Le cose non mi piacciono (quindi hai ragione tu)
Ho deciso che da domani la smetto di essere me. Le cose non mi piacciono (quindi hai ragione tu).
Non mi piace leggere, non mi piace ascoltare la musica, non mi piace il mare (forse poco poco mi piace la neve), non mi piacciono i cani, non mi piace la pioggia, apprezzo poco il sole, non mi piace la gente, non mi piace la mancanza di compagnia, non mi piace la salsa, però la lasagna si.
Ecco, lo sapevo, sto ritornando ad essere quel minestrone inconcludente di sensazioni e inespressioni. Mi incazzo per tutto e mi incazzo per niente. Voglio essere la regina della scena ma al tempo stesso la detesto.
Quindi basta.
Da domani la smetto di essere me, magari divento un’altra. Una tipo le mie compagne del liceo, i cui corpi, dopo anni di preziosa adolescenziale incubazione si sono trasformati in polpacci definiti, caviglie perfette, culi sodi e tette grosse (e perfettamente proporzionate). Hanno bei vestiti, fanno bei viaggi con i loro bei fidanzati, si laureano in facoltà socialmente accettate e, soprattuto, passano pochissimo tempo su Facebook. Ci credereste?
E no, non è perchè al paesello da cui provengo Mark Zuckerberg non ci abbia messo ancora lo zampino, ma è proprio perchè la loro vita non contempla questa moderna forma di socialità.
MA COME SI FA?
Io intanto invece passo la domenica pomeriggio a scrollare il newsfeed ridendo ora per la gif di un gattino ora per la foto del bambino vestito da Pablo Escobar per Halloween, col gatto sulle cosce e il mio compagno sonnecchiante sul divano.
E’ una vita molto bella, ne sono consapevole, ma sento che sto perdendo di vista il contatto con ciò che mi piace davvero e cosa no.
Perchè le mie compagne del liceo hanno caviglie perfette e polpacci scolpiti mentre io no?
Perchè possono permettersi il lusso di non essere pigre in una società che tendenzialmente ci obbliga ad esserlo?
Perchè non buttano tre quarti delle loro giornate su Facebook e non hanno l’esigenza di aprire un banalissimo blog su Tumblr?
Sulle caviglie e polpacci probabilmente dovrei semplicemente dar colpa alla genetica (Fuck you, Mendel), sulla pigrizia e il nullafacentismo... Beh, direi che è questo quello che mia madre definisce “il risultato di un’educazione eccessivamente aperta e progressista”: negli anni della formazione mi sono state date talmente tante possibilità di conoscere, toccare, mangiare e sentire qualsiasi cosa volessi che arrivata a 22 anni non ho più la curiosità di conoscere, toccare, mangiare e sentire nulla.
Anche laurearmi, in un certo senso, non è che abbia avuto tutto questo gigantesco impatto emotivo sulla mia persona (a parte farmi lasciare un lavoro schiavista e sotto-pagato rendendo così le mie giornate talmente tanto vuote da spararmi tutte e tre le stagioni di Bojack Horseman in meno di una settimana, ma non penso sia grave, vero?) eppure continuo a chiedermi se tutta questa scanzonata apatia non sia solo una fase post-adolescenziale/deprimente (come tutte le cose con il prefisso post-, tipo post-punk, post-industriale, post-modernismo) della mia esistenza o se sia il caso di prendere seri provvedimenti in merito, tipo, che ne so, fare un corso di cucina/ricamo/compostaggio per rendere la mia vita più interessante all’unica persona la cui opinione conta davvero: me stessa,
Però intanto, mentre scrivo, mi passa anche la voglia di provarci e rimango così, davanti ai polpacci e alle caviglie perfette delle mie compagne di liceo per qualche secondo, prima di scrollare il news feed e scoprire quale (e di chi) sarà la nuova cosa per cui nutrirò invidia pur avendo tutte le carte in regola per averla ma zero voglia per impegnarmi ad ottenerla.
Comunque un corso di compostaggio ammetto che non sarebbe male.


















