto un mezzo che produceva idee sbagliate sulle persone. Eppure, malgrado ciò, non riuscì a non stupirsi del fatto che, appreso il proprio nome, la giovane Black non si fosse alzata con sdegno e l'avesse lasciato da solo, considerandolo poco adatto a conversare con lei. Sapeva bene che questo era appunto un pregiudizio, ma si rallegrò del fatto che la ragazza sembrava smentire la tendenza dei suoi familiari a considerare inferiori tutti coloro che non facevano parte di una nobile famiglia dal sangue puro. "Bennett", chiaramente, non era un cognome riconducibile ad una di quelle famose casate e, anzi, ostentava la propria semplicità. Ma Denis andava fiero di esso, di quella semplicità perché sapeva bene che la sua famiglia poteva anche non essere nobile, ma lo rendeva comunque orgoglioso di esserne parte. La domanda di Lucretia era più che lecita: lei aveva risposto alla propria e quindi lui doveva fare lo stesso. E sebbene desiderasse accantonare il disastro combinato poco prima, si ritrovava invece a doverlo rivivere nuovamente sotto forma di racconto. Pensò che, forse, parlarne lo avrebbe aiutato a prenderla con meno serietà e magari sarebbe pure riuscito a riderci su. « Io? Beh ... il professor Lumacorno mi ha fatto uscire dall'Aula di Pozioni dopo che ho rovesciato delle ampolle contenenti alcuni ingredienti. Non sapevo dove andare, ma mi sono ritrovato a venire qui, forse sapevo che sarei rimasto solo a darmi dell'idiota. » Rispose, alzando leggermente le spalle, ma immediatamente avvertì il bisogno di cambiare argomento quasi come se temesse che Lucretia sarebbe scoppiata a ridergli in faccia. Anche se non sembrava il genere di ragazza capace di una cosa simile. « Ultimo anno? Sarai in ansia per gli esami, immagino. O forse no. Io lo sarei; anche se ho passato i G.U.F.O. con degli ottimi voti l'anno scorso, so che i M.A.G.O. sono tutta un'altra storia. »
L'onestà del giovanotto circa il piccolo incidente avvenuto durante la lezione del professor Lumacorno fece sentire in colpa Lucretia per la sua bugia. Tuttavia, quasi subito si ricordò delle ragioni che l'avevano spinta a tirare in mezzo la lezione di Aritmanzia: non aveva alcun senso tirare in mezzo Ignatius Prewett, veramente alcuno. E poi era sicura che Denis non avrebbe mai voluto ascoltare le sue lamentele circa il comportamento (in realtà affatto) ambiguo del giovanotto; erano questioni che riguardavano lei e solo lei, non altre persone. Si focalizzò, invece, sulla risposta alla domanda da parte del Corvonero. Avendo trascorso in solitudine gran parte degli anni a Hogwarts, Lucretia aveva superato con successo i suoi G.U.F.O. e non dubitava che sarebbe successa la stessa cosa con i M.A.G.O. Anche se silenziosa, sapeva essere una ragazza straordinariamente brillante e, soprattutto, pignola. Provava anche lei ansia alla prospettiva di affrontare gli esami finali, ma non tanto per gli esami effetti, piuttosto per quanto sarebbe venuto dopo. Aveva trascorso la sua infanzia nella sicurezza che sarebbe entrata ad Hogwarts, smistata nella Casata di Salazar Serpeverde, e che avrebbe vissuto in un luogo sicuro per sette anni della sua vita. Una volta uscita dalla scuola, non aveva dubbio che suo padre — Arcturus Black III — avrebbe cercato di farla sposare con qualche altro Purosangue. E, da quel momento in poi, sarebbe divenuta come sua madre. Ovvero una donna scialba, senza carattere, destinata a vivere alle spalle di un uomo. Per Lucretia non poteva esistere una prospettiva più triste di quella. « In realtà, sono molto più preoccupata per ciò che verrà dopo » confessò, dopo un istante di esitazione, « Fin quando si è al sicuro tra le mura di questo castello, quasi si riesce ad immaginare cosa accadrà. Ma poi? Il mondo, lì fuori, non è come Hogwarts. Non è un luogo sicuro. » C'erano le guerre. Sia quella che coinvolgeva gran parte dei Babbani, sia quella che coinvolgeva i Reinigerend di Gindelwald e il Ministero della Magia. Quale sarebbe stato il loro posto in quella lotta?
"Ciò che verrà dopo" furono queste parole della giovane a riportare alla mente di Denis tutte le supposizioni che aveva fatto nel corso di quegli ultimi anni ad Hogwarts sul proprio futuro. E non erano affatto positive. Tutti i ragazzi pensavano ad un lavoro che avrebbero voluto iniziare una volta terminati gli studi e anche Denis aveva un piccolo sogno: gli sarebbe tanto piaciuto poter lavorare alla Banca dei Maghi Gringott, ma figurarsi se un ragazzo cieco potesse essere capace di un simile mestiere. A questo triste e, purtroppo, ricorrente pensiero Denis sospirò leggermente e subito dopo scosse il capo, come a volerlo scacciar via. Per sua madre, l'unica cosa che contava era che trovasse moglie e facesse dei figli, il lavoro era rischioso e poi se avesse trovato "una giovane amabile", secondo la donna, questa "sarebbe stata ben lieta di mantenere suo marito che non può lavorare". Come se Denis desiderasse davvero passare il resto dei suoi giorni seduto su una poltrona a far nulla, mentre sua moglie guadagnava da vivere per l'intera famiglia. Famiglia che, d'altro canto, il giovane era certo che non avrebbe mai avuto: era impossibile, l'amore della sua vita era un uomo. Questo era, però, un dettaglio della sua vita che avrebbe celato per sempre, onde evitare ad entrambi spiacevoli conseguenze. Denis si mosse leggermente a disagio sulla panca, quei pensieri lo agitavano e lo rendevano nervoso, pensare al futuro faceva quasi paura specialmente a causa delle nubi oscure che si stagliavano all'orizzonte. Torturò per qualche istante la stoffa della camicia, poi la lasciò andare non appena si ricordò della presenza della giovane Black accanto a sé. « Ciò che verrà dopo, come dici tu, spaventa anche me. Sono ancora al sesto anno, ma credo di essere lo studente più vecchio con i miei diciannove anni e quindi mi è capitato più volte di pensare a cosa farò una volta uscito di qui. Non che abbia molta scelta, dopotutto, date le mie ... ridotte capacità, diciamo. Sarò costretto a vivere per sempre alle spalle di qualcuno. » Rispose dopo il proprio lungo silenzio. Si stupì di come avesse potuto dire certe cose a quella che era praticamente una sconosciuta.
Il futuro che suo padre aveva scelto per lei non era dei più rosei, almeno secondo il punto di vista di Lucretia. Molte altre ragazze della sua età sarebbero state contente di sposare un giovane proveniente da una famiglia Purosangue e, di conseguenza, vivere sulle sue spalle per il resto della loro vita. Niente fatica, niente sudore, il loro unico compito era quello di dare un degno erede al proprio consorte. Possibilmente maschio, tra l'altro. Questa prospettiva non piaceva a Lucretia, affatto. Il solo pensiero di vivere sulle spalle di qualche ragazzetto viziato la faceva impazzire, perché non desiderava diventare come sua madre, o tutte le altre donne provenienti da una famiglia Purosangue. Si rifiutava di essere ridotta ad un semplice grembo perennemente gravido. Ma sapeva di non avere scelta. Non c'era modo di andare contro il volere di suo padre. Avrebbe anche potuto farlo, ma le sarebbe valsa solo quale cinghiata sugli zigomi. Era questa la natura di Arcturus Black III: non amava i contrasti, soprattutto se da parte dei suoi stessi figli. Orion era diventato la sua copia sputata, Lucretia sembrava praticamente amorfa. Non poteva disobbedirgli. Sì, forse avrebbe potuto rischiare di essere esclusa dalla famiglia, ma cosa ne sarebbe stato di lei, in tal caso? Non erano tempi favorevoli alle donne, quelli in cui viveva. Non le rimaneva che colpire suo padre alle spalle, valeva a dire dall'interno, sposando — se possibile — qualcuno che corrispondesse alle aspettative di suo padre, almeno in parte; ma che non fosse proprio come lui. Questa sarebbe stata la sua salvezza. Ma, per il momento, il matrimonio combinato era molto lontano da lei. Per prima cosa, c'erano i suoi esami. Rivolse lo sguardo a Denis, che le confessò di essere spaventato dal proprio futuro, perché ben sapeva di essere costretto a vivere come una sanguisuga, un parassita, sulle spalle di qualcun altro. Anche se per motivi diversi, ad entrambi sarebbe toccata la stessa sorte. Lucretia avvertì una certa amarezza nel tono di voce del ragazzo, ma non poté fare a meno di stupirsi di fronte a quella confessione: non si conoscevano da molto, perché confidare i suoi segreti proprio a lei, che era per lui una sconosciuta? Qualunque fosse stato il motivo che l'aveva spinto a parlarle e ad aprirsi almeno un po' con lei, Lucretia non glielo fece pesare. Per troppi anni aveva vissuto in solitudine, lontana da tutto e tutti; forse era arrivato il momento di mostrare un minimo di umanità e di calore nei confronti del prossimo. « Forse sì. Forse vivrai sulle spalle di qualcun altro, ma mi auguro per te che non perderei mai la tua identità, nonostante tutto » gli disse, « Vivere alle spalle degli altri... E' comunque vivere. Non lasciarti abbattere da questo e non permettere all'amarezza dovuta a questo fatto di farti dimenticare chi sei e cosa ami. Se perdi anche questo, solo allora vivrai veramente sulle spalle del prossimo. » Non sapeva se quel discorso avesse un senso, o meno. Ma voleva che fosse chiara una cosa: qualunque vita fosse toccata ad entrambi, se avessero continuato a provare amore per la vita — vedendola come un dono non indifferente — avrebbero trovato la felicità in molte cose. Tra di queste, una in particolare: la gioia di esistere, di esserci. E l'esistenza costituisce una grande, anzi immensa opportunità.
Mai e poi mai il giovane Bennett avrebbe creduto che la propria futura esistenza potesse essere paragonata a quella di una ragazza, erede di una delle più rispettabili e ricche famiglie purosangue: lui, nato in una famiglia numerosa che non aveva poi così tanti soldi, privato dalla natura di uno dei principali sensi e probabilmente costretto per l’eternità ad una vita passata perlopiù dietro alle mura domestiche, dipendente dall’aiuto di qualcun altro. Eppure di ciò Denis non era a conoscenza, chissà perché si era aperto in quel modo a qualcuno che neppure conosceva … ma forse era proprio questo ad averlo spinto a farlo, poco contava il giudizio di qualcuno a cui non era legato affettivamente: non doveva temere di deludere o ferire una persona che di lui se ne fregava. E, anche se lo faceva di rado, il giovane si ritrovò a pensare che era bello ogni tanto liberarsi di quel peso che giorno dopo giorno teneva sulle spalle. “Come farò?” si chiese. Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a tenere tale il segreto più grande che si portava dentro? Che cosa avrebbe fatto quando, inevitabilmente, la sua famiglia avrebbe iniziato a chiedergli quando avrebbe avuto intenzione di metterne su una propria? Erano tutti aspetti che lo terrorizzavano tanto quanto il fatto che, per non ferire i suoi cari, per non infangare il loro nome con un peccato così grave, si sarebbe ritrovato un giorno a baciare sull’altare una donna che non amava né mai avrebbe amato, a crescere con lei dei figli tanto desiderati, sì, ma non tanto quanto quell’amore vero che si era ritrovato a nutrire per un altro ragazzo, amore inaccettabile per la società. Le parole della giovane lo colpirono e gli sembrarono così adatte alla propria situazione che per un attimo temette che la ragazza fosse in grado di leggere dentro la sua mente. Eppure, non riusciva a sentirsi tranquillizzato, e quel timore dato dalla consapevolezza di un futuro non roseo lo attanagliava ora più che mai, dato che la mente si era ormai fissata su di esso. « Finirò col perdere la mia identità, con il tempo, perché ciò che sono veramente … » fece una pausa, soppesando le parole per non compromettersi o lasciar intendere qualcosa che potesse metterlo in una posizione scomoda « … ferirebbe chi amo e dopo tutto ciò che hanno fatto per me non posso dar loro un simile dispiacere. Ma allora sarò costretto a sacrificare la mia felicità: vivrò una vita che non voglio, che non mi appartiene soltanto perché questo è ciò che loro desiderano per me … e morirò a poco a poco, diventando qualcuno che non sono, un corpo vuoto, una marionetta che danza al ritmo scelto da chi muove i fili. E, dimmi, Lucretia, non è forse meglio morire? » Denis non voleva morire. Era un ragazzo pieno di vita, amava viverla ogni giorno anche se questa non era mai stata particolarmente clemente nei suoi confronti. Ed eccolo lì, a parlare di togliersi la vita prima o poi: ne avrebbe avuto il coraggio? Forse no, ma pensava che la morte fosse comunque migliore di una vita come quella che aveva descritto prima. C’era chi gli avrebbe detto che per non essere più una marionetta sarebbe bastato tagliare i fili, ma ecco che agli occhi altrui sarebbe risultato strano e diverso, un pupazzo rotto, difettoso, da aggiustare.













